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Manette e manganelli Per prima cosa ieri sera la Giunta dittatoriale aveva imposto nelle città più
grandi, Rangun (per i militari Yangun) e Mandalay, un coprifuoco assoluto dalle
9 alle 5; con i camion carichi di militari a pattugliare tutti i viali incessantemente.
Impediti i capannelli con più di 5 persone: pena la detenzione per due anni in
carcere. Poi dalla prima mattinata i reparti della 22esima divisione dispiegati
in 5mila attorno la Shwedagon Pagoda, la più sacra di Birmania che hanno impedito
l'accesso al corteo di 2mila monaci che si avvicinava per pregare, come già successo
negli otto giorni precedenti, fino ai 30mila monaci in marcia martedì 25, insieme
con altri 70mila studenti e dissidenti. I soldati hanno prima sparato in aria
come intimidazione per poi passare, come temuto, alla carica.
Cariche e bastonate, forse un morto Gas lacrimogeni sono stati sparati per disperdere la folla che si ingrossava
di minuto in minuto. Alla fine i soldati hanno usato pesantemente i manganelli;
oltre un centinaio di monaci sono stati feriti. Ottanta tra loro tradotti alla
caserma di polizia più vicina, agli arresti. E dal Civico ospedale di Rangun la
notizia peggiore, la più temuta: forse uno dei giovani religiosi, a causa delle
botte di manganello rimediate in testa, è morto. La notizia è stata diffusa da
una sindacalista italiana Cisl esperta di questioni birmane, ma non ha al momento
conferme dalle maggiori agenzie di stampa. Intanto anche la pagoda Sule, secondo
centro delle proteste dei giorni scorsi, è stata circondata dai militari per impedire
l'accesso ai manifestanti. A Mandalay i soldati hanno fermato 300 monaci e 30
suore buddiste sulla soglia della pagoda Mahamuni Paya, allontanandoli a forza
di bastonate. I religiosi si sono allora diretti verso il municipio in centro
città, dove hanno trovato già 2mila agenti ad attenderli. "Sono pronti a spararci
addosso in ogni momento, ora abbiamo paura", ha dichiarato alla tv satellitare
Al Jazira un giovane religioso.
Artisti e monaci in galera La repressione era iniziata a sera, e oltre al coprifuoco, il regime dittatoriale
sorretto dagli aiuti economici cinesi e dal sostegno militare russo, è passato
alla prevenzione del dissenso e della satira. Aung San Suu Kii, leader della Lega
Nazionale Democratica, figlia del padre della patria Aung San, si trova in una
prigione fuori Rangun, per evitare che i manifestanti vadano a ossequiare fuori
la sua abitazione questa premio Nobel 1991 per la Pace, da sempre fautrice della
lotta non violenta. Come non violenta, ma satirica, era la protesta degli ultimi
anni del comico Zargana (nome d'arte) del poeta Aung Wai e dell'attore Kyo Thu.
Tutti prelevati a casa nella notte dai poliziottiGianluca Ursini
Parole chiave: Pagoda Sule, Aung San, Zargaran, Aung San Suu Kii, pagoda Shwedagon, monaci buddisti, Gandhi, Dalai Lama, Desmond Tutu, Nelson Mandela, TienanMen, Ursini