scritto per noi da
Anna Autiero
Cesaria stamattina si è alzata già stanca. Fa più caldo del solito. La stanza
è piccola: quattro letti a castello e le grate alla finestra. Con lei ci sono altre tre donne; stanotte una di loro
piangeva, ma Cesaria non l'ha consolata. Avrebbe voluto, ma non parla la sua stessa
lingua. E adesso un altro giorno; Cesaria pensa a come poter fare per renderlo
più breve.
Chiusi in gabbia. Sono 48 giorni che è rinchiusa nel centro di permanenza temporanea (Cpt), 48
giorni
uno uguale all’altro: qualche ora in quella che chiamano “area benessere” (una
stanza con un tavolo, quattro sedie e un distributore di bevande), una boccata
d’aria nel cortiletto, magari da lì si sentono le voci dei ragazzi che giocano
a pallone nel cortile del “modulo abitativo” maschile. Cesaria si è sempre chiesta
come fa a girarci la palla, in quel buco da quattro metri per quattro. Vorrebbe
vedere sua sorella, ma come lei è un'immigrata clandestina, e non può avere il permesso dalla Prefettura
per venire a trovarla.
Ogni uomo è nato libero ed uguale.
Ma Cesaria si chiede perché è qui per la quarta volta, in fondo non ha fatto
nulla di male, non è una criminale. Per quattro volte è stata fermata dalla polizia
e portata nello stesso centro
perché non ha il permesso di soggiorno e deve essere rimpatriata. Per ben tre
volte, dopo la detenzione, è stata messa con la forza su un aereo di linea con
destinazione Brasile, il suo Paese. Ma Cesaria non ha mai fatto ritorno a casa, era troppo
grande la vergogna di
raccontare un progetto fallito.
Così ogni volta è riuscita a ritornare in Italia, e forse anche questa volta avrà la forza di ricominciare a sperare.
Ogni uomo è nato libero ed uguale. “Quando non è possibile eseguire con immediatezza l'espulsione mediante accompagnamento
alla frontiera ovvero il respingimento, perché occorre procedere al soccorso dello
straniero, accertamenti supplementari in ordine alla sua identità o nazionalità,
ovvero all'acquisizione di documenti per il viaggio, ovvero per l'indisponibilità
di vettore o altro mezzo di trasporto idoneo, il questore dispone che lo straniero
sia trattenuto per il tempo strettamente necessario presso il centro di permanenza
temporanea e assistenza più vicino” (art. 12 della legge n. 40 del 1998, cosiddetta Turco – Napolitano, confluita
poi nell’articolo 14 del Testo Unico sull’immigrazione).
Con questa legge il nostro Paese ha istituito i centri di permanenza temporanea:
unico caso previsto dal nostro ordinamento di detenzione in assenza di reato.
Un'eccezione che vale solo per gli stranieri.
La sua funzione sarebbe quella di assicurare il ritorno in patria degli immigrati
irregolari quando, per una delle esigenze elencate dalla norma, non può essere
immediato.
Esigenze che il più delle volte non dipendono dallo straniero.
Come nel caso di Cesaria, detenuta da più di 40 giorni solo perché il suo consolato,
pur avendola identificata, ha deciso di dare precedenza, nel rilascio dei documenti
per la partenza, a chi ha già il passaporto.
A sostegno dei Cpt, vengono spesso chiamati in causa gli accordi di Schengen che, impegnando gli
Stati membri alla difesa dei confini d’Europa, renderebbero la detenzione in vista
dell’espulsione uno strumento ineliminabile.
Tuttavia, è bene sottolineare che né in questo trattato, né altrove, vi è norma
europea che preveda o obblighi gli Stati alla creazione di questi centri.
E neppure sono utili a contrastare la clandestinità. I dati statistici parlano chiaro: dei 98.266 stranieri trattenuti tra il 1999
e il 2005 nel nostro Paese, solo 43.648, vale a dire il 44, 42 percento, sono stati effettivamente rimpatriati
in
seguito a trattenimento. Cifre ancora più indicative se si tiene conto che per
il mantenimento dei Cpt il nostro Stato spende in media ogni anno i quattro quinti
di tutte le risorse che impegna in campo immigratorio.
Né sembra esistere norma, italiana o internazionale, che possa legittimare il
ricorso generale e indiscriminato alla restrizione di un fondamentale diritto
umano, qual'è il diritto alla libertà personale. Invece chiunque sia trovato sprovvisto di permesso di soggiorno deve essere
espulso e, in attesa, rinchiuso.
Non ci sarà nessuno sforzo per cercare strade alternative all’espulsione che,
tenendo conto del singolo e specifico caso, possano portare alla regolarizzazione
dell’immigrato; tanto meno saranno valutate vie diverse dalla detenzione che possono
comunque garantire il rimpatrio.
Non importa se la clandestinità non è una scelta, ma una condizione necessaria
per entrare in un Paese che si ostina a chiudere i propri canali di ingresso legale
ma che al contempo continua ad assorbire migliaia di disperati nella rete invisibile
dell’economia informale.
Nessuna considerazione meriterà la singola persona, la sua storia, i suoi desideri,
bisogni o drammi; il rispetto della stessa dimensione umana sembra dimenticato.