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Oltre la metà della foresta amazzonica corre il rischio di diventare
una savana entro venti anni. E’ questo l’inquietante allarme lanciato a
Brasilia durante la terza conferenza internazionale sull’LBA,
l’esperimento in grande scala sulla biosfera e l’atmosfera
dell’Amazzonia, al quale partecipano ottocento scienziati di tutto il
mondo. Le cause? Gli incendi e soprattutto l’inesorabile effetto.
Carlos Norbe, il coordinatore scientifico del progetto, ha precisato
che già oggi almeno il quindici percento della foresta sta diventando
sempre più arida, con temperature medie superiori di tre o quattro
gradi a quelle registrate 40 anni fa. Dunque il clima sta
precipitosamente cambiando. Colpa dell’uomo? Il mondo della scienza è
diviso in due schieramenti: coloro che puntano il dito contro le
attività umane e quelli che invece, appellandosi all’evoluzione insita
nei fenomeni climatici, considerano il ruolo dell’uomo secondario e
definiscono la controparte allarmista. Rappresentanti di queste opposte
fazioni due eminenti personalità: Robert Watson, direttore della Rete
per lo sviluppo sostenibile della Banca Mondiale e scienziato della
Nasa, e Richard Lindzen, professore statunitense del Dipartimento della
terra, Scienze atmosferiche e planetarie del Mit (Massachussets
Institute of Tecnology).
“Le attività umane stanno degradando l’ambiente irrimediabilmente. I
paesi industrializzati sono la causa principale del pessimo stato di
salute del pianeta, ma a pagarne le più amare conseguenze è il Sud del
mondo”. Watson non ha dubbi: addebita i cambiamenti climatici globali
alla rivoluzione industriale e a tutto quello che in termini energetici
ha significato. “La Banca Mondiale non è certo un’associazione
ambientalista radicale –prosegue Watson – ma le nostre simulazioni, che
si fondano su studi di scienziati di dieci paesi diversi e non su dati
governativi, indicano un’influenza umana ben discernibile sul clima:
6,3 miliardi di tonnellate di Co2 si perdono nell’atmosfera a causa
dell’uso di combustibili fossili e questo, insieme ad altri fattori, ha
già portato ad un surriscaldamento medio di 0,6 °C della superficie
terrestre negli ultimi cento anni”.
Il climatologo della Nasa ha evidenziato, mostrando grafici e
diagrammi, come i calcoli sulle temperature terrestri degli ultimi
mille anni non registrino variazioni significative fino all’inizio
della rivoluzione industriale. Da quel momento si è verificato un picco
irreversibile che va aumentando di anno in anno. “La nostra non è una
teoria perfetta, ma disponiamo di modelli efficaci e coerenti che
confermano i mutamenti in atto nelle temperature, nei venti, nella
frequenza e nell’intensità delle precipitazioni in tutta la Terra”.
Quindi un riferimento al protocollo di Kyoto: “Nonostante sia solo il
primo passo di un lungo e complesso percorso, è un atto fondamentale.
L’obiettivo è convincere governi e industrie della necessità di un
deciso cambiamento di rotta nella programmazione delle politiche
energetiche per progettare insieme un futuro sostenibile”.
“Il clima cambia in continuazione. E il bello è che in realtà non
abbiamo idea del perché”. Questa è invece la risposta dello scettico
Richard Lindzen. “Ci sono divergenze di opinione circa la cause del
cambiamento climatico. Simili fluttuazioni ci sono sempre state, ma
proprio non sappiamo perché esse avvengano. Se pensiamo, nell’arco di
un secolo, alla variazione di mezzo grado centigrado di temperatura è
difficile sostenere che un simile fenomeno abbia bisogno forzatamente
di una causa. Un grattacielo di 100 piani trema con il vento e si
sposta anche di mezzo metro. Questo ci turba, ma se l’edificio non
oscillasse cadrebbe. I sistemi stabili hanno bisogno di queste
oscillazioni”.
Il professor Lindzen affronta quindi la domanda cruciale: quale il
contributo dell’uomo al cambiamenti del clima? “Negli Stati Uniti –
spiega – dal 1944 si pubblica un rapporto mensile sugli eventi
climatici estremi. Nel corso dei decenni la lunghezza di ciascuna
edizione di questo rapporto non è affatto cambiata. Chi volesse fare
dell’allarmismo potrebbe prendere un anno qualsiasi dal ’44 ad oggi e
descrivere gli eventi insoliti, ma in realtà avrebbe descritto un anno
come un altro. Il surriscaldamento globale è così variegato che non è
possibile il consenso scientifico. E in più il consenso è un concetto
pericoloso, una nozione più politica che scientifica (e anche in
politica gode di una brutta reputazione), un modo per evitare i
problemi perché non si riesce a trovare la strada da percorrere per
risolverli. La scienza non è una fonte di autorità ma l’impostazione
per iniziare una analisi – prosegue -. La teoria della pericolosità del
fattore umano sui cambiamenti del clima non è sostenuta
dall’osservazione ma dalla nostra ignoranza circa gli effetti dei vari
fattori che influiscono sul clima”.
