Gli azionisti della Bhp Billiton chiedono alla compagnia di non estrarre più uranio
Con profitti aumentati del 27 percento in un anno e un valore dei titoli passato
da 25 a 45 dollari, alla prossima riunione degli azionisti dell'australiana Bhp
Billiton ci si potrebbe aspettare un clima di festa. Invece, la più grande compagnia
mineraria al mondo potrebbe trovarsi a fronteggiare una “rivolta” da parte di
un gruppo di azionisti che vorrebbe vedere la Bhp abbandonare l'estrazione dell'uranio,
un business sempre più redditizio ma secondo loro eticamente sbagliato.
L'iniziativa. John Poppins, un ingegnere in pensione che con la sua famiglia controlla azioni
della Bhp per oltre un milione di dollari australiani (circa 623mila euro), sta
raccogliendo firme per la petizione da presentare all'ordine del giorno nella
riunione degli azionisti, prevista a novembre ad Adelaide. Finora ne ha ottenute
60 sulle 100 necessarie. “L'incredibile successo commerciale della Bhp Billiton,
e la sua importanza sul mercato, portano con sé un ugualmente importante obbligo
morale di mostrare la sua leadership sulle questioni della produzione dell'uranio
e della proliferazione nucleare”, ha detto Poppins.
Periodo d'oro. La Bhp Billiton vende uranio a mezzo mondo, dall'Europa agli Stati Uniti, dalla
Corea del Sud al Giappone. E in futuro magari anche a Russia e India, con il
benestare del governo australiano. Nel sud dell'Australia, la compagnia controlla il più vasto deposito
di uranio al mondo, con due milioni di tonnellate di ossido di uranio nel sottosuolo,
per un valore di oltre 700 milioni di euro. Come per tutte le industrie minerarie,
questo è un periodo d'oro. I prezzi dei metalli, trainati dalla crescita delle
economie asiatiche, sono ai massimi. E la domanda di uranio, di cui l'Australia
possiede il 40 percento delle riserve mondiali, è sempre più forte: messi di fronte
a prezzi di gas e petrolio ai picchi storici, molti Paesi stanno pensando di puntare
sulle centrali nucleari. Anche perché l'atomo produce poche emissioni nocive,
rispetto alle forme tradizionali di energia. Ma Poppins non è d'accordo neanche
con questo: “Le affermazioni secondo cui l'uranio non produce biossido di carbonio
ignorano completamente i costi delle attività di estrazione, costruzione delle
centrali elettriche, protezione e stoccaggio delle scorie”, ha detto il leader
degli azionisti “ribelli”.