scritto per noi da
Federica Zoja
Un intreccio di
palazzi e piramidi, silhouettes femminili e sentieri d’acqua, soli
colorati, numeri, figure geometriche. Per descrivere la società
egiziana, con pregi e difetti, riscrivere il presente, immaginare il
futuro, non dimenticare il passato. Tutto questo nel giardino del
museo Mahmoud Mokhtar del Cairo, nell’ambito del primo Festival
egiziano dei Graffiti, organizzato dal Centro culturale del museo
stesso.
Istituzione e
rivoluzione. Un matrimonio inedito e paradossale, quello fra una
forma d’arte per sua natura ‘rivoluzionaria’ e le istituzioni,
meritevole di un approfondimento.
Spiega l’iniziativa
Tamer Assem, giovane manager dell’ente organizzatore, facente capo
direttamente al ministero della Cultura egiziano: “Il Centro è
nato un anno fa, è nuovo, e il Festival è la prima idea
che ho avuto. Nel 2005 mi sono reso conto per la prima volta che la
cultura dei graffiti si stava diffondendo in Egitto, ne ho visti
alcuni a Heliopolis (quartiere alla periferia nord-est del Cairo,
ndr). Erano soprattutto parolacce, insulti, disegni appena abbozzati,
macchie di colore, ma chiaramente contro il sistema. E così ho
pensato a un modo per conciliare arte di strada, lontana dai
riflettori, relegata sotto un ponte, e circuiti istituzionali. Anche
se così, certo, si rischia di ridimensionarne la componente
ribelle”.
Siccome quattro mura
e un soffitto sono davvero troppo anche per il più mite degli
artisti di strada, si è optato per l’esterno del museo.
Assem la butta sul fattore sicurezza: “Mettere 25 artisti in una
stanza, con colori e bombolette, sarebbe stato pericoloso, con tutti
quegli spray qualcuno si sarebbe intossicato”.
Arte e aggregazione.
Come simulare l’ambiente metropolitano? Con ampie tele - 240 cm per
180 - di un tessuto rugoso, messe a disposizione dal Centro culturale
insieme a tutti i materiali, gratuitamente.
Alcuni artisti sono stati
invitati dal Centro stesso, perché già conosciuti per
le loro esperienze in campo figurativo, altri sono invece debuttanti,
catturati dalle locandine della manifestazione.
“Le ho fatte attaccare
nei luoghi di aggregazione dei giovani – racconta Tamer Assem –
facoltà d’arte, accademia, istituti di design”. La
selezione si è basata su “curriculum e talento”.
Ad attirare
l’attenzione dei partecipanti sono stati la libertà totale
delle tecniche – non solo spray, ma anche pennelli, spatole e mani,
colori ad olio, tempere e pennarelli – e soprattutto di soggetto.
E così, dalle 25
tele è tutto un tripudio di attacchi alla società, alla
politica, al sistema.
Heba, pittrice e
scultrice appena rientrata da Salisburgo, dove ha frequentato un
corso estivo presso la celebre Accademia d’arte, si è
concentrata sulle donne egiziane e la loro limitata libertà.
Ha dipinto vestiti tradizionali appesi, lampadine rosso fuoco, un
manichino-mummia. Spiega: “Gli abiti, in realtà, sono un
simbolo, siamo noi donne per come ci vedono gli uomini egiziani. In
vendita, in vetrina. Scelgono una moglie come fossero al mercato,
vogliono corpi e non persone. E il manichino, fasciato come una
mummia, non può muoversi, è paralizzato, come noi. Ma
le luci rosse rappresentano la nostra sensualità, il lato più
nascosto, il privato”.
Graffiti di famiglia.
La critica sociale di Hesham, professione grafico, ha una prospettiva
planetaria: “Il consumismo ci rende tutti acquirenti e oggetti di
consumo, questo è l’argomento su cui ho lavorato. Nella vita
professionale curo spesso copertine di testi sulla globalizzazione
economica, lavoro sui numeri e i segni di interpunzione: qui ho
voluto dipingere il profilo di un uomo formato da un grande punto
interrogativo. Occhio, naso e bocca sono formati dai numeri 4, 5 e
6”.
Accanto al suo, il
graffito della moglie, Dalia, insegnante di storia, artista per
passione. “Mi interesso soprattutto di scultura, ma questa era
un’occasione nuova e interessante”. Nella sua opera, su sfondo
rosso mattone, figure stilizzate di uomini e donne in ginocchio, la
testa bassa di fronte a uno sheikh. In alto, situazioni
tradizionali: c’è chi parla di fronte a una tazza di tè
e chi gioca a taula (da cui deriva il backgammon), ma più
“perché tutti lo fanno, che per vero piacere”.
L’unico spazio di
libertà è rappresentato dalla vita privata: i contorni
di un uomo e una donna sdraiati e abbracciati spiccano in basso sulla
tela. Conclude Dalia: “Questo è l’Egitto dagli anni ’80
ad oggi. Un progressivo chinare la testa di fronte a chiunque dia
ordini”.
E c’è chi
va oltre e dipinge grandi mani, appartenenti a un gigante senza testa
in giacca e cravatta, che piombano su inermi omini bianchi.
Una comunità
attorno al festival. L’impressione è che il festival
stesso stia creando una comunità di graffitari egiziani (fra
di loro anche un sudanese, una croata e una svizzera) all’oscuro
delle origini di questa forma d’arte, ma pieni di entusiasmo:
“Pochi di loro sapevano che cosa fossero davvero i graffiti, molti
si sono documentati su internet e lo hanno scoperto quando hanno
saputo del festival”.
“L’unico vero
graffito – segnala il direttore – se ci atteniamo al genere
inventato negli Stati uniti, è quello formato da semplici
parole ‘spruzzate sulla tela’. L’artista l’ha realizzato in
pochi minuti, la prima sera, e se ne è andata. Amore, lavoro,
libertà, sesso…”.
Parole
rivoluzionarie, in un regime pluridecennale come quello egiziano. Più allegro
il mondo di Nada, studentessa universitaria alla Facoltà di
arte figurativa di Helwan, “appassionata di volti e di fumetti”.
Al centro del suo disegno troneggia un’immensa faccia color giallo,
incorniciata da grandi occhiali rettangolari neri. Un cartoon in
piena regola.
Al termine di una
settimana di lavorazione, nelle intenzioni di Tamer Assem i graffiti
saranno a disposizione del pubblico per parecchi giorni, sulla strada
fiancheggiante il museo o nel giardino stesso. Tutto dipende
dall’autorizzazione del governatore del Cairo, che ancora
temporeggia, forse riservandosi di vedere le tele.
C’è una
linea rossa che non si può superare. “Vivo in questo paese,
so come funziona, ma si può almeno cercare di spostare il
limite più in là”.