Scritto
per noi da
Fabrizio Incorvaia
I rom sono una
minoranza da sempre radicata nei balcani, in ogni città del
Kosovo c’è una Mahalla,
un quartiere ghetto
dove erano concentrate le minoranze rom, ashkali ed egizie. Il
quartiere di Mahalla a Mitrovica è adagiato lungo la riva del
fiume Ibar, nella zona sud della città a maggioranza albanese.
Prima della guerra un posto tranquillo, dove era concentrata una
nutrita comunità rom. I ritmi erano scanditi dal calendario
islamico e tutte le famiglie del quartiere partecipavano alle
cerimonie tradizionali.

Nel '99 incalzati
dagli indipendentisti kosovari i rom di Mitrovica furono costretti
ad abbandonare il loro quartiere. Dopo un lungo periodo di
manifestazioni, minacciati dagli slogan omofobi e razzisti decisero
di lasciare la propria casa per qualche giorno, prendendo
l’indispensabile, convinti di poter tornare di li a poco quando la
situazione si fosse normalizzata. Qualche giorno dopo le milizie
dell’UCK saccheggiarono e incendiarono Mahalla, alcuni dalla riva
nord del fiume assistettero impotenti alla distruzione della propria
casa, quelli che attraversarono il ponte per difenderla vennero
uccisi a sangue freddo. Pochi fortunati raggiunsero Belgrado e da lì
andarono in Europa dove ottennero lo status di profughi di guerra.
Molti si diressero a nord, nelle zone di Leposavic e Novi Pazar,
finirono presto nei campi profughi. Alcune centinaia si stabilirono
nella periferia nord di Mitrovica nell’area del complesso minerario
di Trepca.

Oggi nella
periferia est della zona nord, nei campi di Osterode e Cesmin Lug,
vivono oltre 500 persone in condizioni di miseria assoluta. Il campo
di Osterode recintato con filo spinato e sorvegliato costantemente
da operatori e vigilantes, al suo interno, nei lunghi capannoni in
lamiera vivono oltre 300 persone. Acqua corrente e i servizi igienici
sono insufficienti. Tutt’intorno gruppi di bambini scalzi, sporchi
e malvestiti gironzolano con carretti pieni di ferraglie,
trascinando lattine e piccoli pezzi di metallo trovati rovistando
nella spazzatura. L’ingresso è proibito a fotografi e
giornalisti. Poco distante c’è il campo di Cesmin Lug, un
cancello di ferro divelto apre la vista ai baracconi in legno e
lamiera. É incustodito e privo di servizi igienici. Circa 200
profughi rom vivono in condizioni disumane in baracche di fortuna.
Entrambi i campi si trovano a poche centinaia di metri dalla
discarica di fanghi industriali delle miniere di Trepca dove sono
stoccate migliaia di tonnellate di scorie minerarie ricche di piombo.
La montagna di rifiuti inquinanti contamina la zona con gravi
ripercussioni sulla salute dei profughi.

L’avvelenamento
da metalli pesanti è la prima causa delle patologie infantili,
molti bambini sono coperti di piaghe, altri sono vittime di gravi
ritardi mentali. Analisi effettuate nel 2004 in un ospedale serbo
hanno evidenziato alte percentuali di piombo nel sangue dei piccoli
rom di Osterode e Cesmin Lug. Il lento e costante avvelenamento
aggrava le già precarie condizioni di salute segnate dalla
malnutrizione e dai disagi della povertà. I rappresentanti
dell’Onu hanno riconosciuto che le condizioni di vita sostenute
dalle famiglie rom in questi campi “rappresentano un’affronto
alla dignità umana”. Sette anni dopo la situazione non è
cambiata e l'esposizione agli agenti inquinanti continua a mietere
vittime. Il programma di rientro dei profughi nei territori kosovari
è lento e tortuoso, il clima d’intolleranza e il settarismo
albanese precludono ai rom diritti elementari, come istruzione e
assistenza sanitaria .
Oggi Mahalla
Mitrovica è un gruppo di casette di mattoni rossi su un’area
sterrata dove si intravedono le piante delle vecchie costruzioni rase
al suolo nel 99. Su un lato del campo un gruppo di uomini lavora per
rimuovere erbacce e calcinacci, sono i profughi tornati grazie a un
programma internazionale di aiuti, gestito da un gruppo norvegese .
La mattina i cooperanti portano a Mahalla la spesa con cui
mangeranno gli operai. Alcune donne cucinano e apparecchiano la
tavola. Gli uomini e le donne che ricostruiscono il quartiere
ricevono 10 euro al giorno.
Quello che colpisce è il
loro atteggiamento, nonostante le persecuzioni e il sistematico
tentativo di annientamento della comunità, quando chiedo alle
famiglie tornate a Mahalla com’è ora la situazione, mi
rispondono in lingua romi “dobro, dobro” (”bene, bene”) dai
loro racconti agghiaccianti non trapela nessuna forma di odio o
vendetta. La nomea e l’aspetto di brutti, sporchi e cattivi cozza
con l’indole mite e pacifica che mostrano nell’affrontare le
avversità quotidiane.