18/09/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Gas lacrimogeni usati contri i monaci buddisti in Myanmar. Per la prima volta i sai arancione in piazza contro i militari
di gianluca Ursini
 
La protesta birmana contro la giunta dittatoriale al potere dal 1988 ha vestito il saio arancione dei monaci buddisti. Martedì 18 settembre ricorre l'anniversario della grande protesta anti militare del 1988, che portò a una repressione feroce da parte dei generali, all'inizio della dittatura dell'attuale giunta e alla convocazione di libere elezioni il cui esito (disastroso per i generali con la vittoria della 'Lega per la Democrazia' di Aung Saan Suu Kii) venne illegittimamente invalidato dalle divise verdi.
 
la protesta odierna a YangunDi lotta e di preghiera Nell'ex capitale Yangun oltre 400 monaci hanno attraversato pregando le principali arterie della metropoli, per protestare contro la politica economica dei militari, ispirata ai principi della pianificazione socialista. I manifestanti sono stati videoripresi dai poliziotti, che non li hanno però fermati. Un fronte di proteste sta attraversando in silenzio l'ex Birmania da metà agosto, quando un aumento non annunciato del prezzo del carburante e del gas da riscaldamento ha ridotto ai minimi termini la maggioranza delle famiglie birmane. Le marce silenziose attraverso Yangun e Mandalay sono spesso state interrotte con la forza dalle milizie private favorevoli al regime; due settimane or sono (mercoledì 5 settembre) si era avuta la prima discesa in campo dei religiosi buddisti, sfociata nella città di Pakokku in una repressione a suon di manganellate. L'episodio aveva suscitato molto clamore, soprattutto perché il giorno seguente una delegazione di 20 ufficiali andata a scusarsi al convento venne tenuta 12 ore sotto sequestro dai monaci infuriati, che avevano anche bruciato le quattro auto di servizio degli uomini in divisa.
 
Misteri della fede I militari si aspettavano tali manifestazioni per l'anniversario, tanto da aver intensificato i controlli nelle maggiori città. Sono temutissimi i monaci in un Paese al 98 percento buddista, tanto che l'adesione dei religiosi fu l'elemento scatenante della rivolta dell'88. I religiosi a Yangun avrebbero voluto concludere la loro marcia nella pagoda più importante di Myanmar, Shwedagon, ma l'esercito aveva cordonato l'area in previsione di questa mossa. "In Birmania, i monaci sono sempre in prima linea per combattere e denunciare violenza e repressione" ha dichiarato alla tv satellitare Al Jazira Khin Ohmar, a capo dell'Asia Pacific Partnership for Burma's people, un gruppo di sostegno con sede a Bangkok. L'attivista umanitaria ha ricordato come l'appoggio dei monaci fu determinante nel far venire allo scoperto nell'88 il movimento degli studenti, finché non venne represso nel sangue con diverse centinaia di morti nelle piazze. Secondo quanto riportato dal quotidiano dell'opposizione Irrawaddy (sede in Thailandia), un gruppo di religiosi, la 'Alleanza' di tutti i monaci buddisti birmani ha incitato i confratelli "ad unirsi alle proteste in tutto il Paese per ribellarsi al regime che sta affamando il nostro popolo".
 
tensione a Yangun durante le protesteGas sul monaco E la mano dura dei militari ha di nuovo colpito i religiosi più amati nel paese: mentre in altre quattro città i monaci continuavano le loro preghiere a Sittwe, nel nord birmano, un gruppo di poliziotti è intervenuto a disperdere la protesta arancione, stavolta a colpi di manganello e di gas lacrimogeni. Le notizie che arrivano sono ancora incerte, ma sembra che diversi frati siano stati feriti a bastonate e quattro di loro siano stati arrestati e portati in caserma. Un segno del nervosismo dei militari per questa discesa in campo dei religiosi, che sta avendo altri risvolti suggestivi per la popolazione dei credenti: in molti monasteri, i frati stanno decidendo di attuare uno sciopero della questua, per non dover accettare le offerte dei militari. Le offerte ai monaci sono un aspetto fondamentale dei doveri di un vero buddista, e i monaci vogliono usarlo come leva per dimostrare che non possono accettare nulla dai militari che stanno gettando il popolo birmano nella disperazione. Il primo caso si è avuto a Magwe, dove i monaci hanno rifiutato l'offerta di un gruppo denominato 'Associazione per la Carità e lo sviluppo', sigla dietro la quale si celano i militari locali.
 

Gianluca Ursini

Pubblicità
creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità