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Enormi fori di proiettile risaltano sui muri delle piccole palazzine di due piani
nel quartiere di Citè Soleil, nella capitale haitiana Port au Prince. In questo
angolo di città a ridosso del mare ma anche nell'altro rione caldo, Martissant,
le truppe delle Nazioni Unite, i famosi caschi blu della missione di stabilizzazione
presenti sull'isola dal 2004 hanno per alcuni mesi fatto il bello e cattivo tempo.
“Sparavano ma adesso la situazione è decisamente più tranquilla” raccontano gli
abitanti di questa bidonville. “Fra gennaio e febbraio i caschi blu hanno sparato
e ucciso indiscriminatamente. Sono una forza d'occupazione e non riusciamo a capire
perchè non se ne vadano a casa loro” gridano i ragazzi più giovani, animati forse
da maggiore odio nei confronti delle truppe dell'Onu.
Paure e tensioni. Ma la tensione fra la popolazione e le “forze di pace” era già tesa da alcune
settimane. Da quando cioè il presidente haitiano Renè Preval diede di fatto mandato
ai caschi blu di intervenire direttamente nelle zone del Paese dove era più alta
la presenza e la resistenza dei ribelli.
Danni ai civili. Colonne di fumo dovute agli incendi causati dalle sparatorie erano ben visibili
in tutta la città. Le famiglie cercavano per quanto possibile di restare chiuse
nelle loro abitazioni i cui muri non erano, e non sono, abbastanza resistenti
a contrastare la potenza degli spari delle armi automatiche. E intanto la luce
del giorno faceva scoprire decine di cadaveri, la pace sociale era ancora una
chimera, l'odio dei civili haitiani per quei soldati stranieri presenti sull'isola
montava sempre più. “Molte delle operazioni portate avanti dai caschi blu non saranno state sicuramente
rese pubbliche, perchè coperte da segreto operativo”, raccontava in quei giorni
dalla capitale haitiana Francesco Fantoli, famoso giornalista televisivo.Alessandro Grandi
Parole chiave: Alessandro Grandi, pace, guerra, peacereporter