Secondo le ultime stime le vittime del terremoto e del maremoto che ha colpito l'Asia meridionale e l'Africa orientale sarebbero circa 225mila.
La catastrofe si è abbattuta su paesi che vivono tra mille difficoltà e che conoscono
una realtà di guerra e distruzione.
SRI LANKA: Per il momento sono 30.880 le vittime accertate della catastrofe. Il Paese è
da anni teatro di un conflitto tra il governo, che rappresenta la maggioranza
cingalese della popolazione di fede buddista, e il movimento guerrigliero delle
Tigri che appartiene alla minoranza Tamil di credo induista. Negli ultimi vent'anni
si calcola che siano morte 65mila persone e che almeno un milione di civili sia
stato costretto ad abbandonare la propria casa.
INDONESIA: Le vittime accertate del maremoto sono oltre 166mila, ma una stima precisa forse
non sarà mai possibile. Sono almeno tre i conflitti che insanguinano il Paese.
Nella provincia di Iran Jaya, detta anche Papua Occidentale, dal 1969 a oggi sono
almeno 100 mila i morti causati dalla lotta tra esercito indonesiano (appoggiato
da gruppi paramilitari) e il gruppo separatista Movimento Papua Libera. Nelle
isole Molucche e nella provincia di Sulawesi ci sono forti tensioni tra la maggioranza
musulmana e la minoranza cristiana della popolazione. I miliziani musulmani sono
sostenuti dall'esercito governativo: secondo fonti ufficiali il conflitto avrebbe
causato la morte di 10mila persone, mentre fonti indipendenti parlano addirittura
di 100mila vittime in quarant'anni di conflitto. Gli scontri nella regione, solo
nel 2003, hanno provocato l'esodo di almeno 200 mila profughi. La provincia islamica
dell'Aceh - la più colpita dallo tsunami - dagli anni Sessanta a oggi, è teatro
di un conflitto sanguinoso tra l'esercito regolare indonesiano e il movimento
separatista per l'Aceh libero (Gam). Le vittime sono oltre 10mila, tra cui molti
civili.
THAILANDIA:E' stata confermata la morte di oltre 5.300 persone. La presenza di una minoranza
musulmana nella parte meridionale del Paese - a maggioranza buddista - continua
a creare dei gravissimi problemi. L'esercito reprime regolarmente con la violenza
ogni richiesta di autonomia e sono frequenti gli attentati dei radicali islamici
contro buddisti. Le violenze si sono intensificate nell'ultimo anno, causando
la morte di almeno 550 persone.
MYANMAR (EX-BIRMANIA): Secondo le stime della giunta sarebbero 64 le persone che hanno perso la vita
e una ventina quelle disperse a causa del sisma. Tuttavia le vittime potrebbero
essere molte di più: almeno mille i morti e decine di migliaia coloro che hanno
bisogno di assistenza secondo fonti indipendenti. I militari al potere infatti
starebbero nascondendo la realtà del disastro, impedendo agli osservatori stranieri
di visitare le zone colpite. Nel Myanmar l'esercito governativo combatte contro
una serie di gruppi separatisti che sono espressione di minoranze della popolazione. Difficile
stabilire il numero delle vittime a causa dell' isolamento in cui sono tenute
vaste zone del Paese chiamate black area.
BANGLADESH: Sarebbero due le vittime del maremoto del 26 dicembre scorso. Il Paese vive un
confronto duro tra il governo e le opposizioni, mandanti entrambi di gravi abusi
contro civili. L'esecutivo viene accusato
di corruzione e inefficienza e, soprattutto, di reprimere le voci critiche con
mezzi poco democratici. L'11 dicembre scorso leopposizioni hanno organizzato una catena umana di protesta contro il governo
lunga 900 chilometri. Il Paese vive il dramma della carestia da settembre a novembre
e delle inondazioni durante la stagione monsonica.
INDIA: L'ultimo bilancio delle vittime della catastrofe riporta circa 11 mila morti:
quasi 9mila nel sud del Paese (soprattutto nel Tamil Nadu) e 1.900 nelle isole
Nicobare e Andamane, dove tra l'altro ci sono anche 5.500 dispersi.
Il Paese è attraversato da fortissime tensioni socio-politiche con almeno quattro
gravi situazioni di conflitto. La situazione di crisi più nota è quella del Kashmir:
dal 1947 a oggi sono tre le guerre che hanno contrapposto India e Pakistan, che
si contendono la sovranità sulla regione al confine tra i due Paesi.
