03/10/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Haiti, qualcosa si muove sull'isola: la tensione sociale è molto più bassa rispetto a qualche mese fa, i soldati dell'Onu stanno lavorando bene, la popolazione vive meglio ed è più tranquilla.
Scritto per noi da
Francesco Fantoli  
 
Haiti fà parte del mondo occidentale, sia geograficamente, trovandosi al centro dei Caraibi, sia economicamente per le strette relazioni commerciali principalmente con gli Usa la Repubblica Dominicana ed il Canada. Descrivere quel che accade, però, non è semplice.

Una pattuglia dei caschi blu (foto A.Grandi/PeaceReporter)E' difficile tentare di descrivere anche quel che si vede, partendo dalle cose più banali e senza avventurarsi in analisi e visioni future che al momento sono azzardate e premature.
Se accludiamo le bidonville che la assediano, oggi la capitale Port au Prince, conta il 50 percento della popolazione haitiana valutata grossomodo in 9 milioni di cittadini.
In città negli ultimi mesi le cose stanno cambiando e continuano a cambiare giorno dopo giorno.
Questa è la prima grande novità in un Paese dove tutto si era fermato e dove negli ultimi 20 anni ogni novità era solo di segno negativo.
Fra questi primi segnali d'inversione di tendenza, innanzitutto c'è la sicurezza: la gente ha meno paura, la notte non si sentono più gli spari, i sequestri di persona sono passati da 30 al giorno a 3 a settimana, le bande armate sono praticamente dissolte e dei loro capi solo pochi si sono salvati nascondendosi in montagna e la maggioranza è caduta nei conflitti a fuoco o risiede in prigione. La Polizia (PNH) ha ripulito gli effettivi, con arresti e licenziamenti, sono stati arruolati centinaia di giovani decentemente preparati soprattutto grazie alla collaborazione della Polizia Canadese, dopo anni di anarchia la PNH dà la sensazione di cominciare a controllare il territorio: i chek point ti sorprendono ovunque e a qualsiasi ora, le auto vengono perquisite, i documenti controllati e non sono rari i casi di poliziotti che sdegnosamente rifiutano gli abituali tentativi di ordinaria corruzione, mentre tra lo stupore degli inesperti automobilisti, nei comuni metropolitani, si montano i primi semafori addirittura autoalimentati da pannelli solari.

Scene di quotidianità a Port au Prince (foto A.Grandi/PeaceReporter)Le novità. L'aeroporto internazionale di Port au Prince è stato rimodernato, resta comunque inadeguato, ma un certo decoro è evidente, il rullo delle valige funziona, l'aria condizionata non è guasta, i funzionari doganali non si permettono le abituali richieste di collaborazione mentre i voli locali ed internazionali si moltiplicano.
Nel resto del Paese si notano grandi e piccoli cantieri, l'inizio delle famose opere pubbliche da decenni promesse oggi è una realtà: strade, ponti, fogne, scuole ed ospedali sono in costruzione da nord a sud da est ad ovest. Le paghe, per chi non è qualificato, restano indecenti (1 euro al giorno), ma di fronte al nulla degli ultimi anni questo popolo cronicamente disoccupato si accontenta e comincia perlomeno a sperare in un futuro migliore.
A Petion Ville, il quartiere borghese della capitale, gli hotel segnano da mesi il tutto esaurito, è difficile trovare un parcheggio davanti ai grandi supermercati e durante il week end ristoranti e discoteche sembrano rivivere gli anni 50 e 60, quando Haiti era considerata la meta chic dei Caraibi.

