02/10/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Storia di un giornalista birmano dissidente. Da 10 anni lontano dal suo Paese. Perchè non poteva scegliere
di gianluca Ursini
 
manifestazioni di appoggio a Aung San Suu Kii a BangkokEsiliato “Sono scappato dalla Birmania nel 1997. Perché non potevo più fare il giornalista lì. Perché tutti i miei pezzi venivano rifiutati, perché non mi adeguavo alle versioni di propaganda imposte dal regime. Andai a Bangkok, a lavorare per una agenzia per la quale scrivevo appunto le cose che la censura del regime non mi permetteva di pubblicare da Rangoon”. Questa è la storia di M.A., un giornalista 42enne che vive da 10 anni in esilio, lontano dal suo Paese. Una nazione incantevole e ricca di gemme preziose, gas, petrolio, e legname pregiato, la Birmania, che in 42 anni in mano ai militari della Giunta socialista al potere è diventato uno dei più arretrati del Sud est asiatico con il Laos, peggio della arretrata Indonesia. E con una casta ricchissima al potere: tutti gli uomini in divisa e i loro burocrati e dipendenti statali.
 
brucia una immagine del dittatore Than Shwe"Inoltrare via Fax alla commissione censori" “Dopo 4 anni in Thailandia mi hanno chiamato a lavorare per la stessa agenzia che ha messo su un servizio composto da noi dissidenti birmani ad Oslo in Norvegia, vivo lì dal 2001, lavoro per Democratic Voice of Burma (organo dei dissidenti ni esilio e principale veicolo d'informazione nei giorni della repressione violenta della protesta di Rangoon, ndr)  –continua M.A. - e certi aspetti della vita birmana non mi mancano. Il ministero dell’Informazione del regime per esempio, e la loro commissione per la censura. Devono vagliare tutti gli articoli che verranno pubblicati nel Paese, su tutte le riviste… I quotidiani? Baf! (sbuffa nella cornetta del telefono con astio) per scrivere su di un quotidiano bisogna essere giornalisti vicini al regime, per i quali non c’è bisogno della commissione di Censura.. Gli unici due quotidiani del Paese, ‘New Light of Myanmar’ e ‘Myra’, sono in mano ai militari. Sulla stampa quotidiana non farebbero in tempo a esercitare la censura.. mi ricordo che dovevamo inviare con anticipo i nostri articoli via fax. Si immagina a lavorare così in un quotidiano, con i tempi convulsi che abbiamo noi giornalisti? Io provavo a collaborare con le riviste, ce ne sono parecchie in Birmania, ma, viste le idee che mettevo nei miei articoli,,, non me ne hanno mai pubblicato uno! (ride di gusto e a lungo).. Certo non potevo pensare di vivere di giornalismo.. Come me molti altri dissidenti provavano a scrivere, e si procuravano dei lavori alternativi.. ma per me i problemi cominciarono ad aggravarsi: visto che dalla commissione censura spargevano la voce sui miei articoli contro la Giunta, non riuscivo più a trovare un lavoro.. Nessuno era disposto a rischiare.
  
militari dispiegati per le strade di RangunSei anni di carcere Tutti i miei compagni di lotta invece, facevano gli insegnanti nel tempo libero, e ogni tanto scrivevano su quel che stava facendo il regime al Paese, poi distribuivamo magari le riviste pubblicate da noi stessi. Siamo andati incontro a un po’ di problemi per queste pubblicazioni.. io sono andato in carcere diverse volte, con le motivazioni.. oh, le motivazioni non contano davvero in una dittatura.. te ne trovano ogni volta di diverse, quante ne vuoi “distribuzione di materiale sovversivo” “tradimento della Patria”, “pubblicazioni illegali”; in tutto, a 32 anni avevo già collezionato 6 anni di reclusione a Insein, la famigerata prigione fuori Rangoon dove erano destinati gli oppositori politici del regime. No, vi assicuro che non era una vita facile a Insein. In sei anni ho subito ogni tipo di minacce, pressioni e torture. Sì, torture.. sia psicologiche che fisiche. Tutte quelle che uno si può immaginare. Ma parlare di torture al telefono non è una cosa che mi piace, se voi di PeaceReporter ci verrete a trovare qui a Oslo magari ne parleremo davanti a una birra….”

manifestazione pro-Birmania a ManilaLa stima e la solidarietà di PeaceReporter, va  a M. A. e ai suoi colleghi. Con la speranza che la loro attività frenetica a veicolare notizie sulle sporche attività della Giunta dittatoriale e la cura nel riportare la realtà sulle manifestazioni organizzate dai loro compagni di protesta negli ultimi 14 giorni, possano essere servite a vedere un giorno tornare libere elezioni e libertà di espressione in quel bellissimo, tormentato paese.

Gianluca Ursini

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