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Di lotta e di preghiera Nell'ex capitale Yangun oltre 400 monaci hanno attraversato pregando le principali
arterie della metropoli, per protestare contro la politica economica dei militari,
ispirata ai principi della pianificazione socialista. I manifestanti sono stati
videoripresi dai poliziotti, che non li hanno però fermati. Un fronte di proteste
sta attraversando in silenzio l'ex Birmania da metà agosto, quando un aumento non annunciato del prezzo del carburante e del gas da riscaldamento ha ridotto ai minimi termini la maggioranza delle famiglie birmane.
Le marce silenziose attraverso Yangun e Mandalay sono spesso state interrotte
con la forza dalle milizie private favorevoli al regime; due settimane or sono
(mercoledì 5 settembre) si era avuta la prima discesa in campo dei religiosi buddisti,
sfociata nella città di Pakokku in una repressione a suon di manganellate. L'episodio
aveva suscitato molto clamore, soprattutto perché il giorno seguente una delegazione di 20 ufficiali andata a scusarsi al convento venne tenuta 12 ore sotto sequestro dai monaci
infuriati, che avevano anche bruciato le quattro auto di servizio degli uomini
in divisa.
Gas sul monaco E la mano dura dei militari ha di nuovo colpito i religiosi più amati nel paese:
mentre in altre quattro città i monaci continuavano le loro preghiere a Sittwe,
nel nord birmano, un gruppo di poliziotti è intervenuto a disperdere la protesta
arancione, stavolta a colpi di manganello e di gas lacrimogeni. Le notizie che
arrivano sono ancora incerte, ma sembra che diversi frati siano stati feriti a
bastonate e quattro di loro siano stati arrestati e portati in caserma. Un segno
del nervosismo dei militari per questa discesa in campo dei religiosi, che sta
avendo altri risvolti suggestivi per la popolazione dei credenti: in molti monasteri,
i frati stanno decidendo di attuare uno sciopero della questua, per non dover
accettare le offerte dei militari. Le offerte ai monaci sono un aspetto fondamentale
dei doveri di un vero buddista, e i monaci vogliono usarlo come leva per dimostrare
che non possono accettare nulla dai militari che stanno gettando il popolo birmano
nella disperazione. Il primo caso si è avuto a Magwe, dove i monaci hanno rifiutato
l'offerta di un gruppo denominato 'Associazione per la Carità e lo sviluppo',
sigla dietro la quale si celano i militari locali.Gianluca Ursini
Parole chiave: Pakokku, Sittwe, monaci buddisti, Yangun, proteste 1988, gas lacrimogeni, Ursini