Il presidente Ortega accusato di opportunismo politico per la svolta antiabortista del Nicaragua
Scritto
per noi da
Aura Tiralongo
“Hipocritas!”.
E’ questo il saluto delle donne di Managua all’ultimo
provvedimento dell’Asemblea Nacional, che nei giorni scorsi ha
definitivamente confermato il divieto assoluto di qualsiasi forma di
aborto in Nicaragua.
L’ultima
votazione. I deputati hanno infatti abolito il comma 3
dell’articolo 143 del nuovo codice penale, che prevedeva, in casi
eccezionali, la possibilità di praticare l'aborto da parte dei
medici nel caso in cui almeno tre di loro avessero dichiarato in
grave pericolo la vita della madre. Il Nicaragua si affianca così
ai quattro paesi dell’America Latina (Cile, Honduras, El Salvador e
Repubblica Dominicana) in cui vige il divieto di aborto terapeutico.
E questo anche nei casi di gravi malformazioni del feto o di
gravidanza a seguito di stupro. L’abrogazione conclude il percorso
intrapreso, nello scorso novembre, in periodo pre-elettorale, quando
l'Asemblea Nacional aveva abolito, dal vecchio codice penale, la
possibilità dell’interruzione volontaria della gravidanza a
scopo terapeutico, in vigore da 130 anni. I deputati si sono per
questo scontrati, nell’ultimo anno, con una vera e propria
mobilitazione internazionale, che ha visto in prima linea tutte le
più importanti organizzazioni umanitarie nel mondo. Alla
sbarra, fra decine di capi di imputazione, la comprovata
incostituzionalità della legge, dichiarata in controtendenza
con gli accordi internazionali in fatto di diritti dell’individuo.
Accordi che il Nicaragua ha volontariamente accettato e sottoscritto
nel corso degli anni, inserendone i principi all’interno della
propria Costituzione, anche per segnalare alle autorità
internazionali l’emergenza delle cosiddette “madri bambine” e
le altissime percentuali di abusi sui minori. Solo venti giorni fa
era stata infatti stilata da
Human Rights Watch una lettera
aperta indirizzata alla Corte Suprema del Paese, che riportava nel
dettaglio sia i principi negati (“fra cui uno che li comprende
tutti, il “
diritto alla vita” ), sia le conseguenze della
legge anti-aborto documentate da novembre ad oggi in Nicaragua.
Il
precedente. Nel corso dell’ultimo anno le polemiche più
accese si sono concentrate soprattutto sulla condotta del leader
sandinista Daniel Ortega, accusato dalla società civile e da
alcuni partiti dell'opposizione di aver barattato il diritto alla
vita delle donne del suo paese con la certezza del seggio
presidenziale. L’elezione di Ortega è infatti avvenuta
all’indomani della sua inaspettata “svolta antabortista”, che
gli avrebbe fatto meritare il plauso e l’appoggio politico delle
correnti cattoliche ed evangeliche del paese. Le votazioni finali
sulla legge sarebbero avvenute, secondo molti, in un clima di
silenzio surreale all’interno delle aule dell’Asemblea, dove solo
i membri anti-abortisti sarebbero stati chiamati ad esprimersi. Una
folla di dimostranti denunciava in piazza l'irregolarità della
legge e la violazione del principio di laicità dello stato,
accusando i politici di pianificare un “omicidio di massa” in
nome di una “distorta concezione del diritto alla vita”. A un
anno dall'entrata in vigore della nuova legge, con l’attuale
abrogazione dell’ultimo comma, il copione si ripete. Con la
differenza che oggi i movimenti, le associazioni di medici, le ong
nazionali e internazionali non parlano più solo di
possibilità, ma anzi delle reali conseguenze del divieto, che
prevede fino a 30 anni di reclusione per i rei.
Le
conseguenze. Il timore delle sanzioni e i controlli capillari
delle forze di polizia sui reparti di ostetricia e pronto soccorso
degli ospedali, avrebbe creato fra i medici la consuetudine di
astenersi dall’intervenire nei casi di emergenze connesse alla
gravidanza, per paura di venire accusati di aver praticato aborti
terapeutici. Sono già migliaia i familiari che denunciano la
morte di donne negli stessi reparti di medicina d’urgenza. “Mia
figlia è morta dopo due giorni di ricovero, in cui non le sono
state prestate cure di nessun genere”, racconta la madre di Angela
Morales, 22 anni. “I medici hanno diagnosticato un’emorragia, ma
il bambino era ancora vivo. Nessuno ha toccato Angela: i medici erano
evasivi sulle sue condizioni, ma si respirava aria di apprensione e
imbarazzo. Noi della famiglia l’abbiamo vista morire poco a poco
perché non potevamo credere che il servizio sanitario pubblico
potesse rendersi complice di un assassinio – aggiunge la madre
della vittima - E delle cure private, con le loro tecnologie
all’avanguardia, possiamo solo sentirne parlare da chi se le può
premettere”. Il provvedimento anti-aborto è quindi oggi, più
di ieri, un dato di fatto, così come lo è il ricorso
agli aborti clandestini e fai-da-te per le donne che cercano di
evadere il divieto, o come continua ad esserlo l’emergenza delle
“bambine madri” e l’abuso sessuale sulle donne nicaraguensi,
spesso minorenni vittime degli stessi familiari.
Intanto
le associazioni per la difesa della donna e dei suoi diritti
ricordano la risposta del deputato sandinista Edwin Castro, che
appoggiò la legge anti-aborto definendola, all’indomani
delle votazioni, “il frutto di valutazioni che riguardano
semplicemente un criterio di vita e di civiltà”. Parte della
cittadinanza oggi controbatte: “E' solo un pacto sucio
(accordo torbido) giocato sulla scacchiera degli interessi politici”.