15/10/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Parla il ministro per le donne della Autorità nazionale palestinese

“La situazione in Palestina è difficile. Israele ha invaso e rioccupato la Cisgiordania e decine di persone muoiono. È necessario che il mondo, che il popolo italiano, ci aiutino a mettere fine all’arroganza di Sharon”. Zahira Kamal è una donna ed è il ministro per la condizione femminile dell’Autorità nazionale palestinese (Anp).

Zahira è stata uno dei leader dell’intifada. Il suo sguardo è limpido e determinato. Gli occhi, neri e gentili, i lineamenti del viso leggeri, parla con vigore, pesando con attenzione le parole: “Le nostre donne soffrono come gli uomini e quindi combattono come gli uomini. Sto imparando molte cose viaggiando per l’Italia. I miei incontri con amministratori locali, sindacalisti, politici, intellettuali sono un modo per capire la complessità del mondo. Però io credo che il progresso, che i progetti di cooperazione, riescano se sono tutti i partner ad imparare”. La società palestinese sta affrontando la crisi più grave da sempre. Secondo uno studio del Palestinian Central Bureau of Statistic (Pcbs), sono almeno 226mila le famiglie il cui reddito si è polverizzato, calando di oltre il 50 per cento. La crisi è stat a determinata dalla continua chiusura dei territori, dalle operazioni militari di Tel Aviv, dal crollo dei consumi interni.

Il ministro insiste: “Noi abbiamo alcuni obiettivi primari. Sette, per esser precisi: istruzione, lavoro, sanità, salute, violenza contro le donne, partecipazione, sviluppo di una legislazione che favorisca la parità tra i sessi e promuova la partecipazione politica delle donne. In particolare la povertà sta colpendo tutti i settori della vita sociale, ma specialmente le donne che mantengono le famiglie, perché gli uomini sono stati uccisi, imprigionati o sono disoccupati. Stiamo tentando di concentrare i nostri sforzi verso di loro. Inoltre – va avanti la Kamal – le presenza femminile non è mai coinvolta nelle decisioni strategiche, anche quando è responsabile di funzioni di direzione a tutti i livelli. Non dobbiamo copiare dall’Occidente, ma studiare per modulare e tradurre procedure e legislazioni diverse ed essere capaci tradurle in un realtà compatibile con la Palestina”. La scia di violenza che sta devastando Gaza e la Cisgiordania sono presenti nelle parole del ministro. Con preoccupazione, ma senza il minimo cenno di acredine o astio, Zahira aggiunge: “La povertà fa crescere la violenza e per questo dobbiamo combattere la povertà. La pace è impossibile in presenza di abusi. Di tutti gli abusi, quelli di Israele e quelli che tra le mura domestiche colpiscono le donne con la violenza familiare. Noi dobbiamo e vogliamo crescere. In formazione e rafforzando lo scambio tra culture diverse”.

I temi dello sviluppo della società palestinese si mescolano con quelli legati al conflitto con il governo Sharon e dalle parole del ministro emerge un quadro complesso, nel quale il lavoro per restituire alla nazione palestinese sovranità e diritti è lungo e arduo.
Zahira pensa che “in questo momento gli israeliani vogliono lasciare Gaza, ma rimanere saldi in Cisgiordania. Il quadro di politica internazionale, dopo la fine dei blocchi e l caduta del muro di Berlino, ha imposto una situazione mono-polare. Gli Stati Uniti, in questa fase, stanno riorganizzando l’egemonia in Medio Oriente e verso l’Asia. La guerra in Afghanistan e l’Iraq sono punti di questo processo di riordino”.

Il fallimento della Road Map, proposta dal presidente Usa, George W. Bush, sembra un dato di fatto, ma nelle parole della Kamal ci sono cenni di ottimismo, anche se molto cauti: “Noi vogliamo difendere e andare avanti per quella strada. Il governo di Tel Aviv continua ad attaccarci, a confiscare terre in Cisgiordania, a non accettare lo smantellamento delle colonie nei Territori e a negare ai profughi palestinesi fuggiti in Libano, Giordania, Siria di tornare a casa. Per di più è grave l’assenza, in questo momento, di qualunque cosa abbia a che fare con la cultura della pace. La Road map, però, rimane un altri. L’odio e la violenza in Palestina incidono sulla cultura di tutto il mondo, non solo sulla nostra. Per punto di partenza dal quale dobbiamo riprendere a trattare. Inoltre è importante contrastare l’idea che in Occidente si sappia tutto e da noi non si sappia nulla. Lo ripeto, tutti dobbiamo imparare gli uni dagli questo dobbiamo trovare e costruire la pace. Trentotto anni di conflitto hanno avvelenato il mio popolo e quello di Israele. Se è vero quello che dico, però, se la nostra guerra coinvolge anche il resto del Pianeta, perché finisca noi abbiamo bisogno dell’aiuto del resto del mondo. Il vostro aiuto è indispensabile per fermare Sharon. E quest’aiuto chiediamo.”

Zahira sorride, gli orrori della sua terra sono lontani dalla capitale italiana, ma si comprende, guardandola negli occhi, quanto ami la sua terra, la sua gente, le donne per le quali lavora. Un aereo l’aspetta per riportarla in Palestina, ma anche qualche altro incontro, prima. E lei è felice di vedere, osservare, scoprire modi di vivere e di organizzare la vita e la società diversi.

Roberto Bàrbera

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