A Istanbul riprende il processo Dink. Parla Etyen Mahcupyan, nuovo direttore di Agos
scritto per noi da
Andrea Giambartolomei
Il processo contro l'assassino del giornalista Hrant Dink e i presunti mandanti
del delitto è ricominciato oggi a Istanbul, dopo tre mesi di pausa. Intanto Agos, il giornale turco-armeno fondato da Dink, continua a lavorare nonostante le
minacce che riceve periodicamente. Andrea Giambartolomei, che quest'estate ha
svolto uno stage presso la redazione del quotidiano turco Hurriyet, ha intervistato Etyen Mahçupyan, il nuovo direttore di Agos, alla vigilia della ripresa del processo.

La strada che dal centro di Istanbul porta alla redazione di
Agos è segnalata da una serie di adesivi rovinati e scoloriti dal sole. Hanno il
volto di Hrant Dink e ricordano ai passanti l'inizio del processo al suo assassino
e ai complici, lo scorso 2 luglio.
Agos è un giornale bilingue, turco e armeno, fondato da Dink nel 1996 per dare una
voce alla sua comunità e favorire l'integrazione e il dialogo. Davanti al palazzo
che ospita la redazione, sul marciapiede dove l'assassino ha sparato a bruciapelo,
non c'è nessun mazzo di fiori né una targa a ricordare la sua morte. Non c'è neanche
un'insegna a indicare la presenza degli uffici del giornale.
Nella redazione si entra con facilità, anche perché il poliziotto che dovrebbe
sorvegliare è intento a fare altro. Al primo piano troviamo Etyen Mahçupyan, il
nuovo direttore di Agos e successore di Dink. Per questo suo ruolo ha assistito dal vivo al processo,
diventando uno dei pochi giornalisti a seguirne lo svolgimento.
Hrant Dink è stato ucciso da un minorenne proveniente da Trabzon, Ogun Samast,
senza occupazione e con qualche problema di droga. Tre colpi alla nuca, da dietro.
Al processo, con lui c'erano altri 17 complici sospetti. Tra loro Yasin Hayal
e Erhan Tuncel. Entrambi hanno dichiarato di aver lavorato come informatori per
la polizia, spiegandone le connessioni. Durante l'inchiesta il governatore e il
questore di Trabzon sono stati rimossi per negligenza. La foto diffusa dopo l'arresto
di Samast, con il giovane che regge la bandiera turca tra i poliziotti, aveva
fatto scalpore suscitando dubbi sui legami tra polizia, assassino e complici.
Il concetto dello “Stato profondo” ricorre anche nelle parole di Mahçupyan. “A
sostegno della tesi dello 'Stato profondo' – dice Mahçupyan – ci sono 12 o 13
rapporti inviati dalla polizia di Trabzon ad Ankara in cui si cita Dink e si afferma
che qualcosa era stato pianificato: la polizia sapeva ma non ha fatto niente.
Sappiamo già che c'è una connessione tra queste gang e parti della burocrazia,
che le proteggono. Molti poliziotti e militari coinvolti sono stati chiamati a
giudizio. Alcuni accusati (tra cui Hayal) sono membri del Bbp, il partito della
Grande Unione, nazionalista e di estrema destra”.
Perché è stato ucciso proprio Dink?
“Non sappiamo se si tratta di una parte di un grande piano. L'omicidio è avvenuto
in un contesto speciale: le elezioni presidenziali di aprile si avvicinavano e
secondo alcuni l'Akp, riformista e filo-europeista, necessitava di uno stop in
quel periodo. Per queste ragioni ci sono state diverse manipolazioni per impedire
all'Akp di governare e permettere all'esercito di prendere il potere. Sul sito
delle forze armate era stato pubblicato un memorandum con le linee guida per le
azioni e una conferenza tenuta all'Hudson Institute, dove è stata presa in considerazione la possibilità di un colpo di stato con
tanto di invasione del Kurdistan iracheno, una bomba a Beyoglu (il centro 'mondano'
di Istanbul, ndr) e l'assassinio di un giudice come pretesti per un'azione dei
militari.
L'omicidio di Hrant Dink ha intimidito i giornalisti di Agos nel loro lavoro?
“No, anzi. Ora siamo più coraggiosi per la rabbia e perché siamo circondati da
amici. È più facile lavorare in queste condizioni”.
Ricevete ancora minacce dagli ultra-nazionalisti?
“A volte riceviamo lettere e mail anonime. Dopo l'omicidio Dink alcune cose sono
cambiate. Abbiamo un poliziotto all'ingresso, anche se non è abbastanza per fermare
i malintenzionati”.
Il partito del premier Recep Tayyip Erdogan, dopo la netta vittoria del 22 luglio,
ha insediato Abdullah Gul alla presidenza della Repubblica. Per quanto riguarda
il processo, può cambiare qualcosa?
“È un partito democratico. I membri sono musulmani e democratici, conservatori
per quanto riguarda la sfera privata, ma liberali per quella pubblica. Per questa
ragione molti armeni hanno votato per l'Akp. Forse proprio per il loro essere
musulmani possono aiutare le minoranze: sanno cosa vuol dire vivere nelle restrizioni.
Le scelte del primo ministro conteranno molto, ma anche la partecipazione della
società civile. Una parte è ancora distante, come le associazioni di uomini d'affari.
Se loro si impegnassero si potrebbe fare qualche cosa in più, i media darebbero
più attenzione al processo e ci sarebbe più pressione. In passato i turchi hanno
avuto la possibilità di cancellare gli orrori dello 'Stato profondo' e hanno perso
tutte le occasioni. Questa è una buona occasione per cancellarlo e per dare supporto
alla famiglia Dink”.