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La soddisfazione. “Le proiezioni sono chiare. La
vittoria dei cittadini è indubbia. Mi si consenta, con il
permesso degli ecuadoriani, di felicitarmi con i candidati dell'Ap
per la straordinaria campagna svolta”. Queste le parole che Correa
ha espresso di getto dal Palacio de Carondelet, sede dell'Esecutivo.
“Oggi, si concretizzano formalmente le speranze del cambiamento
urgente di cui la patria ha bisogno. Il popolo ecuadoriano ha vinto
la madre di tutte le battaglie. E lo ha fatto in maniera
schiacciante”, ha aggiunto. Toni trionfali, dunque, dettati anche
dal conteggio rapido eseguito dall'organizzazione non governativa
Participacion Ciudadana, basato sulle intenzioni di voto. E non solo.
Sin dal principio, gli exit polls davano 15 dei 24 seggi all'Ap e un
amplio dominio nelle 22 province del paese.
Tutto in regola. Una vittoria indiscutibile per il
presidente amico di Chavez e Morales, malvisto dagli Stati Uniti e ammirato dagli
emarginati e da tutte le minoranze indigene del
continente, e uno dei più gravi
colpi inferti ai partiti politici tradizionali, che vacillano
increduli. “La partitocrazia”, che per Correa è la causa
di tutti i mali, non potrà fare altro che sedersi e guardare
il paese che si trasforma. Sempre che i risultati finali non
tradiscano i primi conteggi. Per saperlo, occorre aspettare ancora
molti giorni, anche se il Tribunal supremo electoral
promette di pubblicare in tempo reale i risultati degli scrutini.
Buoni propositi. Intanto, i
candidati dell'Ap, freschi di vittoria, hanno già annunciato
che la prima misura che adotteranno sarà quella di sospendere
o chiudere il Parlamento. “Adesso, il Congresso possiede l'1
percento di credibilità, quindi ha perso ogni legittimità.
La gente ha chiesto, a gran voce, che il Congresso se ne vada a
casa”, ha spiegato una delle candidate, Monica Chunji. Questo anche
per evitare quanto accadde nel 1998, al tempo della passata
costituente che ha dato vita all'attuale Carta costituzionale, quando
il Congresso ostacolò il lavoro dei costituenti. Dichiarazione
che sta provocando non poche polemiche. Il presidente del Congresso,
infatti, ha precisato che una democrazia non può funzionare
senza il parlamento. Stella Spinelli