Un attentato scuote il Kosovo. Si esclude la pista politica, ma la tensione sale
Il tempo sospeso nel quale vive il Kosovo è stato movimentato dall'esplosione
di una bomba, avvenuta ieri a Pristina nel centro commerciale Besa. Due persone sono morte e altre dodici sono rimaste ferite nella città principale
della provincia serba a maggioranza albanese.
Smentite interessate. Il governo locale kosovaro, controllato dalla comunità albanese, ha subito smentito
qualsiasi legame tra l'attentato e le tensioni che attraversano la regione teatro,
tra il 1999 e il 2000, di un conflitto tra i serbi e gli albanesi prima, i serbi
e le truppe della Nato dopo. Da quel momento sono le Nazioni Unite a governare
la regione, ma l'approssimarsi della scadenza del mandato Onu, che doveva preparare
lo status definitivo della provincia, sta facendo salire la tensione.
Secondo le autorità locali, l'obiettivo dell'attentato sarebbe Henver Seqiraca,
pregiudicato albanese latitante, proprietario dello stesso Besa, e sospettato di forti legami con la mafia locale.
“Siamo sconvolti dall'attentato. Noi tutti speriamo che questo incidente non
sia un attacco terroristico”, ha dichiarato Terry Davis, segretario generale del
Consiglio d'Europa, sottolineando come l'ipotesi di un ritorno della violenza
non sia affatto remota.
Attesa carica d'ansia. “Un atto inaccettabile, che semina paura tra i cittadini e minaccia la stabilità
del paese”, ha dichiarato Fatmir Sejdiu, presidente del governo provvisorio di
Pristina, mentre Agim Ceku, il premier dell'autorità kosovara, ha tenuto a precisare
che “si tratta semplicemente di un atto criminale”, con una fretta sospetta almeno
quanto quella di Davis.
Il problema è che sia la classe politica albanese che l'Onu, mentre si svolgono
i passaggi diplomatici decisivi verso la definizione di uno status per il Kosovo,
hanno bisogno di tutto tranne che del ritorno della violenza interetnica nella
regione. Ma sono tutti consapevoli, anche il governo di Belgrado, che il rischio
esiste. Gli albanesi del Kosovo non accetteranno nulla meno dell'indipendenza,
e i serbi non accetteranno mai l'indipendenza del Kosovo dalla Serbia. Gli albanesi
contano sugli Stati Uniti, tanto quanto i serbi contano sulla Russia, entrambi
stati forti del potere di veto in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite, e in grado di bloccare una decisione unilaterale.
L'orologio della pace e della guerra. Ma il tempo sta scadendo. Gli albanesi infatti, non hanno alcun interesse al
ritorno della violenza, almeno per il momento. Si vota, a metà novembre, per il
rinnovo del Parlamento kosovaro e i serbi hanno già fatto sapere che diserteranno
le urne. La vittoria degli albanesi non era in discussione, ma i serbi non saranno
rappresentati nell'organo di governo regionale. Lo stesso Ceku, peraltro, ha fatto
sapere che i kosovari sono stanchi di aspettare, e che se l'Onu non trova un accordo
prima, il governo di Pristina dichiarerà l'indipendenza in modo unilaterale. Con
Washington che ha già garantito il suo appoggio a una soluzione di questo tipo.
Un braccio di ferro che, secondo i programmi, avrebbe dovuto essere risolto nel
2005, ma che di rinvio in rinvio è giunto fino a oggi. La bomba esplosa ieri in
Bill Clinton Avenue, la principale via cittadina di Pristina, dedicata dagli albanesi
all'ex presidente Usa visto da loro come un liberatore, potrebbe essere il primo
campanello d'allarme che segnala come il tempo sospeso in Kosovo ha ripreso a
correre.