Scritto per noi da Karim Fael
Foto di Sheryl Mendez
A
giugno di un anno fa, le Nazioni Unite pubblicarono un rapporto sulle
condizioni dei profughi iracheni in Siria, in cui si sosteneva che
450 mila di loro affrontano gravi difficoltà economiche. Gli
iracheni che giungono in Siria possono ottenere un visto di tre mesi
rinnovabile e accesso ad alcuni servizi sanitari, ma non un permesso
di lavoro, cosa che li rende vulnerabli allo sfruttamento. Nel
rapporto delle Nazioni Unite si metteva in guardia ripetto al
fenomeno della prostitutuzione che, per via di quelle difficoltà
economiche “potrebbe diventare molto diffuso”.

Quattro
anni fa Ayah ( un nome inventato per proteggere l'identità
della donna ) si recò in Siria per accompagnare la madre a una
visita medica. Era malata di cancro e morì poco dopo il
ritorno in Iraq. Qualche tempo dopo Ayah si sposò con un
parente di sua madre, fu una cerimonia da tempo di guerra visto che
la casa di una zia era appena stata distrutta da un bombardamento e
altri due zii erano morti in un attentato contro un ristorante a
Bagdhad. Troppo pericoloso restare. I parenti convinsero la coppia a
lasciare il paese. Così dopo poco si sistemarono a Damasco.
Anche
la vita a Damasco era difficile per loro. Affittarono un appartamento
per 300 dollari al mese a Sait el Zeinab, il quartiere sciita poco
fuori dalla capitale. Difficile sopravvivere con il solo reddito del
marito carpentiere, specie con nove fratelli e sorelle in Iraq,
disperatamente bisognosi di aiuto economico.

Così
Ayah scelse di ballare in un Night Club di Damasco. Una notte, mentre
il marito era in Iraq, Ayah ricevette la telefonata di un'amica che
le propose di passare del tempo in un Night. “All'inizio me ne
dovevo stare semplicemente seduta con una persona, a parlare senza
sesso. Ma sera dopo sera iniziai a recarmi al locale passando per una
via segreta, per paura che la polizia mi beccasse”. “Sapevo che
ballare era il primo passo verso la prostituzione” ammette Ayah, ma
“i soldi mi accecano”. “Sono una donna e sono debole, mio
figlio ha bisogno di soldi, cibo e un sacco di altre cose. La mia
famiglia in Iraq anche. Così ho deciso di sacrificare la mia
vita per la famiglia, di fare sesso per i soldi. Se qualcuno mi dà
100 lire siriane (2 dollari) io lo rispetterò e bacerò
le sue gambe”.

Quando il marito tornò dall'Iraq Ayah
gli parlò del suo nuovo lavoro. Il marito, infuriato, sbattè
la porta e non tornò a casa per tre giorni. “Da allora è
sempre arrabbiato con me -spiega Ayah- mi dice che mi rispetta solo
perché suo figlio ha bisogno di cure”. “Troverò un
buon lavoro e lascerò la prostituzione” risponde la donna
quando le si chiede come vede il futuro. “Ma -conclude- non c'è
speranza di rifarsi una vita nel mio paese, non c'è pace e
nemmeno sicurezza”. Spinta dalla povertà Ayah ha scelto la
prostituzione, ma molte altre donne e ragazze irachene non hanno
nemmeno la facoltà di decidere. Secondo l'organizzazione per
la Libertà delle Donne Irachene, sono più di 2mila le
irachene scomparse dal 2003. Molte di loro sono costrette alla
prostutuzione in Siria, ma anche nei paesi del Golfo, in Yemen e in
Giordania.