27/09/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



A un mese dai colloqui di Tripoli sono tanti i nodi da sciogliere
A un mese esatto dal loro inizio, i colloqui di pace per il Darfur, previsti per il 27 ottobre prossimo nella capitale libica Tripoli, rischiano già di rivelarsi un fiasco. Nonostante l'energia profusa dal segretario generale dell'Onu Ban Ki-Moon e dall'amministrazione Usa per il buon esito dell'incontro, sono ancora troppe le nubi che si addensano sul cielo libico: alcuni gruppi ribelli boicotteranno i colloqui, mentre altri si presenteranno divisi, rendendo molto difficile il raggiungimento di qualsiasi accordo. La guerra, entrata ormai nel suo quinto anno e costata la vita ad almeno 200.000 persone, rischia di durare ancora a lungo.

Il segretario generale dell'Onu Ban Ki-Moon in una recente visita in DarfurDefezioni. “Confermo che non parteciperemo ai colloqui di Tripoli, vista la mancanza delle precondizioni basilari, prima fra tutti la presenza dei caschi blu dell'Onu nella regione”, ha fatto sapere a Peacereporter Yahia Elbashir, portavoce dell'ala maggioritaria dei ribelli del Sudan Liberation Movement/Army, facente riferimento al leader Abdel Wahid al Nur. “Inoltre, non siamo stati consultati né nello stabilire l'agenda dei colloqui né nella scelta dei mediatori. Ci è stato tutto imposto”. L'assenza dell'ala maggioritaria del Slm/a impedisce che a Tripoli possa essere raggiunto un accordo definitivo, l'obiettivo dichiarato, forse in maniera troppo ottimistica, di buona parte dei negoziatori. Ma anche i gruppi ribelli che vi parteciperanno hanno le loro riserve. “Non crediamo che la Libia, sia per il suo passato che per le strette relazioni che ha con il governo sudanese, possa essere un mediatore credibile”, ha riferito a Peacereporter Jaffer Monro, portavoce di un'altra ala del Slm/a il cui leader è Abdel Shafi Bassey, uno dei fondatori del gruppo. “Il regime di Tripoli è vicino all'elite araba che governa a Khartoum, e la Libia è stata coinvolta in tutte le guerre civili scoppiate in Sudan e in Ciad”.

Peacekeepers dell'Unione Africana in DarfurTrattative. Nonostante ciò, le principali fazioni del Slm/a si sono incontrare in questi giorni in Ciad proprio per definire una linea comune in vista dei colloqui. A parte la fazione di al Nur, le altre dovrebbero essere della partita. Stesso discorso per il Justice and Equality Movement, uno dei principali gruppi armati della regione, che ha però fatto sapere per bocca del suo leader, Ibrahim Khalil, di non essere disposto a cessare le ostilità in vista degli incontri. Khalil ha infatti dichiarato nei giorni scorsi che la tregua è un punto di arrivo, e non di partenza, delle trattative, respingendo così la proposta fatta qualche settimana fa dal presidente sudanese Hassan Omar al-Bashir. La diplomazia internazionale ha un mese di tempo per ricucire gli strappi maggiori, dando così una reale prospettiva ai colloqui. Altrimenti, Tripoli rischia di diventare l'ennesima tappa di un processo di pace mai decollato e che ha anzi favorito il frazionamento dei ribelli, rendendo così estremamente difficile raggiungere un accordo che soddisfi tutti. Più o meno uniti fino alla primavera del 2006, ora il Slm/a ed il Jem si trovano divisi rispettivamente in sei e quattro fazioni, senza contare la nascita di altri gruppi armati, “costole” indipendenti rispetto ai primi due.

Peacekeepers. Nei giorni scorsi, intanto, il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha approvato l'invio di una forza di pace ai confini tra Ciad, Repubblica Centrafricana e Sudan, allo scopo di facilitare l'assistenza umanitaria ai profughi darfurini e agli sfollati interni, oltre a difendere la popolazione civile dalle scorribande dei gruppi armati operanti nella zona . La forza di polizia, composta da 3000 uomini dell'Unione Europea e da 300 poliziotti dell'Onu, svolgerà una funzione complementare a quella dei 26.000 caschi blu che, nei prossimi mesi, prenderanno il posto dei 7.000 uomini dell'Unione Africana attualmente presenti in Darfur. Secondo i dati dell'Onu, in Ciad sono presenti 240.000 rifugiati darfurini e 173.000 sfollati interni, mentre in Repubblica Centrafricana sono rispettivamente 2.660 e 200.000. 

Matteo Fagotto

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità