Osama Hamdan, leader di Hamas in Libano, racconta il punto di vista sulla crisi politica
scritto per noi da
Milena Nebbia
Incontriamo
Osama Hamdan, leader di Hamas in Libano, nel campo profughi
palestinese di Borj Al Barajneh, nella periferia meridionale di
Beirut. E’ uno di quelli duramente colpiti dall’offensiva
israeliana del luglio 2006: 35mila abitanti, disoccupazione all’80
percento, la gente per lo più vive alla giornata, i giovani
imbracciano il fucile o bighellonano. Si percepisce tensione. Troppe
armi in giro: i fatti di Nahr el-Bared hanno creato uno stato di
allarme.
Una
crisi dura. Hamdan riceve la delegazione italiana del comitato
“Per non dimenticare Sabra e Chatila” nel cortile di una scuola
elementare del campo. Inevitabile che il discorso cada subito sulla
situazione interna al governo palestinese.
“Bisogna
prima capire le ragioni che ci hanno portato a questa crisi interna -
dice - le elezioni del 2006 hanno cambiato la realtà
palestinese: la Resistenza ha avuto il diritto di governare il popolo
palestinese, questo naturalmente è stato difficile da
accettare da parte di chi ha governato per quarant’anni. Una parte
di questi, insieme ad alcuni ufficiali della sicurezza, tra i quali
il colonnello Mohammed Dahlan (ex Ministro dell’Interno di Abu
Mazen, poi cacciato dalla stanze di potere, e vero capo di Fatah a
Gaza) si è legata ad Israele per contrastare la forza di
Hamas. Dopo quindici mesi dalle elezioni, queste persone hanno
tentato un golpe contro la democrazia, senza peraltro riuscirci. E
questo malgrado gli accordi della Mecca degli inizi del 2007 (accordi
del febbraio 2007 tra Hamas e Fatah che sembravano poter preludere ad
una distensione tra le due forze politiche e che si sperava potessero
fermare la spirale di violenza nella Striscia di Gaza e avviare
negoziati con Israele n.d.r.). Ma questa parte non ha voluto
ascoltare ragioni: hanno finanziamenti dall’amministrazione
americana per armamenti e munizioni. Era necessario assumere un’
iniziativa per proteggere la democrazia”.
Il
lungo tunnel. Come uscire da questa crisi? “Tornare
all’accordo. Ricostruire il sistema politico palestinese, decidere
come gestire la lotta con Israele, ricostruire i mezzi di sicurezza
palestinesi, che non appartengano a una sola parte, con
professionisti non politicizzati, riabilitare l’immagine dei
palestinesi, anche quella della diaspora (che ha riguardato più
della metà del nostro popolo). Si dovrebbe realizzare un
congresso nazionale palestinese...invece, specie a Gaza, sono
presenti diverse fazioni. Noi volevamo un coordinamento tra le
diverse anime, aspiravamo ad un’azione unica palestinese per
affrontare Israele…”.
La
pace è lontana. Quali sarebbero le condizioni per una
tregua con gli israeliani? “Gli israeliani non accettano uno stato
palestinese, quindi non si va verso la possibilità di un reale
accordo, specie sulla questione del diritto al ritorno. Non possiamo
parlare dei diritti dei palestinesi senza parlare dei rifugiati e del
diritto al ritorno nella loro patria. Un filo di dialogo sembra
ancora possibile, ma non ci sarà né sicurezza né
stabilità senza il diritto al ritorno. Questo diritto può
essere ottenuto con mezzi politici pacifici attraverso un accordo o
dalla resistenza. Il governo di Abu Mazen a Ramallah rappresenta una
parte del popolo, lui non rifiuta mai di incontrare Olmert, ma
rifiuta di parlare con noi, finchè non si dialoga tra di noi
mi pare difficile un dialogo con Israele. La leadership di Arafat
aveva riconosciuto Israele, ma cosa ha fatto Israele per i
palestinesi, ha forse riconosciuto il diritto al ritorno? No, ha solo
accerchiato Arafat nella Mukata appoggiando le correnti di Fatah che
volevano rovesciarlo. Israele non ha sfruttato quell’opportunità.
Ora c’è un’ultima opportunità: l’unione tra
palestinesi per negoziare la creazione di uno Stato all’interno dei
confini del 1967, il ritorno dei profughi e la fine delle colonie”.
Il
suo parere sui fatti del campo di Nahr El-Bared?
“Il
popolo palestinese non c’entra con Nahl el Bared, ma tutto il mondo
incolpa noi. Questi terroristi non appartengono al tessuto sociale e
politico palestinese, per questo sono andati via”.