scritto per noi da
Milena Nebbia
“Resistenza,
resistenza, resistenza”. Con toni pacati ma decisi giunge il
messaggio dello sceicco Naim Kassem, numero due di Hezbollah, alla
delegazione del Comitato
Per ricordare Sabra e Chatila.
“I popoli
hanno diritto di respingere l’ingiustizia, anche con la forza. Se
fosse stato sufficiente gridare lo avremmo fatto, ma non è
bastato. Hanno coperto le nostre grida quindi è stata
necessaria la resistenza per prendersi la terra e liberarla, così
abbiamo fatto in Libano e così devono fare in Palestina. Non
bastano più gli appelli degli intellettuali sulla stampa”,
racconta lo sceicco. “La nostra terra è rimasta occupata dal
1978 e se non ci fosse stata la resistenza non si sarebbe arrivati
al 2000”, prosegue Kassem. Lo sceicco fa riferimento alle azioni
messe in atto dal Partito di Dio, Hezbollah appunto, sin dal 1985,
quando cominciò una vera e propria guerriglia contro gli
israeliani che furono costretti ad evacuare gran parte del territorio
libanese, ritirandosi nella cosiddetta fascia di sicurezza. Negli
anni successivi, a causa della ininterrotta lotta da parte di
Hezbollah, controllare tale zona, che corrispondeva a circa il 10
percento del territorio libanese, si rivelò talmente oneroso
che, sia pure obtorto collo, il governo israeliano si rassegnò
all’evacuazione. Questa venne ultimata il 24 maggio 2000, in
maniera tanto caotica da assomigliare più ad una fuga che ad
una ritirata.
“Noi
abbiamo affrontato l’occupante in quanto tale, malgrado ciò
nel luglio 2006 ha colpito di nuovo, ma la resistenza ha bloccato
questo progetto”. Resistenza armata, dunque per Kassem, come atto
legittimo di fronte all’usurpatore.
La
situazione in Libano? “E’ complicata - ammette - una forza
piccola come la nostra ha sconfitto gli israeliani un anno fa (il
riferimento è alle operazioni di Israele iniziate nel luglio
2006 in Libano con il fine dichiarato di liberare due dei suoi
soldati catturati da Hezbollah e che si sono concluse con un nulla di
fatto al momento di entrata in vigore della tregua imposta dall’Onu),
ma da allora Tel Aviv cerca di influenzare la situazione interna per
trasformare una sconfitta militare in una vittoria politica”. Il
Governo di unità nazionale? “La maggioranza dice che è
un suicidio politico, allora - abbiamo detto - mettiamo la
Costituzione come arbitro, così è iniziato il gioco
delle interpretazioni costituzionali. Ad ogni modo, l’attuale
gruppo di potere non vuole nessuna soluzione. Vogliono governare da
soli o prendono tempo per una modifica costituzionale che gli
consenta di governare da soli. E’ il peso dell’influenza
americana che li induce a comportarsi così. Noi continueremo
ad essere positivi, ma affronteremo con determinazione la tutela e
influenza americana in questo paese. Non siamo deboli, abbiamo tanta
pazienza. Chi governa ha chiuso le porte di fronte a qualsiasi
soluzione per il bene dei cittadini. Ora siamo in attesa di una
risposta del governo e della maggioranza rispetto alla nostra mano
tesa, cioè alla possibilità di rinunciare al governo di
unità nazionale purché si arrivi ad un candidato “di
compromesso”, cioè condiviso da maggioranza e opposizione .
Il governo non ha ancora dato la sua risposta, quindi sta ostacolando
le elezioni”.
Cosa
pensa della situazione dei palestinesi in Libano e di Nahr el-Bared?
“Rispetto alla ricostruzione del campo di Nahr el-Bared,
nessuno del governo ha espresso il divieto al ritorno, ma se
vedessimo un segnale che va in direzione diversa esprimeremo il
nostro dissenso immediatamente. Nahr el-Bared è stato un
complotto di alcuni componenti del potere che alimentavano Fatah al
Islam, altrimenti come si spiegherebbe la loro forza? Il complotto si
denota dal fatto che si è voluto far vedere il campo profughi
come luogo di tensione da disarmare. Per quanto riguarda i
palestinesi, ritengo che alcune forze politiche vorrebbero una loro
stabilizzazione per evitare il loro diritto al ritorno. I nostri
parlamentari invece hanno chiesto che ai palestinesi vengano concessi
tutti i diritti, che sono loro negati (i palestinesi che vivono nei
campi sono soggetti a leggi discriminatorie: i loro movimenti
limitati e controllati dai militari libanesi, gli viene proibito di
possedere o ereditare una qualsivoglia proprietà e gli viene
impedito di svolgere 72 professioni) tranne quello della
cittadinanza, proprio in funzione di riconoscere il loro diritto al
ritorno in Palestina”.
Il
rapporto con le forze internazionali schierate in Libano? ”Ci hanno
contattato per sapere dove doveva mirare la missione e cosa ne
pensavamo e gli abbiamo risposto che se sono qui per evitare un
contatto tra Israele e la resistenza , noi non abbiamo obiezioni. Se
invece fossero venuti con lo scopo di disarmarci, ci saremmo opposti.
Finora osserviamo che le truppe hanno rispettato le indicazioni
iniziali. Gli Usa e Israele speravano che l’Unifil (la missione Onu
di cui l’Italia è a capo in questa fase) diventasse il
braccio armato di Israele nel sud del Libano, ma così non è
stato, almeno finora”.