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Sabato scorso, un gruppo di mille uomini armati ha attaccato una base dell'Amis, la missione dell'Unione Africana in Darfur, uccidendo dieci peacekeepers e ferendone altrettanti. Si tratta del peggior attacco subìto dal contingente di pace dal suo arrivo nel Paese, nel 2004. E mentre continuano le indagini sui responsabili, il governo di Khartoum e i ribelli si accusano a vicenda. Un pessimo viatico per la conferenza di pace prevista per fine ottobre a Tripoli.
Raid. L'attacco alla base di Haskanita, nel nord del Darfur, è cominciato alle 19.30
di sabato ed è proseguito fino alle 4.00 del mattino, quando i 165 berretti verdi
sono stati sopraffatti dopo aver finito le munizioni. Gli assalitori sono entrati
nella base, saccheggiando le caserme e rubando armi e automezzi, prima di fuggire
con una quarantina di ostaggi, rilasciati nelle ore successive. “Le vittime sono
dieci i e feriti nove, sei dei quali in condizioni gravi – riferisce a Peacereporter Moussa Alzouma Hamani, portavoce dell'Amis – Sei soldati sono ancora dispersi, mentre gli altri sono riusciti a raggiungere
la base di El Daien, a 90 km da Haskanita”. I governi di Senegal e Nigeria hanno
fatto rientrare la minaccia iniziale di rimpatriare in contingenti in forza all'Amis, ma non per questo le prospettive di pace sono migliorate. “Mi auguro che i
berretti verdi non lascino il Darfur – dichiara a PeaceReporter Mahmoud Suleiman, membro del braccio politico dei ribelli del Justice and Equality Movement – perché sono gli unici che, tra mille difficoltà, sono riusciti a fornire un
minimo di assistenza ai civili”. Ma le dichiarazioni del capo della missione,
il generale nigeriano Martin Luther Agwai, il quale martedì ha dichiarato che
i suoi uomini non possono competere con milizie e gruppi ribelli a livello di
armi e contingenti, sono una preoccupante ammissione di impotenza.
Colloqui. Gli assalitori avrebbero agito a insaputa delle leadership dei due gruppi, frazionatisi
nell'ultimo anno in almeno dieci formazioni in lotta tra loro. “Molte di queste
schegge impazzite non hanno neanche truppe sul campo – prosegue Suleiman – ma
il dichiararsi in guerra fa gioco ad alcuni politici, che vengono invitati ai
colloqui di pace acquisendo legittimità”. Un frazionamento che ha danneggiato
l'immagine dei ribelli in vista dei colloqui e una vittoria strategica per Khartoum,
che ha avuto gioco facile nell'accusare per l'attacco di sabato l'Onu, colpevole
di non aver imposto sanzioni nei confronti dei ribelli.
Matteo Fagotto