Folla di civili davanti la Sule pagoda di Rangun. Ultimatum dei militari: "Disperdetevi o spariamo. In dieci minuti"
di gianluca Ursini
In Birmania i militari stanno marciando a passo di carica verso un bagno di sangue.
Ci sono già due feriti in seguito alle sparatorie in corso. Come annunciato dai
monaci, oggi a Rangun è in corso una pacifica manifestazione di protesta, ancor
più grande rispetto a ieri. Con una differenza: a scendere in piazza sono in gran
maggioranza civili, che cercano di fare scudo coi propri corpi ai monaci. I religiosi
ancora ieri imploravano studenti e semplici cittadini di non seguirli nelle proteste
più eclatanti; così era stato con il corteo che dalla pagoda Shwedagon era diretto
il pomeriggio del 26 settembre verso la villa sul lago della pasionaria Aung San
Suu Kii. Ma stamattina i civili si sono diretti in massa verso la pagoda di Sule,
che si erge di fronte il Municipio dell'ex capitale birmana.
Svuotate gli ospedali, ci serviranno Quattro monaci alle 10 ora italiana fronteggiavano una barricata della polizia,
in mezzo ad un viale a quattro corsie che porta alla pagoda, e circa mille manifestanti
li hanno circondati per proteggerli. La polizia antisommossa ha sparato in aria
dei colpi d'avvertimento. Le agenzie internazionali riferiscono invece di due
protestanti feriti da colpi di fucile, uno portato via a braccia dai militari
e un altro soccorso da amici che lo hanno caricato su di un'auto privata. Dal
sito
Democratic Voice of Burma arriva una notizia inquietante: i militari avrebbero inviato ufficiali nei principali
ospedali di Rangun a fare dimettere con la forza tutti i pazienti in corsia. Forse
i dittatori hanno previsto che nel corso della giornata di oggi i nosocomi si
riempiranno di feriti.
Ultimatum, o carneficina Non risulta che ci siano altri scontri in corso nelle 24 cittadine a cui si
è allargata la protesta, ma dai militari è arrivato un ultimatum alla folla. Dato
che è stato violato il divieto di assembramento di più di 5 persone, hanno intimato
alle 10.30 del mattino - ora italiana - ai civili di disperdersi, prima che iniziassero
a sparare. Un ultimatum da prendere sul serio, tanto che l'ambasciata thailandese
sta convincendo i suoi cittadini ad abbandonare la Birmania.
Monasteri profanati A convincere forse i cittadini e a scatenare stamane la loro rabbia verso i
militari, e questo istinto di protezione verso i monaci, è stata la notizia che
due monasteri di Rangun -. tra i più importanti della nazione - sono stati razziati
e perquisiti nella notte dai militari, che avrebbero arrestato un numero imprecisato
di religiosi, non meno di 200. I luoghi sacri sono Moe Kaung e Ngwekyaryan; un
vicino di quest'ultimo monastero ha raccontato all'inviato della tv
Al Jazira di aver visto "le porte divelte, e i militari che razziavano dentro, portavano
via i monaci e distruggevano ogni oggetto sacro; solo i malati sono stati lasciati
in pace". Intanto i monaci non si fanno intimidire e lanciano appelli dalle radio
straniere: uno di loro ha incitato gli studenti a "proseguire la lotta, ma in
maniera pacifica", attraverso le onde della britannica
Bbc, servizio in lingua birmana.
Arresti e appelli Nella notte non solo i monaci hanno subito la repressione della dittatura: anche
due dirigenti del partito di Suu Kii : Hla Pe e Myint Thein. I rappresentanti
della
National League for Democracy, maggiore organo di opposizione, sono stati portati via dalle loro case perché
avevano parlato con i giornalisti stranieri. La stessa leader della protesta si
troverebbe ancora nel carcere di Isien, invece che in casa propria, per non essere
ripresa dagli inviati stranieri. E una manifestazione di solidarietà ai dissidenti
birmani è stata indetta per oggi anche in Italia. Sarà ancora più importante sostenere
la manifestazione della
Nld, sezione Usa, domani di fronte l'ambasciata cinese di Washington, perché Pechino
smetta di appoggiare il regime; in quell'occasione i manifestanti sfoggeranno
le bandiere con il pavone da lotta (che vedete nelle foto), loro simbolo. Ma nella
giornata odierna, alle 18.30, è stata convocata al Campidoglio di Roma dal Sindaco
Walter Veltroni una manifestazione di solidarietà. Una grande foto di Aung San
Suu Kyi sarà esposta sullo scalone del Palazzo del Campidoglio per chiedere simbolicamente
la sua immediata liberazione