29/09/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Viaggio nel villaggio alla periferia di Algeri, dove nel '97 vennero uccise oltre 400 persone
Scritto per noi da
L.D.S.

Per arrivare a Bentalha dal centro di Algeri ci metto poco più di mezz'ora. Trenta minuti, con la mia panda dell'85, per arrivare, in un’affollata mattina di Ramadan, in quello che nella mia testa, sempre alla ricerca di una anche pur piccola giustificazione, avevo sempre immaginato come un villaggetto sperduto su una montagna. E invece, nessun villaggio isolato, nessuna montagna. Nessuna giustificazione.

BouteflikaUna decina di chilometri di autostrada, qualche posto di blocco e poi ecco Bentalha, un quartiere alla periferia di Algeri. Un quartiere come tanti altri, ultimo brandello di città alle porte della campagna, la Mitidja. E allora come é possibile che nella notte tra il 22 e il 23 settembre del 1997 decine di uomini armati di fucili, bombe, asce e coltelli, abbiano potuto agire indisturbati e sgozzare, sventrare, fare a pezzi per ore più di 400 dei 2-3 mila abitanti della zona? Perché nessuno delle migliaia di militari presenti a pochi chilometri, a poche centinaia di metri é intervenuto? A dieci anni da uno dei più cruenti e controversi massacri compiuti in Algeria negli anni’90 nessuna risposta ufficiale é ancora arrivata dalle autorità, non un’inchiesta e oggi, la Charta per la pace e la riconciliazione nazionale, messa in campo dal presidente Abdelaziz Bouteflika, impone il silenzio sugli anni di piombo algerini. Dai cinque ai dieci anni di prigione per chiunque con parole, scritti o qualsiasi altro mezzo tenti di riaprire le ferite della ‘tragedia nazionale’. “Ho già parlato abbastanza. Ho raccontato la verità e mi hanno tolto il fucile”, mi dice un anziano, un ex-patriota, i civili che hanno preso le armi per difendersi dalla violenza dei guerriglieri del Gruppo islamico armato (GIA). “Quella notte hanno ucciso due membri della mia famiglia, il marito di mia figlia, mia nipote. Mia sorella e mio fratello sono senza gambe. In questo paese la verità non esiste. Però non ho un altro paese dove poter scappare”. Non vuole dirmi altro e mi indica dove andare.

BentalhaQuella notte. “Di là, quella notte tutto é accaduto là. Ci troverai tanti fantasmi”. Vago per Hai Boudoumi, una delle due zone di Benthala, in cui é stata compiuta la carneficina. La strada é allagata, non c'é l'asfaltato, tutto é come in un grande cantiere abbandonato. “La luce va e viene, ma la paura non se ne va”. Zineb ha 63 anni, il volto pieno di tatuaggi berberi. “Qualla notte eravamo senza luce, il giorno prima é stata tagliata. Davanti alla mia porta ho trovato 13 cadaveri”. “Sentivo le grida, sentivo sfondare le porte una dopo l’altra, le esplosioni e la polizia era a duecento metri da qui, la vedevo dalla mia finestra”. “Quella notte hanno portato via mio figlio. Mio figlio é scomparso dieci anni fa”. Anche lei, si ferma non vuole dire di più.
 
Il libro-testimonianza di YousChi ha ucciso a Benthala? Il silenzio a Bentalha si dice sia stato imposto nel 2000 dopo l’uscita del libro shock “Qui a tué a Bentalha?” di Nasroulah Yous, scampato al massacro saltando di terrazzo in terrazzo. Oggi vive in Francia come rifugiato politico. I testimoni citati nel libro che denuncia le implicazioni dirette dei militari nel massacro hanno oggi ritrattato. Barbe e capelli finti? Un elicottero militare in volo per tutta la notte sul quartiere? Siringhe e cocaina ritrovati sui cadaveri? Il libro é stato messo al bando dalla stampa algerina e nessuno Bentalha ama parlare di Yous. “Voleva soltanto far soldi!”, mi dice M. che quella notte era al fianco di Yous. “Non c'é niente di vero in quello che ha scritto“. Ma poi si perde, i ricordi si mescolano, lo sguardo si confonde, le contraddizioni si moltiplicano. “La Riconciliazione nazionale! Vogliono cancellare tutto!”. M. quella notte ha perso la moglie e i suoi nove figli. Chi ha ucciso a Bentalha, forse non si saprà mai. Ma almeno su un punto dubbi non ce ne sono. Tutti mi raccontano di una decina di ambulanze ferme insieme alla polizia a poche centinaia di metri dalle case dove tra le 11 di sera e le cinque di mattina i presunti terroristi hanno avuto campo libero. “La polizia non era organizzata e non aveva l’ordine di agire”, dice qualcuno. “Avevano paura!” incalza qualcun'altro. “I terroristi a Bentalha c’erano da mesi, la gente del posto li nascondeva. Come si può pensare dopo aver dato da mangiare ai terroristi di essere difesi?!”. Anche Mourad cerca una giustificazione. “In Cabilia oggi sta succedendo la stessa cosa, la popolazione convive con i terroristi, sa esattamente dove sono e cosa fanno. Questo equilibrio reggerà fino a quando i terroristi non chiederanno qualcosa che la gente non potrà o non vorrà dare”. Rientro a casa. Mentre cerco di scrivere mi telefona M. “Non é vero quello che ti ho detto, quello ha racconta Yous é tutto vero”.
  
Parole chiave: Bentalha, cabilia, Nasroulah Yous
Categoria: Guerra, Storia
Luogo: Algeria