19/09/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



L'antropologo Jeff Halper il sistema degli insediamenti ebraici in Palestina
scritto per noi da
Edoardo Schettino

E’ il 12 settembre: la sera prima a Ovada, nel basso Piemonte, Jeff Halper ha ricevuto il premio speciale “Testimone di pace” conferito dal Centro per la Pace e la Non violenza Rachel Corrie “per il suo costante impegno a favore della pace, la sua lotta alla demolizione delle case palestinesi, all’occupazione e ai trasferimenti forzati della popolazione non ebraica”.
Jeff sta correggendo le bozze di quello che sarà il suo prossimo libro, Obstacles to peace, che fornisce un’analisi sul campo di come l’avanzata degli insediamenti israeliani, abitazioni e vie di comunicazione, stia soffocando la vita, le aspirazioni del popolo palestinese, riducendo al minimo la prospettiva di sicurezza nell’area. E al tempo stesso è il superamento della teoria enunciata nel 2003 all’Onu di un solo stato ebraico e palestinese.

jeff halperNon credi più in una soluzione di questo tipo?

Quest’idea mi è piaciuta a lungo ma è sotto gli occhi di tutti il fatto che è impossibile costruire una casa comune se ognuno di noi non rinuncia a qualcosa per andare incontro all’altro. Credo che Israele debba essere considerata come la parte forte del conflitto, non la vittima; per questo il mio paese dev’essere ritenuto responsabile delle sue azioni e giudicato secondo le leggi internazionali.

In occidente, dopo l’11 settembre, s’è affermata l’idea secondo la quale criticare la politica estera significa non amare il proprio paese se non addirittura indebolirlo. Tu dici di amare il tuo eppure lo critichi aspramente.

Non credo alla parola amore in quest’ambito; mi piace il mio paese, come penso che a te piaccia il tuo. Sento di appartenervi, ci sarebbe qualcosa di sbagliato se non fosse così. Forse qualcun altro parlerebbe di patriottismo. Come posso non criticare Israele se, come mostro nel libro, è causa di un conflitto e, pur detenendo un potere di gran lunga sproporzionato, nulla fa per trovare una soluzione pacifica? Ancora: se Israele non ferma l’avanzamento degli insediamenti, la costruzione di infrastrutture che significano anche la soppressione dell’economia palestinese come posso non criticarlo?

una casa palestinese demolita. contro la distruzione delle case si batte l'ichad, l'associazione di halperA che punto siamo di quel processo che tu hai definito “Matrix of Control”, il sistematico tentativo di controllare tutto ciò che succede nei territori occupati.
Man mano che le demolizioni vanno avanti, aumentano gli insediamenti ebraici, l’economia palestinese appassisce; e stiamo parlando di un popolo con un governo che non ha una reale chance d’essere ascoltato dalla comunità internazionale. Oggi questo conta di più delle manovre militari. Nell’esercito si sta facendo strada l’idea di combattere una guerra che non può esser vinta; è un motivo di crescente contrasto con il potere politico che proprio all’esercito addebita inefficienza e velleitarismo. Io chiedo che l’occupazione sia giudicata per quello che è.

Torniamo alla possibile soluzione.

La prospettiva di due stati non è percorribile, così come la mia visione d’uno stato unico. Per questo dobbiamo allargare il campo. Penso ad una confederazione di stati della regione: Israele, Palestina, Libano, Siria e Giordania. Anche l’Egitto. Assieme sul modello del mercato europeo di trent’anni fa. L’Europa che ha vissuto quest’esperienza deve sforzarsi di farsi sentire.

aggressione di un gruppo di coloni contro palestinesiE gli Stati Uniti?

Gli Stati Uniti hanno bisogno di Israele e restituiscono libertà e appoggio alla politica israeliana nei territori occupati. In Cisgiordania oggi vengono sperimentate armi sempre più nuove e sofisticate. Israele fa un lavoro che l’America non vuole e non può fare. In queste condizioni gli Usa non possono offrire una soluzione costruttiva.

Per concludere: si può dire che chi prova a lavorare per superare le barriere spesso erette usando come mattoni le differenze di provenienza, cultura e religione è un vero rivoluzionario del nostro tempo?

Viviamo in un grande paradosso: più allarghiamo la nostra visione del mondo cosiddetto globalizzato, più la appiattiamo fingendo di non percepire le differenze. Per dare una risposta a questo problema credo si debba recuperare la dichiarazione dei diritti umani: essa ci fornisce un tappeto comune di valori e aspirazioni. Tutti noi chiediamo di vivere in pace e una tutela per la nostra dignità di individui; ma per ottenere ciò è necessario fornire garanzie agli altri. Da antropologo posso dire che nella cultura di ogni società c’è una componente di conservatorismo che si oppone alle istanze di rinnovamento. La dichiarazione dei diritti umani coniuga le due parti e al tempo stesso va oltre fornendo un punto di partenza per il dialogo.