scritto per noi da
Edoardo Schettino
E’ il 12 settembre: la sera prima a Ovada, nel basso Piemonte, Jeff Halper ha
ricevuto il premio speciale “Testimone di pace” conferito dal Centro per la Pace
e la Non violenza Rachel Corrie “per il suo costante impegno a favore della pace,
la sua lotta alla demolizione delle case palestinesi, all’occupazione e ai trasferimenti
forzati della popolazione non ebraica”.
Jeff sta correggendo le bozze di quello che sarà il suo prossimo libro, Obstacles to peace, che fornisce un’analisi sul campo di come l’avanzata degli insediamenti israeliani,
abitazioni e vie di comunicazione, stia soffocando la vita, le aspirazioni del
popolo palestinese, riducendo al minimo la prospettiva di sicurezza nell’area.
E al tempo stesso è il superamento della teoria enunciata nel 2003 all’Onu di
un solo stato ebraico e palestinese.
Non credi più in una soluzione di questo tipo?
Quest’idea mi è piaciuta a lungo ma è sotto gli occhi di tutti il fatto che è
impossibile costruire una casa comune se ognuno di noi non rinuncia a qualcosa
per andare incontro all’altro. Credo che Israele debba essere considerata come
la parte forte del conflitto, non la vittima; per questo il mio paese dev’essere
ritenuto responsabile delle sue azioni e giudicato secondo le leggi internazionali.
In occidente, dopo l’11 settembre, s’è affermata l’idea secondo la quale criticare
la politica estera significa non amare il proprio paese se non addirittura indebolirlo.
Tu dici di amare il tuo eppure lo critichi aspramente.
Non credo alla parola amore in quest’ambito; mi piace il mio paese, come penso
che a te piaccia il tuo. Sento di appartenervi, ci sarebbe qualcosa di sbagliato
se non fosse così. Forse qualcun altro parlerebbe di patriottismo. Come posso
non criticare Israele se, come mostro nel libro, è causa di un conflitto e, pur
detenendo un potere di gran lunga sproporzionato, nulla fa per trovare una soluzione
pacifica? Ancora: se Israele non ferma l’avanzamento degli insediamenti, la costruzione
di infrastrutture che significano anche la soppressione dell’economia palestinese
come posso non criticarlo?
A che punto siamo di quel processo che tu hai definito “Matrix of Control”, il
sistematico tentativo di controllare tutto ciò che succede nei territori occupati.
Man mano che le demolizioni vanno avanti, aumentano gli insediamenti ebraici,
l’economia palestinese appassisce; e stiamo parlando di un popolo con un governo
che non ha una reale chance d’essere ascoltato dalla comunità internazionale.
Oggi questo conta di più delle manovre militari. Nell’esercito si sta facendo
strada l’idea di combattere una guerra che non può esser vinta; è un motivo di
crescente contrasto con il potere politico che proprio all’esercito addebita inefficienza
e velleitarismo. Io chiedo che l’occupazione sia giudicata per quello che è.
Torniamo alla possibile soluzione.
La prospettiva di due stati non è percorribile, così come la mia visione d’uno
stato unico. Per questo dobbiamo allargare il campo. Penso ad una confederazione
di stati della regione: Israele, Palestina, Libano, Siria e Giordania. Anche l’Egitto.
Assieme sul modello del mercato europeo di trent’anni fa. L’Europa che ha vissuto
quest’esperienza deve sforzarsi di farsi sentire.
E gli Stati Uniti?
Gli Stati Uniti hanno bisogno di Israele e restituiscono libertà e appoggio alla
politica israeliana nei territori occupati. In Cisgiordania oggi vengono sperimentate
armi sempre più nuove e sofisticate. Israele fa un lavoro che l’America non vuole
e non può fare. In queste condizioni gli Usa non possono offrire una soluzione
costruttiva.
Per concludere: si può dire che chi prova a lavorare per superare le barriere
spesso erette usando come mattoni le differenze di provenienza, cultura e religione
è un vero rivoluzionario del nostro tempo?
Viviamo in un grande paradosso: più allarghiamo la nostra visione del mondo cosiddetto
globalizzato, più la appiattiamo fingendo di non percepire le differenze. Per
dare una risposta a questo problema credo si debba recuperare la dichiarazione
dei diritti umani: essa ci fornisce un tappeto comune di valori e aspirazioni.
Tutti noi chiediamo di vivere in pace e una tutela per la nostra dignità di individui;
ma per ottenere ciò è necessario fornire garanzie agli altri. Da antropologo posso
dire che nella cultura di ogni società c’è una componente di conservatorismo che
si oppone alle istanze di rinnovamento. La dichiarazione dei diritti umani coniuga
le due parti e al tempo stesso va oltre fornendo un punto di partenza per il dialogo.