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Il mercato delle quote. Uno di questi accordi è notoriamente il Protocollo di Kyoto, sottoscritto da
160 Paesi e concepito per ridurre le emissioni nocive (registrate nel 1990) del
5,2 percento, nel periodo 2008-2012. Altrettanto notoriamente, il Protocollo si
è rivelato un mezzo fallimento. Sia perché tra i Paesi non aderenti ci sono gli
Stati Uniti, responsabili del 36 percento delle emissioni di gas serra. Poi, perchè
strumenti cosiddetti 'flessibili', come le quote-emissione (se io inquino meno,
vendo a te, che produci più emissioni, le mie quote di 'aria pulita'), sono diventati
oggetto di scambio e speculazioni che non hanno fatto altro che arricchire gli
organismi preposti alla loro gestione. Inoltre, i progetti cosiddetti di 'beneficio
ambientale' che i Paesi più inquinanti hanno realizzato o dovrebbero realizzare
tra loro o nei Paesi in via di sviluppo, oltre ad essere la classica goccia nell'Oceano,
hanno evidenziato episodi di corruzione, scarsa trasparenza negli appalti e debolezza
degli organismi governativi, soprattutto per quanto concerne la gestione di un
processo ormai diventato 'globale'. E come tale, impietosamente assoggettato alle
stesse regole del libero mercato.
Foresta pluviale. Ma torniamo al paradosso indonesiano. L'Indonesia, con le foreste di Papua Nuova
Guinea, Borneo e Sumatra, è il secondo polmone verde dopo l'Amazzonia. L'estensione di
tale manto tropicale è di 120 milioni di ettari. Incendi e deforestazione illegale
stanno trasformando questo patrimonio in un'arma a doppio taglio. I roghi che
si sono verificati alla fine degli anni '90 hanno distrutto il 30 percento della
foresta del Borneo. La maggior parte di materiale vegetale andato in fiamme era
costituita da torba, la principale riserva superficiale di carbonio organico terrestre.
Secondo gli studiosi della University of Leicester, nel 1997, nell'atmosfera vennero
rilasciati oltre due miliardi di tonnellate di CO2 (biossido di carbonio), pari
al 30 percento dell'inquinamento prodotto in quell'anno dai combustibili fossili.
Ma gli incendi non sono la sola minaccia alla sopravvivenza della foresta pluviale
indonesiana.
Il bio-verde. Il taglio illegale di legname produce un duplice effetto: profitto immediato
(ingenti le esportazioni clandestine verso Cina e Malesia, per un volume di affari
di 4 miliardi di dollari) e possibilità di piantare nuove coltivazioni nelle aree
deforestate. Uno dei cavalli di battaglia di molte organizzazioni ecologiste (oltre
che di una schiera di Paesi occidentali poco versati a politiche ambientali responsabili)
per contrastare l'uso di combustibili fossili è il biocarburante a base di soja,
mais, etanolo, colza o olio di palma. Quest'ultimo è diventato la coltura più
redditizia in Indonesia, estesa su superfici di milioni di ettari un tempo ricoperte
di foresta pluviale. Una grande impresa indonesiana, la Sinar Mas Group, sta pianificando
per il 2008 la costruzione a Sumatra di due impianti per la produzione di biodiesel
dall'olio di palma. Produrranno mezzo milione di tonnellate di biocarburante all'anno,
che verrà destinato prevalentemente ai mercati europei e statunitensi. Con danni
colossali per la foresta vergine.
Yusuf Irwandi. Così, mentre 150 nazioni partecipano (nella giornata di ieri) alla più grande
conferenza sul clima organizzata dal Segretario dell'Onu, Ban Ki-Moon, c'è chi,
alle vacue promesse, alle sterili esortazioni e agli estenuanti negoziati ambientali,
risponde con i fatti. E' il governatore della provincia di Aceh, Yusuf Irwandi,
che a marzo ha dichiarato una moratoria sul taglio illegale delle foreste di Sumatra,
proponendo un ambizioso, ma concreto, programma di riforestazione e di ripristino
del manto di torba del polmone verde acehnese. "Entro sei anni avremo avviato
il più grande programma di ripristino ambientale del mondo", ha annunciato la
settimana scorsa. Il programma - secondo Irwandi - si inserirà con successo nel
piano per la lotta contro il saccheggio della foresta indonesiana, che Giakarta
sta preparando in vista della prossima riunione mondiale sul clima, in programma
a Bali nel dicembre prossimo. Un programma che consentirà a una provincia ancora
in ginocchio per lo tsunami del dicembre 2004 di disporre di un patrimonio di
'quote-emissione' tale da poter rimpinguare adeguatamente le proprie casse. E
di costituire un esempio per tutto il mondo.
Luca Galassi