03/10/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



L'attacco di sabato ai peacekeepers dell'Unione Africana rischia di far collassare il processo di pace

Sabato scorso, un gruppo di mille uomini armati ha attaccato una base dell'Amis, la missione dell'Unione Africana in Darfur, uccidendo dieci peacekeepers e ferendone altrettanti. Si tratta del peggior attacco subìto dal contingente di pace dal suo arrivo nel Paese, nel 2004. E mentre continuano le indagini sui responsabili, il governo di Khartoum e i ribelli si accusano a vicenda. Un pessimo viatico per la conferenza di pace prevista per fine ottobre a Tripoli.


Un veicolo dell'Amis distrutto presso la base di HaskanitaRaid. L'attacco alla base di Haskanita, nel nord del Darfur, è cominciato alle 19.30 di sabato ed è proseguito fino alle 4.00 del mattino, quando i 165 berretti verdi sono stati sopraffatti dopo aver finito le munizioni. Gli assalitori sono entrati nella base, saccheggiando le caserme e rubando armi e automezzi, prima di fuggire con una quarantina di ostaggi, rilasciati nelle ore successive. “Le vittime sono dieci i e feriti nove, sei dei quali in condizioni gravi – riferisce a Peacereporter Moussa Alzouma Hamani, portavoce dell'Amis – Sei soldati sono ancora dispersi, mentre gli altri sono riusciti a raggiungere la base di El Daien, a 90 km da Haskanita”. I governi di Senegal e Nigeria hanno fatto rientrare la minaccia iniziale di rimpatriare in contingenti in forza all'Amis, ma non per questo le prospettive di pace sono migliorate. “Mi auguro che i berretti verdi non lascino il Darfur – dichiara a PeaceReporter Mahmoud Suleiman, membro del braccio politico dei ribelli del Justice and Equality Movement – perché sono gli unici che, tra mille difficoltà, sono riusciti a fornire un minimo di assistenza ai civili”. Ma le dichiarazioni del capo della missione, il generale nigeriano Martin Luther Agwai, il quale martedì ha dichiarato che i suoi uomini non possono competere con milizie e gruppi ribelli a livello di armi e contingenti, sono una preoccupante ammissione di impotenza.

Colpevoli. Se la dinamica degli scontri di sabato non è del tutto chiara, ancor meno lo sono le responsabilità, tanto che l'Onu ha evitato per ora di adottare alcuna risoluzione al Consiglio di Sicurezza. Il Jem, che per bocca di Suleiman ha negato qualsiasi coinvolgimento nell'azione, accusa le truppe sudanesi, che nelle ultime settimane avrebbero ammassato truppe proprio nell'area della base, ma i sospetti maggiori si sono incentrati su due frange ribelli del Jem e del Sudan Liberation Army, il secondo gruppo ribelle più importante del Darfur. Più che per sabotare i colloqui di pace, previsti per il prossimo 27 ottobre in Libia, l'attacco sembra essere una “vendetta” nei confronti dell'Amis, vista negli ultimi mesi come alleata del governo sudanese. “L'esercito sudanese ha bombardato più volte l'area di Haskanita nelle ultime settimane, senza che l'Amis facesse nulla”, rivela a PeaceReporter Eric Reeves, analista politico statunitense ed esperto del Darfur. Un avvertimento più che esplicito anche per l'Unamid, la missione congiunta Onu-Ua che prenderà il testimone dell'Amis a fine dicembre.

Peacekeepers dell'AmisColloqui. Gli assalitori avrebbero agito a insaputa delle leadership dei due gruppi, frazionatisi nell'ultimo anno in almeno dieci formazioni in lotta tra loro. “Molte di queste schegge impazzite non hanno neanche truppe sul campo – prosegue Suleiman – ma il dichiararsi in guerra fa gioco ad alcuni politici, che vengono invitati ai colloqui di pace acquisendo legittimità”. Un frazionamento che ha danneggiato l'immagine dei ribelli in vista dei colloqui e una vittoria strategica per Khartoum, che ha avuto gioco facile nell'accusare per l'attacco di sabato l'Onu, colpevole di non aver imposto sanzioni nei confronti dei ribelli.
I colloqui di pace di Tripoli nascono sotto i peggiori auspici anche per Mahmood Mamdani, analista politico africano e professore alla Columbia University di New York: “I colloqui sono utili se accompagnati da incontri preparatori tra le parti che non ci sono stati – dichiara a PeaceReporter –. Se i ribelli e l'Ua non si parleranno prima della fine di ottobre, difficilmente da Tripoli verrà fuori qualcosa di buono”.

 

Matteo Fagotto

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