18/09/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista a Laura Boldrini dell'Unhcr sulla situazione catastrofica dei profughi iracheni
“Non solo confermiamo la cifra di 4 milioni di profughi, ma ribadiamo che si tratta di una stima per difetto. La cifra più corretta è quella di 4.2 milioni di persone, tra sfollati interni e rifugiati. E il numero è in continuo aumento”.

laura boldrini dell'unhcrEsodo biblico. Laura Boldrini, portavoce per l'Italia dell'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr), commenta così la situazione dei profughi, interni ed esterni, in Iraq. Il generale David Petraeus, comandante delle forze Usa in Iraq, nella sua relazione al Congresso degli Stati Uniti sulla situazione del conflitto, aveva ammesso tra mille omissioni una situazione umanitaria insostenibile. E l'Unhcr la conferma, sottolineando come la situazione peggiori di giorno in giorno.
“Siamo molto preoccupati da un'altra novità, che sulla stampa italiana non ha avuto grande risalto”, commenta la Boldrini, “la chiusura delle frontiere tra l'Iraq e la Siria, avvenuta lunedì 10 settembre.
Questa decisione renderà sempre più difficile per gli iracheni mettersi in salvo. Per il governo di Damasco, potranno passare solo accademici e uomini d'affari, che siano in possesso di un visto ottenuto da un'ambasciata siriana di Baghdad. A tutti gli altri sarà interdetto l'ingresso in Siria”.
Per le Nazioni Unite, al momento, 1,4 milioni di iracheni si sono rifugiati in Siria, ma fonti locali parlano addirittura di due milioni di persone.
“Sono stata alla frontiera pochi mesi fa, e ci passavano decine di migliaia di persone al mese”, racconta la portavoce dell'Unhcr, “e domenica 9 settembre, l'ultimo giorno utile, sono passati 5mila iracheni. Questa decisione della Siria rischia di rendere ancora più drammatica la condizione di un popolo che vive, ogni giorno, l'esposizione a qualsiasi forma di pericolo e di violenza”.

un campo di rifugiati iracheniSempre peggio. Un esodo biblico insomma, al quale si fa fatica a porre rimedio. La popolazione irachena scappa dalle violenza interconfessionali, dagli attacchi suicidi e dai bombardamenti e dalle retate della forze di occupazione, ma sempre meno trova vie di scampo. Dopo quattro anni e mezzo di guerra, sono già almeno 700mila i civili iracheni che hanno perso la vita a causa della guerra, ed è comprensibile che tutti coloro che possono tentano di mettersi in salvo. La Siria però chiude le frontiere, anche se nei giorni scorsi sembrava averci ripensato. “La legge è appena entrata in vigore”, risponde la Boldrini, “quindi è ancora da verificare. L'Unhcr ha chiesto subito alle autorità siriane di riconsiderare la loro posizione. Hanno dato delle rassicurazioni in questo senso, ma è troppo presto per dire se il nostro appello è stato recepito. Valuteremo quello che accadrà nei prossimi giorni, ma purtroppo sembra che adesso per l'iracheno comune accedere in Siria diventerà più difficile”.

colonna di sfollati iracheniRifugio insicuro. La comunità internazionale, al momento, oltre che incapace di richiudere il vaso di Pandora scoperchiato con il fallimentare intervento armato del marzo 2003, che ha ottenuto solo il rovesciamento del regime di Saddam Hussein, pare incapace di aiutare la popolazione civile irachena a sopravvivere. Nessuno degli stati che compongono la Coalizione è intervenuto sul dramma dei profughi con misure concrete? I governi vi appoggiano nelle pressioni su Damasco?
“Ad aprile abbiamo organizzato una grande conferenza internazionale sul problema”, risponde la portavoce dell'agenzia Onu, “tutti i rappresentanti dei governi convenuti hanno espresso una ferma volontà di sostegno alle iniziative umanitarie, ma bisogna tenere fede a queste promesse. I paesi come la Giordania e la Siria, obiettivamente, sono a un punto di saturazione rispetto alla loro capacità di accoglienza. Ed è comprensibile che questi due paesi comincino ad avere delle preoccupazioni sull'impatto che questo esodo può avere sui loro equilibri interni e sulla loro possibilità di fornire servizi sociali, scolastici e sanitari. Bisogna fare di più, investire e farsi carico dei costi umanitari, sgravando un po' il peso dai paesi d'accoglienza. Per quest'anno, l'Unhcr aveva annunciato che almeno 20mila iracheni in condizioni particolarmente gravi sarebbero stati reinsediati in paesi terzi (rispetto all'Iraq e ai paesi confinanti ndr). Siamo riusciti a farlo con 14mila persone, 10mila dei quali negli Stati Uniti. Ma va garantito un ingresso legale, altrimenti la situazione peggiora. Le faccio un esempio: sono stata a Lampedusa tempo fa, dove sono giunti degli iracheni che hanno raccontato la loro odissea. In particolare due di loro, un veterinario e un ingegnere, che hanno lavorato in Libia per due anni, guadagnando un terzo dei loro colleghi libici. Hanno perso il lavoro, pagato 200 dollari al mese (e ne pagavano 180 di affitto), e hanno tentato di ottenere un visto per non tornare in Iraq. Uno di loro aveva un fratello con la cittadinanza canadese, ma il Canada gli ha negato il visto. Stesso risultato con l'ambasciata svizzera e con quella norvegese. Alla fine hanno dovuto pagare 1200 dollari a un trafficante. Tutte le porte chiuse costringono queste persone a consegnarsi nelle mani di gente senza scrupoli. Tutti devono dare una mano, per salvare queste persone – conclude la Boldrini – e per alleggerire la situazione dei paesi confinanti. E per impedire ai trafficanti di arricchirsi alle spalle di questa povera gente”.

Christian Elia

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