Colpa o non colpa dell’uomo, il clima sta mutando. E un futuro di
energie alternative potrebbe invertire il destino del pianeta. Occorre
quindi abbandonare definitivamente ogni tipo di energia frutto di
combustione. Ma l’energia nucleare allora? Che farne? Anche su questa
questione la scienza si divide. Hermann Scheer, membro del Parlamento
tedesco e fondatore dell’associazione europea per le energie
rinnovabili Eurosolar, rappresenta quella schiera di scienziati
contrari a usarla per un futuro migliore, mentre Francesco Oriolo,
docente della facoltà di ingegneria di Pisa ed esperto sulla sicurezza
degli impianti nucleari di quarta generazione, ne argomenta importanza
e vantaggi. “Dobbiamo incentivare l’uso di tutte le fonti di produzione
di energia che abbiamo a disposizione, nessuna esclusa - spiega il
professore dell’università di Pisa –. Il nostro è un deficit di
conoscenza e di tecnologie più che di materie prime. Gli impianti
nucleari di oggi, possono far tanto”.
Di parere opposto, appunto, Hermann Scheer, propugnatore dell’energia
solare. “Il nucleare – risponde con veemenza - creerà problemi
per 20.000 anni a venire. E chi si assume un onere del genere per tutte
le generazioni che mai nasceranno? Gli impianti nucleari contribuiscono
al surriscaldamento dell’atmosfera e sono potentissime idrovore, hanno
cioè bisogno costantemente di enormi quantità di acqua per il
raffreddamento dei reattori. E questo è incompatibile con la scarsità
idrica del nostro pianeta”.
La sua ricetta contro la catastrofe climatica passa obbligatoriamente
attraverso la conversione alle energie rinnovabili e l’abbandono del
nucleare e delle fonti di energia convenzionali. “E’ iniziato il conto
alla rovescia – afferma Scheer – Abbiamo al massimo 3 o 4 decenni per
sviluppare le tecnologie che ci consentano un più efficace utilizzo
dell’energia prodotta dal sole, dal vento, dal moto ondoso, dal calore
della terra. L’attuale sistema energetico è perdente. Non possiamo
permetterci di usare ancora le risorse fossili, che tra l’altro si
stanno persino estinguendo. L’ecosfera è ormai sotto pressione –precisa
- eppure la maggioranza dei governi ignora completamente la
problematica delle energie rinnovabili, perdendo così tempo prezioso. E
pensare che passare ai sistemi energetici alternativi sarebbe non solo
ecologicamente corretto ma anche economicamente conveniente. Per
installare una pala eolica ci vuole una settimana, per mettere un
pannello solare basta un giorno, per progettare e realizzare un
impianto nucleare sono necessari tra i dieci e i quindici anni e
valanghe di dollari”.
Ridurre le emissioni può essere, quindi, non solo utile per l’ambiente
ma anche offrire opportunità di sviluppo per le imprese che imboccano
questa strada virtuosa. In altre parole, il risparmio di energia crea
business. Non solo. Chi non riuscirà a entrare nella logica della
rivoluzione energetica sarà penalizzato nella competizione globale e
rischierà di essere espulso dal mercato. Una tesi che è confermata
anche da Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club, che
raccoglie 102 imprese, enti locali, associazioni impegnate nella
riduzione delle emissioni dei gas climalteranti. “E’ forte la
contraddizione – racconta Silvestrini – fra l’urgenza di agire sui
rischi dei cambiamenti climatici e l’incapacità dei governi di
impostare strategie coordinate e incisive”. La ragione per cui non si
interviene è quasi sempre motivata da interessi di tipo economico, dal
timore di dover mettere in discussione il nostro modello di sviluppo.
“Molti dicono che le politiche di riduzione delle emissioni sono
costose. E’ questa la scusa a cui si appella, ad esempio, Bush per non
ratificare il protocollo di Kyoto. In realtà ci sono esperienze
concrete che dimostrano che non è vero. Anche in Italia alcune imprese
hanno capito che adottare politiche energetiche basate su energie
rinnovabili e alternative può essere una importante occasione per
aumentare gli investimenti”.
Ma non è tutto. Una ricerca del Kyoto club ha evidenziato come un
impegno nell’adozione di politiche di efficienza energetica, nello
scenario del protocollo di Kyoto, può generare di qui al 2015 un
aumento degli investimenti fino al 60 per cento. “Industrie e paesi che
sapranno definire strategie coerenti con la rivoluzione energetica in
atto – conclude Silvestrini - saranno in prima fila nella competizione
globale. La sfida del clima si può vincere, senza aggravi di costi e
anche con benefici economici”