scritto per noi da
Fabrizio Gandino
Faceva caldo quel mercoledi mattina. Erano solo le otto ma in gennaio, in piena
estate australe ed in Brasile fa sempre molto caldo a quest’ora, specie in questa
regione: municipio di Unaí, stato del Minas Gerais, non lontano da Brasilia, la
capitale. Sul pick up Ford erano in quattro: tre ispettori del lavoro e l’autista
che li accompagnava. Stavano recandosi ad ispezionare alcune fazendas, normale
routine della loro attività: combattere il lavoro in regime di schiavitú. Una
FIAT li ha affiancati, dall’auto hanno fatto loro cenno di fermarsi, facendo intendere
di aver bisogno di un’informazione. Cosa normale qui fermare un veicolo, camion
od auto che sia, per chiedere informazioni. Non c’é molto traffico qui, é praticamente
inesistente e si deve approfittare di chi passa. L’autista degli ispettori lo
sapeva bene e non si é stupito della richiesta. Come le due vetture si sono fermate
alcuni degli sconosciuti sono scesi e senza dire nulla hanno cominciato a sparare.
Tutti e quattro gli occupanti della Ford sono stati colpiti alla testa. I tre
ispettori del lavoro sono morti sul colpo, l’autista dopo essere svenuto si riprende,
continua a guidare per una decina di chilometri cercando aiuto. Morirá poi in
un’ospedale di Brasilia.
Questo é accaduto il 28 gennaio di quest’anno quando i tre ispettori del lavoro,
João Batista Soares, Eratóstenes de Almeida e Nelson da Silva con il loro autista
Ailton Pereira sono stati assassinati da pistoleros assoldati da proprietari terrieri
del posto decisi ad impedire la loro attivitá contro il lavoro in schiavitú.
“Trabalho escravo”, cosí si chiama in portoghese il far lavorare uomini, donne
e bambini non solo senza una vera retribuzione o senza i regolari documenti, ma
anche in libertá limitata, sotto la minaccia di violenza fisica e psicologica,
ricevendo punizioni oltremodo severe. Vengono alloggiati in locali che non hanno
le condizioni minime, igieniche e di spazio, per ospitare esseri umani, spesso
solo sudici teloni di camion circondati da frasche. Vengono ingaggiati dai gatos,
versione locale degli italiani caporali che operavano nelle zone agricole del
sud d’Italia. Il salario loro promesso si trasforma in una chimera dal momento
che non riescono a riceverlo. Vengono infatti trasformati in “debitori dei padroni”
che pretendono la restituzione dei costi di trasporto, alimentazione, vestiti,
perfino degli strumenti di lavoro.
A completare il quadro capita spesso che ci siano degli uomini armati che impediscono
loro di lasciare il posto fino a quando l’attivitá per la quale son stati assunti
non é stata completata. Queste sono le vittime del moderno “lavoro in schiavitú”,
di un crimine soggetto all’articolo 149 del Codice Penale brasiliano in quanto
soggetti a lavoro “in condizioni disumane e sottratti alla propria libertá”.
In questo Paese dalle dimensioni continentali, la schiavitú é stata ufficialmente
abolita nel 1888 con la firma della “Legge Aurea”. Le differenze tra antica schiavitú
e l’attuale sono costituite dal fatto che la proprietá legale dell’individuo un
tempo era permessa. Comprare uno schiavo era un investimento dispendioso ed il
legame era duraturo, addirittura per generazioni. Ora procurarsi uno schiavo é
molto piú economico e il vincolo é estremamente provvisorio, se questi si ammala
viene semplicemente abbandonato lungo una strada e si procura un sostituto. Si
puó addirittura considerare come mano d’opera scartabile. Cosa che certo non é
mutata é che, comunque, si priva l’essere umano della propria dignitá.
