03/10/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Una mostra di graffiti al Cairo come simbolo di una comunità in movimento
scritto per noi da
Federica Zoja 
 
Un intreccio di palazzi e piramidi, silhouettes femminili e sentieri d’acqua, soli colorati, numeri, figure geometriche. Per descrivere la società egiziana, con pregi e difetti, riscrivere il presente, immaginare il futuro, non dimenticare il passato. Tutto questo nel giardino del museo Mahmoud Mokhtar del Cairo, nell’ambito del primo Festival egiziano dei Graffiti, organizzato dal Centro culturale del museo stesso.

una delle opere in mostra - foto di federica zojaIstituzione e rivoluzione. Un matrimonio inedito e paradossale, quello fra una forma d’arte per sua natura ‘rivoluzionaria’ e le istituzioni, meritevole di un approfondimento.
Spiega l’iniziativa Tamer Assem, giovane manager dell’ente organizzatore, facente capo direttamente al ministero della Cultura egiziano: “Il Centro è nato un anno fa, è nuovo, e il Festival è la prima idea che ho avuto. Nel 2005 mi sono reso conto per la prima volta che la cultura dei graffiti si stava diffondendo in Egitto, ne ho visti alcuni a Heliopolis (quartiere alla periferia nord-est del Cairo, ndr). Erano soprattutto parolacce, insulti, disegni appena abbozzati, macchie di colore, ma chiaramente contro il sistema. E così ho pensato a un modo per conciliare arte di strada, lontana dai riflettori, relegata sotto un ponte, e circuiti istituzionali. Anche se così, certo, si rischia di ridimensionarne la componente ribelle”.
Siccome quattro mura e un soffitto sono davvero troppo anche per il più mite degli artisti di strada, si è optato per l’esterno del museo. Assem la butta sul fattore sicurezza: “Mettere 25 artisti in una stanza, con colori e bombolette, sarebbe stato pericoloso, con tutti quegli spray qualcuno si sarebbe intossicato”.

una delle opere in mostra - foto di federica zojaArte e aggregazione. Come simulare l’ambiente metropolitano? Con ampie tele - 240 cm per 180 - di un tessuto rugoso, messe a disposizione dal Centro culturale insieme a tutti i materiali, gratuitamente. Alcuni artisti sono stati invitati dal Centro stesso, perché già conosciuti per le loro esperienze in campo figurativo, altri sono invece debuttanti, catturati dalle locandine della manifestazione. “Le ho fatte attaccare nei luoghi di aggregazione dei giovani – racconta Tamer Assem – facoltà d’arte, accademia, istituti di design”. La selezione si è basata su “curriculum e talento”.
Ad attirare l’attenzione dei partecipanti sono stati la libertà totale delle tecniche – non solo spray, ma anche pennelli, spatole e mani, colori ad olio, tempere e pennarelli – e soprattutto di soggetto.
E così, dalle 25 tele è tutto un tripudio di attacchi alla società, alla politica, al sistema.
Heba, pittrice e scultrice appena rientrata da Salisburgo, dove ha frequentato un corso estivo presso la celebre Accademia d’arte, si è concentrata sulle donne egiziane e la loro limitata libertà.
Ha dipinto vestiti tradizionali appesi, lampadine rosso fuoco, un manichino-mummia. Spiega: “Gli abiti, in realtà, sono un simbolo, siamo noi donne per come ci vedono gli uomini egiziani. In vendita, in vetrina. Scelgono una moglie come fossero al mercato, vogliono corpi e non persone. E il manichino, fasciato come una mummia, non può muoversi, è paralizzato, come noi. Ma le luci rosse rappresentano la nostra sensualità, il lato più nascosto, il privato”.

una delle opere in mostra - foto di federica zojaGraffiti di famiglia. La critica sociale di Hesham, professione grafico, ha una prospettiva planetaria: “Il consumismo ci rende tutti acquirenti e oggetti di consumo, questo è l’argomento su cui ho lavorato. Nella vita professionale curo spesso copertine di testi sulla globalizzazione economica, lavoro sui numeri e i segni di interpunzione: qui ho voluto dipingere il profilo di un uomo formato da un grande punto interrogativo. Occhio, naso e bocca sono formati dai numeri 4, 5 e 6”.
Accanto al suo, il graffito della moglie, Dalia, insegnante di storia, artista per passione. “Mi interesso soprattutto di scultura, ma questa era un’occasione nuova e interessante”. Nella sua opera, su sfondo rosso mattone, figure stilizzate di uomini e donne in ginocchio, la testa bassa di fronte a uno sheikh. In alto, situazioni tradizionali: c’è chi parla di fronte a una tazza di tè e chi gioca a taula (da cui deriva il backgammon), ma più “perché tutti lo fanno, che per vero piacere”.
L’unico spazio di libertà è rappresentato dalla vita privata: i contorni di un uomo e una donna sdraiati e abbracciati spiccano in basso sulla tela. Conclude Dalia: “Questo è l’Egitto dagli anni ’80 ad oggi. Un progressivo chinare la testa di fronte a chiunque dia ordini”.
E c’è chi va oltre e dipinge grandi mani, appartenenti a un gigante senza testa in giacca e cravatta, che piombano su inermi omini bianchi.

una delle opere in mostra - foto di federica zojaUna comunità attorno al festival. L’impressione è che il festival stesso stia creando una comunità di graffitari egiziani (fra di loro anche un sudanese, una croata e una svizzera) all’oscuro delle origini di questa forma d’arte, ma pieni di entusiasmo: “Pochi di loro sapevano che cosa fossero davvero i graffiti, molti si sono documentati su internet e lo hanno scoperto quando hanno saputo del festival”.
“L’unico vero graffito – segnala il direttore – se ci atteniamo al genere inventato negli Stati uniti, è quello formato da semplici parole ‘spruzzate sulla tela’. L’artista l’ha realizzato in pochi minuti, la prima sera, e se ne è andata. Amore, lavoro, libertà, sesso…”.
Parole rivoluzionarie, in un regime pluridecennale come quello egiziano. Più allegro il mondo di Nada, studentessa universitaria alla Facoltà di arte figurativa di Helwan, “appassionata di volti e di fumetti”. Al centro del suo disegno troneggia un’immensa faccia color giallo, incorniciata da grandi occhiali rettangolari neri. Un cartoon in piena regola.
Al termine di una settimana di lavorazione, nelle intenzioni di Tamer Assem i graffiti saranno a disposizione del pubblico per parecchi giorni, sulla strada fiancheggiante il museo o nel giardino stesso. Tutto dipende dall’autorizzazione del governatore del Cairo, che ancora temporeggia, forse riservandosi di vedere le tele.
C’è una linea rossa che non si può superare. “Vivo in questo paese, so come funziona, ma si può almeno cercare di spostare il limite più in là”.
Categoria: Pace, Popoli
Luogo: Egitto