06/12/2007
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La crisi dei profughi iracheni è stata sottolineata da UN e Amnesty International. PeaceReporter ne ha parlato con Angelo Stefanini, medico in Siria
La situazione dei profughi iracheni è stata sottolineata a breve
distanza di tempo da due pubblicazioni. Il 18 settembre alcune agenzie delle
Nazioni Unite (Who, Unfpa, Unhcr, Unicef e Wfp) hanno riportato la
situazione sanitaria dei 2,2 milioni di iracheni oltre confine,
rifugiati per la maggior parte in Siria (circa un milione e
mezzo) e Giordania (750mila). In Siria, per esempio, centinaia di
amputati hanno bisogno di protesi, e migliaia malati di cancro e
vittime di traumi hanno bisogno di cure mirate. Il comunicato
sottolinea come finora i Paesi ospitanti abbiano con generosità tenuto
aperte le frontiere e si siano fatti carico delle necessità di migliaia
di profughi; ma il loro sistema sanitario non è in grado di sostenere
oltre il sovraccarico ed è urgente l’intervento della comunità
internazionale.
A pochi giorni di distanza, il 24 settembre, Amnesty International ha
pubblicato un rapporto sulla crisi dei rifugiati iracheni,
sottolineando anch’essa il silenzio, l’ ‘apatia’ generale nei confronti
di tale crisi. Sono circa 4,2 milioni le persone che hanno dovuto
lasciare la loro casa (2,2 milioni rimanendo in Iraq) e si calcola che
ve ne siano 2.000 in più ogni giorno, 80 ogni ora.
PeaceReporter ha intervistato a Damasco Angelo Stefanini, team leader
del progetto dell’Unione Europea di Assistenza Tecnica al Centre for
Strategic Health Studies del Ministero della sanità siriana.
Com’è la situazione in Siria dopo che ha accolto un numero
elevato di profughi iracheni?
La Siria fino ad adesso è stata ospitale, come credo che nessun altro
paese abbia fatto. Qui è arrivato un milione e mezzo di
rifugiati, l’ultimo milione nel giro di un anno. Un carico improvviso,
incredibile. Bisogna precisare che non si hanno campi profughi tipici:
gli iracheni sono quasi tutti accomodati presso famiglie di amici o di
parenti. Oppure hanno preso in affitto o comprato un appartamento,
perché una buona quota di questi iracheni è abbastanza benestante. La
gente, come ripercussione di questo, comincia a vedere gli iracheni in
un modo poco amichevole, perché attribuisce al loro arrivo l’enorme
aumento che c’è stato degli affitti e delle case. Questa crisi
è probabilmente la più grande che ci sia stata dopo i palestinesi: si
parla di quasi 4 milioni e mezzo di iracheni fra quelli che sono usciti
e gli sfollati interni all’Iraq stesso, quindi una quantità enorme .
Per quanto riguarda la Siria, se si fa una proporzione rispetto alla
sua popolazione totale (che non arriva ai 20 milioni), il 7
percento della popolazione è costituito da immigrati iracheni. La
Siria ha reagito e sta reagendo in modo forse un po’
scomposto, ma senz’altro sta cercando di proteggersi. E’ stato stimato
che il costo per ospitare i rifugiati iracheni è di circa un miliardo
di
dollari l’anno, perché dal punto di vista dell’accesso ai vari servizi
vengono trattati come i siriani. Ai servizi sanitari hanno accesso
gratuito. Da qualche mese viene richiesto il pagamento di un tiket per
gli interventi più costosi (insufficienza renale, dialisi, interventi
chirurgici molto impegnativi come quelli cardiovascolari eccetera), ma
per il
resto l’accesso alle emergenze e alla cure primarie è gratuito. Per
quanto riguarda l’istruzione, ci sono oltre 30mila giovani di età
scolare che frequentano gratuitamente le scuole siriane. Quindi il peso
finanziario che la Siria sostiene è veramente grande, e sta reagendo
per quanto riguarda i visti. Prima venivano concessi di tre mesi,
rinnovabili; dopo il primo rinnovo l’iracheno doveva uscire e rientrare
eccetera. Ora il visto è soltanto di un mese, rinnovabile per due mesi
e
basta. Inoltre il 10 settembre è stato emesso un nuovo decreto, per cui
la concessione dei visti viene notevolmente ridotta; per il tempo del
Ramadan non è applicato alla lettera, ma da metà ottobre entrare in
Siria per gli iracheni sarà molto difficile.
Secondo quanto riportato dai rapporti, dal punto di vista sanitario la
situazione presenta aspetti preoccupanti, si parla per esempio di
malnutrizione nei bambini.
Ci sono alcuni dati che ha fornito l’Alto commissariato per i rifugiati
sulla situazione nutrizionale dei bambini, con una percentuale
superiore alla norma di ritardi di crescita e di malnutrizione vera e
propria. Riguardano soprattutto quei rifugiati, e sono una buona
percentuale, che non sono registrati, perché altrimenti avrebbero una
loro fornitura di cibo. Sono irregolari, senza il visto, entrati o più
probabilmente rimasti dopo il periodo del visto, senza poterselo fare
rinnovare. Vivono di lavori saltuari e quindi la loro situazione è
molto precaria, non possono nemmeno accedere ai servizi sanitari perché
non regolari. Ovviamente non ci sono dati precisi, perché in
quanto irregolari non sono censiti.
Sempre nell’ambito della salute, c’è qualche elemento ulteriore da portare
all’attenzione?
E’ importante notare la assoluta mancanza di servizi
psichiatrici e psicologici, di counselling, che sarebbero di
estrema priorità. Ma qui questa pratica non è comune, non ci sono
nemmeno gli specialisti. Quei rifugiati, e sono tanti, che hanno avuto
problemi di abusi e di violenze, e comunque lo stesso stato di
rifugiato comporta una situazione psicologica molto precaria, in Siria
non possono avere nessuna assistenza di questo tipo.
Per quanto riguarda i possibili scenari futuri, cosa si prospetta?
Lo scenario futuro è molto preoccupante per gli iracheni, soprattutto
perché non si vedono segni da parte dei Paesi ricchi. Quello che
stanno cercando di evidenziare le organizzazioni
coinvolte nell’assistenza di questi rifugiati è come non ci sia nessun
segno di risposta da parte delle nazioni ricche per aiutare soprattutto
questi due paesi, Siria e Giordania, che stanno facendo
uno sforzo incredibile per ospitare questi iracheni che sono dovuti
fuggire a causa dell’intervento dei Paesi ricchi. Sono gli stessi
della coalizione che ha invaso l’Iraq che mostrano proprio la minore
intenzione di fare qualcosa, di aiutare. Siccome hanno una
responsabilità morale evidente su questa situazione, di cui si parla
pochissimo ma che è tragica, se ci fosse sia dal punto di vista
informativo che dal punto di vista pratico di aiuto finanziario a Siria
e Giordania la cosa non sarebbe male.
Valeria Confalonieri