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Alleati fedeli L'approvazione di sanzioni Onu era comunque un evento poco probabile, senza
l'assenso dei due maggiori alleati del regime, Cina e Russia, che già lo scorso
dicembre bloccarono col loro potere di veto una Risoluzione di condanna della
Giunta per obbligarli a "dialogare con minoranze e opposizioni" ed evitare un
blocco totale dell'import e dell'export. La Cina è il maggiore partner commerciale
dei birmani, con gli scambi che nel 2006 hanno toccato un miliardo 460 milioni
di dollari. I russi sono invece i maggiori sponsor militari della Giunta, specie
per gli armamenti pesanti. La Birmania è ricca in petrolio (per raffinare il quale
non ha comunque impianti adatti, tanto da dover importare la benzina) e in gas
naturale, che viene quasi unicamente esportato verso Pechino e Nuova Dehli, un
altro alleato diplomatico e commerciale di prima importanza.
Non ingerenza, reciproca "Come vicini del Myanmar, speriamo che la situazione si stabilizzi per il bene
del loro sviluppo economico - ha detto martedì 25 alle Nazioni Unite Jiang Yu,
la portavoce del ministro degli Esteri cinese -ma la Cina adotta con insistenza
la pratica della non interferenza negli affari interni di altri Paesi". Un atteggiamento
che Pechino gradirebbe anche il resto del mondo avesse verso i suoi standard di rispetto dei diritti umani, e della libera espressione del dissenso. E' quindi altamente
improbabile che i leader comunisti chiedano ai loro alleati socialisti di stare
a sentire le proteste pacifiche che si ritrovano per strada, un suggerimento che qualcuno potrebbe poi rigirare loro. Secondo il politologo
Zhang Xizhen dell'università di Pechino è "da escludere che la Cina faccia approvare
una mozione di condanna della Giunta birmana, ma non può nemmeno tollerare, (dopo
le figuracce rimediate per l'appoggio al suo primo fornitore petrolifero, il Sudan,
sul Darfur, ndr) che il loro migliore alleato in Asia reprima l'opposizione a
suon di kalashnikov. E' più probabile che i diplomatici attivino i canali informali
per tentare di riportare i militari alla ragione, aprendo un tavolo di trattative".
In vista delle Olimpiadi del 2008, l'immagine cinese va ripulita. Ma da Pechino
hanno anche motivi pratici di preoccupazione: la Birmania è tra i 4 maggiori produttori
illegali di oppio al mondo, e il fiume di eroina che i militari birmani contrabbandano
nello Yunnan (cina meridionale) attraverso la frontiera nord potrebbe straripare.
Con i kalashnikov in braccio Il discorso è molto simile per quanto riguarda Mosca, che sui metodi usati per tacciare il dissenso interno può vantare un record discutibile, omicidi politici sospetti inclusi. I russi non esportano quasi nulla verso Myanmar, a differenza dei vicini
cinesi. "Se girate per le strade a Rangun, quasi ogni manufatto che vedrete è
di produzione cinese; la Birmania ha un patrimonio industriale quasi nullo" spiegano
dalla sede di Hong Kong della ong Asian Human Rights Commission. Infatti l'export cinese verso Myanmar è aumentato del 50 percento nei primi
7 mesi del 2007, oltre i 600 milioni di euri. Mosca invece fornisce Mig e kalashnikov, elicotteri e mine. Un affare per la sua industria bellica; e sempre più lo
sarà con l'avvio del programma nucleare militare, per il quale tecnici dell'esercito
asiatico vengono formati in questo momento a Mosca. Ma al Consiglio di sicurezza
si parla solo di "minaccia nucleare" nordcoreana o iraniana. Degli amici birmani,
i cinesi e i russi non hanno mai gradito che si chiacchierasse troppo.
Qualche remota speranza? Gli interessi del Dragone in Myanmar hanno anche progetti di lungo termine;
un ricerca del gruppo 'EarthRights international' di pochi giorni or sono ha mostrato come 26 multinazionali cinesi sono coinvolte
in 62 opere pubbliche di portata strategica in Birmania. La più importante è forse
la costruzione di un gasdotto-oleodotto lungo 2.440 chilometri, dalla costa birmana
di Arakan fino allo Yunnan. Lungo questa rete verrà inviato il greggio che le
petroliere cinesi scaricheranno dall'Africa e dal medio Oriente. E senza petrolio
il gigante asiatico non può sopravvivere. Pechino non ha interesse ad avere un
regime così instabile vicino, e in giugno ha già segretamente ospitato dei colloqui
informali Usa-Myanmar, mentre Tang Juaxuan, decano dei diplomatici Han, ha visitato
a inizio settembre il ministro degi esteri birmano Hu Nyan Win. Secondo l'agenzia
ufficiale 'Xinhua' il 'consigliere cinese' agli affari esteri avrebbe dichiarato che la "Cina
si augura di cuore che Myanmar ritrovi la stabilità interna e si avvii un processo
democratico adatto alla propria realtà". Come la democrazia che vige in Cina,
ovviamente. Purchè il business sia lasciato in pace Gianluca Ursini
Parole chiave: Russia, Cina, Consiglio sicurezza, oleodotto Arakan-Yunnan, oppio, kalashnikov, Pechino, Mosca, sanzioni, Ursini