 
Un albergo fra i più importanti della costa meridionale del Paese (foto A.Grandi/PeaceReporter)Dunque è rinata la perla dei Caraibi? Tornano i turisti? Assolutamente no, nessun turista sensato osa ancora avventurarsi in Haiti, non c'è nulla che ancora permetta un minimo di confort e di servizio, in realtà le migliaia di stranieri che arrivano nel Paese sono funzionari di grandi e piccole organizzazioni internazionali che si prodigano nell'accompagnare la rinascita di questa piccola nazione che tanti grattacapi ha dato nel suo recente passato. Ed è proprio questa nuova e massiccia presenza di stranieri, che si aggiunge agli ottomila caschi blu presenti dal 2004, che provoca un primo effetto benefico all'anemica economia locale: gli appartamenti
si affittano, guardiani, cameriere, autisti, guide, interpreti, segretarie trovano finalmente un lavoro sia nella capitale che in provincia. La guerra civile è dunque scongiurata, la trasformazione politica verso la democrazia è in atto, i vari processi elettorali si susseguono regolarmente, Camera e Senato cominciano a legiferare. Non è poco, anzi, solo un anno fa tutto ciò era solo un sogno.

Una pattuglia della Minustah (foto A.Grandi/PeaceReporter)Di chi il merito? Principalmente di un solo uomo, il nuovo presidente, Renè Garcia Preval. E' riuscito a calmare i furori della politica locale, ha dato spazio all'opposizione nel suo Governo, ha messo d'accordo, con vere e proprie acrobazie diplomatiche gli Stati vicini (Cuba, Venezuela, Brasile, Cile, Messico, Canada, Usa) e quelli lontani (UE, Cina, Taiwan) riscuotendo unanimi consensi e sostanziali aiuti sia in finanziamenti che in professionisti altamente qualificati. Al suo fianco, oltre ad uno strettissimo gruppo di fidati collaboratori hanno lavorato molti e importanti fattori: in primis gli uomini delle Nazioni Unite, spesso inefficaci nel resto del mondo, sono stati intelligentemente diretti dal Brasile, paese abituato alla cultura di origine africana, ai problemi delle bande armate di narcotrafficanti, alla miseria estrema delle favelas e alla conseguente
violenza. I brasiliani, coadiuvati da molti Paesi del Sud America, ma anche da cinesi, cingalesi, nepalesi e africani (27 i Paesi che partecipano alla missione) hanno preso le misure al Paese e dopo i primi tempi di oggettive difficoltà hanno dato un segno chiaro e inequivocabile, fermando il dilagare della violenza, colpendo duro chi si opponeva, ma anche aiutando con azioni umanitarie chi lo meritava. Il vecchio sistema, bastone e carota, ha dunque dato un buon risultato.
Vanno poi citate le grandi potenze, Usa, Canada ed Unione Europea impegnate principalmente nelle opere pubbliche, ma anche in centinaia di piccoli progetti di educazione, sanità, giustizia, ambiente, agricoltura, pesca. Infine il mondo della cooperazione umanitaria, la Croce rossa, le Ong, le organizzazioni religiose e missionarie, in una gara di solidarietà davvero unica.
 
L'ospedale di Msf a Port au Prince nel pericolosissimo quertiere di Martissant (foto A.Grandi/PeaceReporter)Il lavoro della base. Un esempio per tutti il lavoro di Medecins sans frontieres: arrivati in Haiti per fronteggiare l'emergenza sanitaria di una guerra civile, stanno oggi meditando di lasciare Haiti per occuparsi di situazioni più gravi, mentre i vari centri ospedalieri da loro aperti, da ospedali di guerra si stanno trasformando in affollatissimi ambulatori.
Nel caso di Msf l'abbandono di Haiti pare certo, questa organizzazione internazionale non ha come fine quello di sostituire i ministeri della salute locali, ma ad Haiti questi volontari hanno lasciato un di tale segno di efficenza che ispirerà i futuri piani sanitari del Governo haitiano.
Nonostante i tanti segnali positivi, Haiti ha bisogno ancora di alcuni anni di duro lavoro, la pace non è ancora una certezza, la miseria è francamente terribile, si vive di poco lavoro e di grandi e piccole elemosine, l'industria non esiste nemmeno nei propositi, ma il fondo sembra essere stato toccato e da un anno Haiti cerca di tornare a galla.
Parole chiave: Alessandro Grandi, haiti, Pace, Guerra
Categoria: Diritti, Politica, Popoli
Luogo: Haiti