Viaggio nel villaggio alla periferia di Algeri, dove nel '97 vennero uccise oltre 400 persone
Scritto
per noi da
L.D.S.
Per arrivare a Bentalha dal centro di
Algeri ci metto poco più di mezz'ora. Trenta minuti, con la
mia panda dell'85, per arrivare, in un’affollata mattina di
Ramadan, in quello che nella mia testa, sempre alla ricerca di una
anche pur piccola giustificazione, avevo sempre immaginato come un
villaggetto sperduto su una montagna. E invece, nessun villaggio
isolato, nessuna montagna. Nessuna giustificazione.

Una decina di chilometri di autostrada,
qualche posto di blocco e poi ecco Bentalha, un quartiere alla
periferia di Algeri. Un quartiere come tanti altri, ultimo brandello
di città alle porte della campagna, la Mitidja. E allora come
é possibile che nella notte tra il 22 e il 23 settembre del
1997 decine di uomini armati di fucili, bombe, asce e coltelli,
abbiano potuto agire indisturbati e sgozzare, sventrare, fare a pezzi
per ore più di 400 dei 2-3 mila abitanti della zona? Perché
nessuno delle migliaia di militari presenti a pochi chilometri, a
poche centinaia di metri é intervenuto? A dieci anni da uno dei più
cruenti e controversi massacri compiuti in Algeria negli anni’90
nessuna risposta ufficiale é ancora arrivata dalle autorità,
non un’inchiesta e oggi, la Charta per la pace e la riconciliazione
nazionale, messa in campo dal presidente Abdelaziz Bouteflika, impone
il silenzio sugli anni di piombo algerini. Dai cinque ai dieci anni
di prigione per chiunque con parole, scritti o qualsiasi altro mezzo
tenti di riaprire le ferite della ‘tragedia nazionale’. “Ho già
parlato abbastanza. Ho raccontato la verità e mi hanno tolto
il fucile”, mi dice un anziano, un ex-patriota, i civili che hanno
preso le armi per difendersi dalla violenza dei guerriglieri del
Gruppo islamico armato (GIA). “Quella notte hanno ucciso due membri
della mia famiglia, il marito di mia figlia, mia nipote. Mia sorella
e mio fratello sono senza gambe. In questo paese la verità non
esiste. Però non ho un altro paese dove poter scappare”. Non
vuole dirmi altro e mi indica dove andare.
Quella
notte. “Di là, quella notte tutto é accaduto là.
Ci troverai tanti fantasmi”. Vago per Hai Boudoumi, una delle due
zone di Benthala, in cui é stata compiuta la carneficina. La
strada é allagata, non c'é l'asfaltato, tutto é
come in un grande cantiere abbandonato. “La luce va e viene, ma la
paura non se ne va”. Zineb ha 63 anni, il volto pieno di tatuaggi
berberi. “Qualla notte eravamo senza luce, il giorno prima é
stata tagliata. Davanti alla mia porta ho trovato 13 cadaveri”.
“Sentivo le grida, sentivo sfondare le porte una dopo l’altra, le
esplosioni e la polizia era a duecento metri da qui, la vedevo dalla
mia finestra”. “Quella notte hanno portato via mio figlio. Mio
figlio é scomparso dieci anni fa”. Anche lei, si ferma non
vuole dire di più.
Chi
ha ucciso a Benthala? Il silenzio a Bentalha si dice sia stato
imposto nel 2000 dopo l’uscita del libro shock “Qui a tué
a Bentalha?” di Nasroulah Yous, scampato al massacro saltando di
terrazzo in terrazzo. Oggi vive in Francia come rifugiato politico. I
testimoni citati nel libro che denuncia le implicazioni dirette dei
militari nel massacro hanno oggi ritrattato. Barbe e capelli finti?
Un elicottero militare in volo per tutta la notte sul quartiere?
Siringhe e cocaina ritrovati sui cadaveri? Il libro é stato
messo al bando dalla stampa algerina e nessuno Bentalha ama parlare
di Yous. “Voleva soltanto far soldi!”, mi dice M. che quella
notte era al fianco di Yous. “Non c'é niente di vero in
quello che ha scritto“. Ma poi si perde, i ricordi si mescolano,
lo sguardo si confonde, le contraddizioni si moltiplicano. “La
Riconciliazione nazionale! Vogliono cancellare tutto!”. M. quella
notte ha perso la moglie e i suoi nove figli. Chi ha ucciso a
Bentalha, forse non si saprà mai. Ma almeno su un punto
dubbi non ce ne sono. Tutti mi raccontano di una decina di ambulanze
ferme insieme alla polizia a poche centinaia di metri dalle case dove
tra le 11 di sera e le cinque di mattina i presunti terroristi hanno
avuto campo libero. “La polizia non era organizzata e non aveva
l’ordine di agire”, dice qualcuno. “Avevano paura!” incalza
qualcun'altro. “I terroristi a Bentalha c’erano da mesi, la gente
del posto li nascondeva. Come si può pensare dopo aver dato da
mangiare ai terroristi di essere difesi?!”. Anche Mourad cerca una
giustificazione. “In Cabilia oggi sta succedendo la stessa cosa, la
popolazione convive con i terroristi, sa esattamente dove sono e cosa
fanno. Questo equilibrio reggerà fino a quando i terroristi
non chiederanno qualcosa che la gente non potrà o non vorrà
dare”. Rientro a casa. Mentre cerco di scrivere mi telefona M. “Non
é vero quello che ti ho detto, quello ha racconta Yous é
tutto vero”.