29/09/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Smentite le voci di un dissenso nella Giunta. Mandalay finora 'salva', due Divisioni si fronteggiano. I monaci assediati
di gianluca Ursini
 
Mentre arriva l'inviato speciale Onu in una Rangoon molto quieta, che i generali vogliono rendere presentabile agli occhi del mondo, da Mandalay, si allarga la crepa nel regime, destinata a incrinare la reazione violenta decisa dal dittatore a capo della Giunta militare Than Shwe. La Divisione 99, lealista al Consiglio per la Pace e lo sviluppo (Council for Peace and Development), organo esecutivo fantoccio dei militari, ha preso posizione nella seconda città del Paese; intorno ai monasteri hanno isolato i monaci dagli altri manifestanti. Ma la Divisione 33 del generale Aung Thyat, che si era rifiutato di sparare sui monaci, non obbedisce agli ordini e non si ritira dalla città 'sacra', dove il buddismo e la presenza dei bonzi è la più alta di Birmania. Forse i militari disobbedienti stanno rimanendo a difesa dei monaci? Impossibile per ora saperlo: Mandalay è stata tagliata fuori da ogni comunicazione: Internet non funziona, i cellulari sono schermati, anche le linee fisse non governative sono state tagliate, tutte.
 
 
foto della Democratic voice of Burma, scontri di ieriMonaci isolati, Mandalay per ora ‘salva’ “L’accesso a tutti monasteri è stato bloccato; adesso a Mandalay sono arrivati i soldati della Divisione 99, che stanno bloccando l’accesso ai monasteri più importanti della città. Soprattutto quello di Phe Mai Gyi, dal quale erano partiti i monaci che giovedì hanno convinto i soldati della Divisione 33 a deporre le armi”; dalla sede in esilio indiana della Ncgub (National coalition government of the Union of Burma), il governo birmano in esilio, Zew Wyn Aung ci dà un resoconto di quanto sta succedendo a Mandalay in questi giorni. “A noi non risulta nessuna frattura nel regime: la Divisione 33 starebbe disobbedendo agli ordini senza che nessuno nella giunta appoggi una repressione non cruenta. Il generale Aung Thyat sta decidendo da solo di non attaccare nè i monaci, né gli altri manifestanti” ribadisce Wyn, vice segretario della Federazione dei sindacati della Council Union of Burma.
 
La Divisione 99 Anche loro stanno adottando un atteggiamento più 'conciliatore' e meno rude rispetto ai loro commilitoni di Rangoon, le famigerate Divisione 77 e la peggiore, la Divisione 66 agli ordini di Aung Thaung. "Hanno sparato solo per aria finora, una sola volta hanno usato dei lacrimogeni che però non sono esplosi; stanno però pestando molto duro, come sanno fare i militari birmani. Il primo giorno hanno sparato 11 salve consecutive per disperdere la folla nella piazza principale di Mandalay; undici spari per aria, e mai contro le persone, però. Poi hanno finto di caricare per disperdere la folla", raccontano a PeaceReporter alcuni dissidenti birmani in esilio.
 
ancora oggi folla per strada. Foto DvBAung Thyat E' il generale che ha imposto ai suoi uomini giovedì 27 di non sparare nei dintorni del monastero Phi Mae Gyi. In città è giunta venerdì 28 da Mei Kthila, guarnigione a tre ore di viaggio, la Divisione 99 che dovrebbe reprimere i manifestanti. Al momento i due battaglioni si confrontano attorno i principali luoghi sacri della città più ‘religiosa’ del paese, ma nessuno dei due schieramenti ha dato cenno di voler attaccare l’altro. “Mandalay è la città birmana dove i monaci hanno più monasteri, molti di questi monumenti storici, è impossibile per i militari arrestarli tutti. Per adesso li hanno isolati dal resto della popolazione” ci spiegano da DvB, arrischiando una loro interpretazione: “Forse hanno finora stroncato la resistenza di Rangoon e su Mandalay muoveranno più tardi”. "Per ora i militari si limitano a sparare per aria, ma non hanno mai tirato ad altezza uomo. Venerdì 28 sono stati tirati dei gas lacrimogeni in direzione della folla, ma senza conseguenze serie" ci spiegano dalla redazione di Democratic Voice of Burma, l'organo d'informazione dei dissidenti birmani in esilio.
 
l'inviato speciale Onu per la Birmania, il nigeriano Ibrahim GambariLa festa del regime Intanto per l’inviato Onu Gambari il regime ha preparato una festa, una contromanifestazione di fiancheggiatori del regime che inneggeranno alla giunta e cercheranno di screditare le manifestazioni dei giorni passati. La Giunta sta radunando per la serata di sabato tra le 30 e le 40mila persone nel Nord del paese, nello Stato Kochin, città di Myitkyina. Molti sarebbero stati pagati uno sproposito per la loro presenza, secondo i blogger dissidenti anche 500 khyat (5 euro al cambio ufficiale, meno di mezzo euro al mercato nero, il vero valore della valuta). La città si trova oltre 700 chilometri a nord di Rangoon, quasi al confine con la regione cinese dello Yunnan. Lontanissimo dall’ex capitale, dalle proteste. E sotto l’ala protettrice del vero alleato di militari, senza il quale non si potrà risolvere questa crisi: Pechino.

Gianluca Ursini

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