31/12/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



I coloni si preparano al ritiro da Gaza: minacce, deja-vu, e voglia di ricominciare
Il movimento pacifista israeliano Peace Now ha lanciato, sul quotidiano Haaretz, una petizione per reclutare volontari disposti a rimpiazzare i soldati che si rifiuteranno di smantellare gli insediamenti della Striscia di Gaza:  “Mi presento come un volontario per sostituire qualsiasi soldato che si rifiuti di obbedire agli ordini. Ci mettiamo a disposizione dell’esercito e delle forze di sicurezza per aiutare il governo a portare a termine il ritiro dalla Striscia di Gaza e dalla Cisgiordania.“
 
Polizia israeliana arresta attivista israeliano
Disobbedienza e stelle arancioni.
In Israele vanno moltiplicandosi gli appelli delle organizzazioni religiose e nazionaliste perché i coloni rinsaldino le fila e non consentano al governo di realizzare il piano di disimpegno. Molte campagne sono rivolte ai soldati: a loro viene chiesto di disobbedire agli ordini del governo e boicottare il ritiro. Uno degli organizzatori della petizione, Noam Livnat conta di raccogliere oltre diecimila firme, un numero sufficiente a creare un grosso problema all’esercito. Le forme di protesta organizzate sono state le più disparate, a partire dalle catene umane di settembre, durante i primi passi in parlamento della proposta Sharon. Con l’approvazione del piano di disimpegno lo scontro di opinioni si è fatto più pesante. I rappresentanti dei coloni hanno minacciato di assediare il parlamento giorno e notte e di iniziare una campagna di disobbedienza civile di massa, che includa anche azioni da scudi umani. Altri attivisti della Striscia di Gaza hanno proposto che gli israeliani a rischio di espulsione indossino una stella di David arancione (quella che gli ebrei erano costretti ad indossare in Germania durante la Shoà era gialla) in omaggio al colore della protesta che ha ribaltato le elezioni in Ucraina. La campagna delle stelle arancioni ha sollevato sdegno specialmente tra i figli dei sopravvissuti ai campi di sterminio. Una delle voci più contrarie è stata quella di Alcazar Stern, comandante dell’esercito, secondo il quale “in questo modo si dà ragione a chi pensa che l’olocausto sia stato un fenomeno storico legittimo, il risultato di una decisione presa democraticamente”. Ancora Stern aggiunge che “la protesta è uno strumento legittimo, incitare i soldati all’ammutinamento creando un organismo che li spinga a disobbedire agli ordini è un fatto pericoloso”.
 
Coloni israeliani in preghiera sulle alture del GoloanUn soldato deve obbedire. Il fronte del rifiuto prevede la possibilità di assumere una vasta gamma di posizioni: dal "rifiuto grigio", che consiste nella non obbedienza ad ordini specifici, al rifiuto totale pubblicamente asserito, passando per forme "speciali" come quella proposta dalle "donne in Verde" ai riservisti, che verrebbero richiamati alle armi non tanto per evacuare la Striscia di Gaza, ma per liberare le mani dei soldati ufficiali per quel compito, rilevando le loro mansioni altrove. Ancora, una forma di rifiuto è quella annunciata dai battaglieri coloni di Gush Katif con un comunicato: "Avvertiamo che se il piano Sharon verrà realizzato, in tutta risposta disimpegneremo noi stessi, i nostri figli e nipoti da qualsiasi servizio a qualsiasi titolo nelle forze di sicurezza, nella polizia, nell’esercito e nella riserva”. La forma di rifiuto che potrebbe raccogliere il maggior numero di adesioni è però quella proposta dall’organizzazione Gamila Shall Not Fall Again: si tratta della petizione per il rifiuto individuale, non organizzato. Questa versione si basa su una dichiarazione di Sharon, che in una intervista del lontano 1995 diceva: “Ho servito nell’esercito per molti anni e dico che un soldato deve eseguire gli ordini, e se un soldato pensa che l’ordine ricevuto sia contrario alla sua coscienza deve rivolgersi personalmente al proprio comandante, e insisto sul personalmente, spiegare la propria posizione ed essere preparato a subire le conseguenze.”
 
Manifestazione di protesta dei Refuseniks israeliani
Secondo un sondaggio del quotidiano israeliano Yediot Aharonot la popolazione dei circa ottomila coloni di Gaza non si pone in modo univoco nei confronti delle azioni da intraprendere.
E' condiviso, invece, il dolore che queste persone provano al pensiero di lasciare la terra che per anni li ha ospitati e che secondo la loro fede gli appartiene. Le stelle arancioni hanno riscosso i consensi del 32 percento degli intervistati, mentre i contrari sono il 42 percento. Il 44 percento dei coloni ha intenzione di barricarsi in casa per rendere più complicate le operazioni di  sgombero, mentre il 23 percento annuncia l'intenzione di ritirarsi senza opporre resistenza. Altra questione controversa in merito al diritto di resistere è quella della violenza: resistere significa poter legittimamente fare uso della forza contro chi tenta di sgomberare oppure no? Secondo lo stesso sondaggio l’11 percento ha dichiarato l’intenzione di ricorrere alla violenza, un atteggiamento che dal 26 percento dei coloni viene considerato giustificabile.

Naoki Tomasini

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