21/09/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Missione di pace o missione operativa di guerra? Una domanda alla quale anche ad Haiti non sanno dare una risposta concreta. Dal nostro inviato Alessandro Grandi
 
Una palazzina a Citè Soleil, dopo gli interventi dei caschi blu (Foto A.Grandi/PeaceReporter)Enormi fori di proiettile risaltano sui muri delle piccole palazzine di due piani nel quartiere di Citè Soleil, nella capitale haitiana Port au Prince. In questo angolo di città a ridosso del mare ma anche nell'altro rione caldo, Martissant, le truppe delle Nazioni Unite, i famosi caschi blu della missione di stabilizzazione presenti sull'isola dal 2004 hanno per alcuni mesi fatto il bello e cattivo tempo. “Sparavano ma adesso la situazione è decisamente più tranquilla” raccontano gli abitanti di questa bidonville. “Fra gennaio e febbraio i caschi blu hanno sparato e ucciso indiscriminatamente. Sono una forza d'occupazione e non riusciamo a capire perchè non se ne vadano a casa loro” gridano i ragazzi più giovani, animati forse da maggiore odio nei confronti delle truppe dell'Onu.
 
Abitazioni distrutte dai colpi di arma da fuoco (Foto A.Grandi/PeaceReporter)Paure e tensioni. Ma la tensione fra la popolazione e le “forze di pace” era già tesa da alcune settimane. Da quando cioè il presidente haitiano Renè Preval diede di fatto mandato ai caschi blu di intervenire direttamente nelle zone del Paese dove era più alta la presenza e la resistenza dei ribelli.
E non ci sono certo andati piano. In poche ore da forza di pace, la Minustah, diventa forza d'intervento e per i quartieri invivibili di Port au Prince inizia una fase di vera guerra.
Colpi d'arma da fuoco, armi da guerra, armi pesanti, sparati contro chiunque si muovesse, di notte, per i vicoli di Citè Soleil, Martissant, ma anche di Citè Militaire e Bel Air.
Decine di persone, soprattutto civili, colpite da proiettili che piovevano come acqua durante un temporale. Gli infermieri degli ospedali di Medici Senza Frontiere, presenti sia a Martissant che a Citè Soleil, ogni giorno, ogni notte, erano sottoposti a turni massacranti per prestare servizio alla popolazione civile. Intanto per le strade la situazione non migliorava, anzi.
 
Posto di blocco per le strade di Citè Soleil (Foto A.Grandi/PeaceReporter)Danni ai civili. Colonne di fumo dovute agli incendi causati dalle sparatorie erano ben visibili in tutta la città. Le famiglie cercavano per quanto possibile di restare chiuse nelle loro abitazioni i cui muri non erano, e non sono, abbastanza resistenti a contrastare la potenza degli spari delle armi automatiche. E intanto la luce del giorno faceva scoprire decine di cadaveri, la pace sociale era ancora una chimera, l'odio dei civili haitiani per quei soldati stranieri presenti sull'isola montava sempre più. “Molte delle operazioni portate avanti dai caschi blu non saranno state sicuramente rese pubbliche, perchè coperte da segreto operativo”, raccontava in quei giorni dalla capitale haitiana Francesco Fantoli, famoso giornalista televisivo.
Oggi a mesi di distanza, nonostante la calma sia tornata apparentemente a essere proprietaria delle calde giornate caraibiche, restano ancora sui muri delle case i segni indelebili della violenza e della ferocia usate dai caschi blu. Se questa è una missione di pace...

Alessandro Grandi

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