Il Brasile é uno dei pochi paesi al mondo che riconosce all’interno del suo territorio
la presenza di questa ignobile piaga. Secondo ricerche svolte dalla Commissione
Pastorale della Terra (CPT) sono stimate in circa 25000 le persone che in questo
Paese ne sono vittima. Il fatto che il Brasile riconosca l’esistenza del problema
ha fatto sí che venissero intraprese iniziative concrete per contrastarlo. Nel
1995, l’allora presidente Fernando Henrique costituí un’efficace strumento per
combattere il lavoro in schiavitú: il Gruppo Mobile di Fiscalizzazione. Tale iniziativa,
dipendendo la task-force direttamente dalla Segreteria di Ispezione del Ministero
del Lavoro, permette ai suoi membri, siano puri ispettori, medici o ingegneri
della sicurezza lavoro, di essere maggiormente autonomi e non soggetti ai potentati
locali che potrebbero influenzarne e limitarne l’attivitá. Spesso, purtroppo,
i membri del Gruppo Mobile devono affrontare la carenza di mezzi tecnici, mancano
ad esempio vetture di servizio ed elicotteri, molto utili considerando le dimensioni
del Paese e lo stato in cui le strade spesso si trovano. Ancora peggio quando
le difficoltá sono rappresentate dalla indolenza o apatia degli organi di supporto
locali. Anche il sistema di “repressione” applicato nei confronti di chi viola
la legge spesso risulta eccessivamente blando nella reale applicazione e le sanzioni
irrisorie.
Purtroppo la pratica del trabalho escravo persiste ancora in alcuni stati della
federazione. Dal 1995 ad oggi sono stati liberati dalle autoritá competenti 12.000
schiavi utilizzati nelle campagne. Questi erano principalmente suddivisi tra gli
stati brasiliani del Pará ,circa il 43%, del Mato Grosso con il 18% e di Bahia
con il 10%. Anche gli stati del Maranhão, Tocantins e Rondônia contribuiscono
pesantemente alla statistica. Le attivitá agricole dove i moderni schiavi vengono
utilizzati sono: la preparazione di pascoli a danno della foresta nativa (28%),
l’allevamento (43%), la semina e coltivazione (24%), la produzione di legname
(4%) seguite dalla produzione di carbone vegetale per l’industria siderurgica
(1%).
I fazendeiros si difendono argomentando che loro stessi non sono a conoscenza
di avere lavoratori in schiavitú sulle loro terre. Si trincerano dietro al fatto
che tutto é organizzato dai loro sottoposti e dagli intermediari. Dimenticano
certamente che la legge prevede espressamente la responsabilitá su quanto avviene
da parte dei titolari delle azienda. Oltre a ció é importante evidenziare che
il problema del lavoro in schiavitú non é solo percepito nell’ambito della giustizia
del lavoro ma é anche e sopratutto una violazione dei diritti umani e come tale
deve essere affrontata.
Purtroppo le attuali leggi finalizzate a contrastare il fenomeno del lavoro in
schiavitú non sortiscono gli effetti sperati. Ció é dovuto principalmente al fatto
che pur con l’applicazione di multe o con l’impedire ai responsabili l’accesso
al credito rurale, il ricorso a questo tipo di sopruso rimane vantaggioso dal
punto di vista finanziario in quanto azzera praticamente il costo della mano d’opera.
Anche la sanzione penale si é dimostrata inadeguata allo scopo. Un esempio il
fatto che secondo una ricerca della Commissione Pastorale della Terra, meno del
10% dei responsabili scoperti nel solo stato del Pará sono poi stati effettivamente
denunciati per questo crimine. Sia la questione della competenza nel giudizio,
sia la dimensione della pena minima (due anni di carcere) ed il fatto che questa
possa essere convertita in pene alternative come la distribuzione di alimenti
e lo svolgimento di lavori socialmente utili, hanno fatto si che venga ridotta
se non inibita l’efficacia dell’azione penale effettiva.
Differente la forza di contrasto che si avrebbe con una legge che permetta l’espropriazione
delle aziende agricole dove si sia fatto ricorso al lavoro in schiavitú, questo
renderebbe realmente troppo pericoloso per i proprietari terrieri lo schiavizzare
i lavoratori. Tale legge non sarebbe una novitá assoluta in Brasile in quanto
sarebbe simile a quella giá esistente applicabile alle proprietà terriere dove
si svolge la coltivazione di psicotropici.
Il parlamento ha ora fatto il primo importante passo. L’11 agosto 2004, la Camera
dei Deputati ha approvato, con 326 voti su 513, la proposta di modifica costituzionale
che prevede la confisca delle terre dove viene constatato lo sfruttamento del
lavoro in schiavitú. I terreni in questione verranno destinati al programma di
riforma agraria dell’unione. Per l’approvazione finale manca il voto del senato.
Questa di sicuro sará un’arma in piú, magari non risolutiva ma certo fortissima,
per debellare il barbaro fenomeno del trabalho escravo in Brasile. Cosa che certamente
contribuirá a rafforzare il processo di modernizzazione in atto nel Paese.