In Perù sono in corso ben 35 conflitti sociali fra i minatori e le compagnie di estrazione
Il
Perù è, ad oggi, teatro di ben 35 conflitti sociali. Sui fronti opposti le
comunità che abitano le zone minerarie e le compagnie private, protette dallo
Stato. La causa prima è
l'inquinamento ambientale che mette a rischio l'agricoltura e la
salute della gente, ma non mancano proteste per le pessime condizioni di lavoro
imposte ai minatori. A raccontarci come stanno le cose è Mauro
Morbello, che da anni vive in Perù e segue da vicino il mondo
delle miniere e dei suoi lavoratori.
scritto per noi da
Mauro Morbello*
Alle
popolazioni residenti nelle zone minerarie del Perù spettano
ben pochi benefici derivanti dallo sfruttamento delle risorse. Esiste
il cosiddetto canone, pagato dalle imprese e ridistribuito nelle
località e regioni di estrazione ed alcune “regalie”. Ma
in effetti si tratta di ben poca cosa rispetto agli enormi margini di
profitto che le imprese multinazionali portano fuori dal paese,
soprattutto in quest'epoca di prezzi internazionali alle stelle. Di
fronte a una marginale e non equa ridistribuzione dei benefici, alle
popolazioni locali spetta invece la piena ricaduta degli effetti
collaterali negativi legati a uno sfruttamento spesso incontrollato
delle risorse. È triste constatare il livello di inquinamento
e in alcuni casi addirittura di sfacelo ambientale che colpisce molte
aree minerarie. Un caso emblematico è la cittadina di La
Oroya, 180 km da Lima, 35.000 abitanti, nelle Ande a 3.800 mt di
altitudine. La Oroya è un enorme centro minerario dove dal
1997 opera la impresa americana Doe Run. E` la sesta località
più inquinata al mondo secondo i dati dell`Istituto Blacksmith
di New York, preceduta solo da città cinesi, indiane e
dell`Azerbeigian. All`Oroya il 97% dei bambini tra i sei mesi e i sei
anni ha piombo nel sangue e la popolazione soffre di livelli di
antimonio e di cadmio rispettivamente di 30 e 6 volte superiori ai
livelli normali.
Miniere,
ricchezza e povertà. Il Perù è il primo
produttore al mondo di argento, il terzo di zinco e stagno, il quarto
di piombo e il quinto produttore d`oro. Nonostante questa ricchezza
oltre il 50% della popolazione peruviana, spesso proprio quella che
vive nelle zone minerarie, è povera e deve frequentemente
affrontare situazioni di forte abbandono. In un'epoca di massimi
storici per le materie prime, il settore minerario peruviano ha
esportato nel 2006 una cifra record di 14.715 milioni di dollari,
corrispondente al 60 percento delle esportazioni totali e al 6 al
Prodotto Nazionale Lordo. L'attività mineraria ha però
assorbito solo circa l'1 percento della popolazione economicamente
attiva del paese. Il settore offre infatti poco lavoro e lo offre
male. Le privatizzazioni promosse negli anni ’90 dal governo
Fujimori permettono ancora oggi alle imprese minerarie che operano in
Perù, la maggioranza delle quali straniere, di fare
praticamente quello che vogliono con il personale. Circa il 70
percento dei minatori peruviani non sono infatti propriamente
dipendenti delle imprese, bensì assunti in maniera indiretta
attraverso i cosiddetti. “services”, moderne forme di capolarato
molto diffuse. In questo modo i lavoratori non beneficiano né
del livello di retribuzione, né delle garanzie e tutele minime
che spetterebbero loro se fossero assunti formalmente dall'impresa
mineraria. Sono gestiti in maniera “flessibile” e, nel caso
tentino di organizzarsi, sono rimpiazzati da altri lavoratori più
“disponibili”.
Autodeterminazione.
E` in questo contesto di oggettivo malessere che da mesi si
susseguono forti proteste in varie zone del Perù da parte di
minatori che richiedono un miglioramento delle proprie condizioni di
vita e di lavoro. Ma la vera novità dell'ultimo periodo è
l'estensione della protesta alle comunità locali nel loro
insieme, spesso prima ancora che inizi l'attività estrattiva.
La preoccupazione che motiva queste nuove forme di resistenza delle
comunità, a fronte di un generale immobilismo delle autorità
governative, trae spunto dalle numerose esperienze che hanno
dimostrato l'iniquità nella redistribuzione dei benefici in
parallelo a una progressiva distruzione delle condizioni ambientali
di origine che rappresentano la fonte di sostentamento ancestrale
delle popolazioni. Molte comunità locali hanno preso coscienza
del problema aumentando la propria capacità organizzativa,
dovendo spesso affrontare forti pressioni esterne. Un esempio di
particolare rilievo di questo nuovo fenomeno è stato il
referendum di domenica 16 settembre, in tre comunità rurali
andine dell'alto Piura, nord del Perù. Il quesito, sottoposto
alla popolazione da parte di un comitato locale, considerava la
possibilità di votare a favore o contro il progetto promosso
dell'impresa mineraria Majaz, con sede a Londra, che aveva iniziato
attività esplorative nella zona senza aver consultato né
ricevuto il consenso della popolazione. Il risultato è stato
lapidario: oltre il 90 percento dei votanti, circa 20.000 persone, ha
manifestato di voler rifiutare il progetto. Non si tratta di un
verdetto vincolante per le autorità governative, che
dovrebbero rilasciare i permessi e che non hanno preso di buon grado
l`iniziativa. È comunque un risultato che dovrebbe far loro
riflettere.