04/10/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Per la prima volta, il quotidiano online è monografico. Perché?
Questa mattina parliamo solo di Birmania. Per due motivi molto semplici. Perché già vediamo, nei media tradizionali, scivolare la crisi birmana in pagine lontane dalla prima, laddove si relegano gli articoli che certo non possono non esserci, ma in fondo a chi interessa quel che accade dall'altro lato del mondo dove stanno cercando di fare una rivoluzione non violenta e anzi pacifica? Dove un popolo intero ha scelto di confrontarsi con il potere, con il nemico, senza imbracciare un'arma nemmeno metaforicamente?
 
Come l'America Latina, anche la Birmania smette di essere interessante quando i guitti escono di scena, quando il macabro non si riesce proprio a farlo apparire, quando a cambiare la storia ci provano gli ultimi e con le armi della pace. Oppure quando, a essere in gioco, sono gli sporchi accordi che le grandi multinazionali del "nostro mondo" fanno con qualsiasi assassino, dittatore, despota più o meno pericoloso e persino più o meno sano di mente a patto di ottenere profitti. Allora, meglio tacere. Le storie, i volti, i nomi di chi vive le sofferenze che noi provochiamo non fanno notizia, fanno la storia, sono quelli a  muovere il mondo. Per questo, è meglio che stiano lontani dai grandi media.
 
Noi, invece, scegliamo di presentarveli, questi volti e questi nomi e queste storie che ci fanno capire, molto concretamente, quanto sia possibile fare qualche cosa. Come sia possibile cambiare il mondo. O gettare i semi che germoglieranno e faranno, si spera, più verde e colorato il nostro futuro. Scegliamo di rimanere concentrati su quel che succede in Birmania anche quando questa smette di "fare notizia".
 
Ma c'è anche un altro motivo, che potrebbe apparire di orgoglio quando invece non  ha nulla a che fare con l'autocelebrazione. PeaceReporter in Birmania c'è stato, è riuscito ad entrare, e a raccogliere la voce della gente comune, la fatica e la disperazione di chi lotta per un futuro migliore che anche in questo caso non è affatto modellato sul nostro presente, e forse per questo non lo si indaga a fondo, sai mai che anche qui qualcuno abbia a pensare che in fondo il nostro non è il miglior mondo possibile. PeaceReporter basa il suo lavoro sul fatto che "un buon giornalista si vede dalla suola delle scarpe", e non dalla quantità di stelle del suo hotel, e tantomeno sulla propria vicinanza politica a questo o quel partito. E proprio per questo modo di fare giornalismo è riuscito, grazie ad anni di lavoro e passione per costruire rapporti umani in ogni parte del mondo, ad arrivare dove quasi nessun altro giornale al mondo è riuscito ad arrivare. Per farvi guardare negli occhi quelle persone che in Birmania stanno cercando di cambiare il mondo, Per farvi conoscere le storie, le passioni, le sofferenze che vengono nascosti, troppo spesso, dagli elenchi di numeri il più sensazionale, ma anche più astratto possiile.

Maso Notarianni

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