scritto per noi da
Alì Elouri
Il signor Abdallah vive in un piccolo
villaggio del Libano meridionale, mille anime arroccate su una ripida
collina a pochi passi da Israele. La casa della famiglia di Abdallah
è sul versante est, l’unico quartiere non bombardato
dall’ultima guerra. Il padrone di casa fa strada cordialmente,
siamo invitati per un tè.
I conti con il passato. Due
passi e siamo nella stanza degli ospiti, che nelle case libanesi
coincide spesso con l’ingesso. Segno d’ospitalità, un
altro passo e siamo seduti sui divani disposti a semi cerchio.
L’arredamento è essenziale, sobrio, forse povero ma
impreziosito dalla grande dignità che si respira. Sui muri
scrostati della stanza sorridono le immagini di Nasrallah, il capo di
Hezbollah. C’è il suo poster, il suo calendario, e poi due
foto di ragazzi una accanto all’altra. La stanza è
illuminata dalla luce che filtra dalla finestra sul giardino. Oltre
l’ulivo si intravede una dolce vallata, oltre la collina, Israele.
Abdallah si siede sulla poltrona
all’angolo, è onorato dagli ospiti e si percepisce la
felicità di rompere la routine contadina, anche se solo per
qualche istante. Abdallah esordisce a voce bassa: “Questa casa è
in affitto. Quella di mio padre e la mia sono state rase al suolo
dalle bombe la scorsa estate. Ce ne siamo andati a fine luglio, era
troppo pericoloso. Poi, terminata la guerra, mi hanno raccontato che
le nostre case sono state distrutte un lunedì, a mezzanotte”.
Era solo un anno fa, e bastarono pochi minuti per far svanire nel
nulla i sacrifici di due generazioni di persone. Ma non c’è
rabbia negli occhi di Abdallah, come se l’esito inaspettato del
conflitto lo avesse in qualche modo
risarcito, “Nel nostro villaggio sono
state distrutte oltre 200 case e sono morte 30 persone sotto le
bombe”, chiude secco Abdallah grattandosi la barba incolta.
Dall'Iraq agli Stati Uniti.
Nella stanza arriva la moglie Hijam seguita dal figlio Hasam.
Abdallah racconta aneddoti sul suo matrimonio e sua moglie sorride
timidamente. “Ho quattro figli maschi”, cambia discorso Abdallah
e nell’aria si respira una certa tensione. “Hasan è seduto
qui, gli altri due sono li”, dice Abdallah indicando le due foto
appese al muro. La prima foto sulla sinistra è quella di
Ahmad, morto nella guerra civile nel 1981. Una foto in bianco e nero,
che mostra un ragazzo dallo sguardo intenso.
“E’ morto a Beirut sulla linea del
fronte, aveva 21 anni”, dice Abdallah alzando lo sguardo al cielo.
Dopo un’interminabile attimo di silenzio, Abdallah riprende:
“L’altra foto è quella di Karim, morto l’estate scorsa
sotto le bombe che hanno devastato il villaggio”. La foto è
a colori e mostra un ragazzo in divisa che impugna un fucile con
decisione. Studiava all’università, e la passione per la
politica lo convinse ad arruolarsi con la resistenza. Il giovane
Hasan ascolta il padre immobile. E’ una storia che ha sentito mille
volte ma sembra voler cogliere dettagli nascosti sui fratelli
perduti, come se da essi potesse intuire quale sarà il suo
destino. Mentre parla, anche Abdallah guarda spesso il figlio, quasi
ne percepisse la tensione, la paura. La visita volge al termine,
giusto il tempo per un ultima domanda. Signor Abdallah, lei crede che
la pace durerà in Libano?
“La pace non dipende da noi”,
risponde Abdallah deciso, “noi siamo solo una pedina di un grande
gioco che dall’Iraq arriva fino in America. La risposta è
dunque no. E il suo volto rileva il grande dilemma che lo scuote. Da
una parte gli entusiasmi frutto dell’ultima guerra, dall’altra il
prezzo pagato dalla sua famiglia. Da una parte l’orgoglio e la
voglia di rivalsa, dall’altra il desiderio di una vita normale. Da
una parte il giovane Hasan, dall’altra le due foto sul muro. Da una
parte la pace, dall’altra la guerra”.