L'esercito e la polizia indiana dello stato nord-occidentale del Jammu-Kashmir
combattono diverse fazioni di guerriglieri indipendentisti islamici (appoggiati dal Pakistan). Alcuni
di questi ultimi si battono per l'indipendenza dall’India, altri per la totale
annessione al Pakistan.
Solo negli ultimi quindici anni, il conflitto avrebbe causato la morte di 66
mila persone, mentre secondo fonti kashmire sarebbero almeno 100mila i morti,
in prevalenza civili del Kashmir.
Nello stato occidentale del Gujarat, dal 1947 a oggi, ci sono scontri religiosi
tra gli hindu sostenuti dal partito nazionalista indiano (BJP) e i musulmani (appoggiati
dal Pakistan). Il conflitto ha causato 2 mila 500 morti solo nel 2002. Altra zona
calda è quella degli stati nord-orientali, cioè quelli di Assam, Nagaland, Tripura,
Manipur e Mizoram. Si fronteggiano forze governative indiane (appoggiate dai militari
del
Myanmar) e gruppi separatisti (appoggiati dal Bangladesh e dal Pakistan). Dagli
anni Settanta a oggi, il conflitto ha causato la morte di circa 11 mila persone.
C'è grande tensione anche negli stati centrali poveri della Federazione indiana:
in Andhra Pradesh, Orissa, Madhya Pradesh e Mahrashtra sicombattono le forze governative indiane e i paramilitari filogovernativi delle
Tigri Verdida da una parte e i guerriglieri d'ispirazione maoista, noti come Naxaliti,
dall'altra. Questo conflitto ha ucciso più di 6 mila persone negli ultimi venticinque
anni.
MALAYSIA: Sono 68 le vittime accertate del maremoto.
Dopo l'11 settembre il governo ha aderito alla 'guerra contro il terrorismo'
e arrestato decine di presunti 'radicali islamici'. Le condizioni carcerarie imposte
spesso sono durissime e violano i diritti fondamentali dei detenuti. Nell'ultimo
anno è aumentata la tensione con il governo thailandese che accusa la Malaysia
di sostenere i guerriglieri musulmani che agiscono al confine.
STATI AFRICANI
Situate ad oltre quattromila chilometri dall’epicentro del terremoto, le coste
africane sono state colpite dalle onde dello tsunami con un certo ritardo rispetto
a quelle asiatiche. Così le autorità di Kenya, Mauritius, Reunion, Seychelles
e Somalia, hanno potuto avvertire le popolazioni della costa dell’inondazione
imminente.
SEYCHELLES: E' morta una persona e molte infrastrutture sono andate distrutte. Il presidente
James Michel ha istituito un comitato per le emergenze per coordinare gli sforzi
di evacuazione delle zone costiere.
Le Seychelles sono un arcipelago indipendente dal 1976. Da allora hanno affrontato
momenti difficili, come invasioni di mercenari e diversi colpi di stato.
KENYA: Una persona è morta. Le autorità hanno fatto in tempo ad allertare la marina militare e ad evacuare
le spiagge e i villaggi più vicini alle coste. Nella sola Mombasa sono state allertate
oltre 10 mila persone, gran parte delle quali erano turisti.
TANZANIA: Le onde hanno ucciso 10 persone, giovani tra i dieci e i vent'anni che sono
affogati mentre stavano nuotando al largo della città portuale di Dar es Salaam.
SOMALIA: Il bilancio peggiore in Africa è quello della Somalia, dove l’onda ha colpito
duramente la parte nord orientale del paese, in particolare nella regione semi-autonoma
del Puntland. Al momento sono stati recuperati i corpi di 300 persone. L’acqua
in certi punti si è spinta fino a tre chilometri nell’entroterra sommergendo interi
villaggi. Nella capitale Mogadiscio non si sono registrate vittime, ma una ottantina di chilometri a sud, nei pressi della città di Merca, si sono rovesciati
anche 27 pescherecci. La Somalia si trova in stato di guerra civile dal 1991, anno in cui fu cacciato
il dittatore Siad Barrè. Nella guerra tribale che è seguita sono già morte oltre 5mila persone, mentre altri 2 milioni sono gli sfollati.
L’anarchia e le battaglie hanno distrutto anche gran parte delle infrastrutture
del paese, al punto che il governo di unità nazionale appena formato è costretto ad operare dal Kenya per mancanza
di edifici e carenza di sicurezza. L’ex territorio somalo oggi è diviso fra Somalia,
Regione semi-autonoma del Puntland e regione indipendente del Somaliland.
red