PeaceReporter intervista Betty Bigombe, principale mediatrice del conflitto ugandese
Cinquantatre
anni e una vita dedicata alla pace. Dal 1988 al 2004, Betty Bigombe è
stata la principale mediatrice del conflitto nel nord Uganda, che da
21 anni oppone l'esercito ai ribelli cristiani del Lord's Resistance
Army. Una guerra che ha provocato più di 100.000 vittime e
costretto l'80 percento della popolazione a rifugiarsi nei campi
profughi.
Prima
mediatrice a incontrare il leader militare e spirituale dei ribelli,
Joseph Kony, Bigombe è stata l'artefice dei contatti tra il
governo e il Lra. Nei momenti più difficili delle trattative,
come nel 1994, all'indomani del fallimento dei primi colloqui di
pace. La donna nordugandese si è impegnata in prima persona a
far da ponte tra le parti in causa, arrivando a fornire cibo e
telefoni ai ribelli purché non abbandonassero definitivamente
le trattative., E' lei, dunque, ad aver gettato le basi per i
promettenti colloqui in corso da circa un anno a Juba, nel Sudan
meridionale.
Nominata “Donna
ugandese dell'Anno” nel 1993 per i suoi sforzi a favore della
pace, Betty Bigombe è entrata nel 1997 nel dipartimento per la
gestione dei dopoguerra alla Banca Mondiale, e fornisce consulenza
agli attuali mediatori sudanesi per il conflitto nel nord Uganda.
Peacereporter
l'ha raggiunta telefonicamente per parlare della sua esperienza e
delle prospettive del processo di pace.
Signora Bigombe,
partiamo dal presente. Dopo 21 anni di guerra e tanti fallimenti, ha
fiducia nei colloqui in corso a Juba?
Preferisco non parlarne per scaramanzia e per il rispetto delle parti
in causa ma sì, sono ottimista. Ci sono le condizioni per
arrivare a un accordo di pace definitivo.
A livello di durata, il conflitto
ugandese ha superato perfino la guerra civile in Sudan. Cosa ha
permesso alla ribellione del Lra di durare così tanto?
I motivi sono
diversi, ma quelli spirituali e religiosi non vengono mai
sottolineati a dovere. Joseph Kony sostiene di avere poteri
soprannaturali, che gli sarebbero stati donati direttamente da Dio.
Moltissima gente, anche esterna al Lra, gli crede, e questa è
una delle principali ragioni per cui nessuno, all'interno del
movimento, l'ha mai tradito. In 21 anni, la leadership del gruppo non
è mai stata messa in discussione.
Quali sono le maggiori
responsabilità del governo nella guerra?
La prima è
l'aver sottostimato il pericolo: il presidente Museveni ha per troppo
tempo ritenuto la guerra nel nord un conflitto di poca importanza.
Questo ha influito sulle performance
dell'esercito, assieme alla corruzione.
Abbiamo avuto
interi battaglioni vittime della pratica dei soldati-fantasma: gli
ufficiali congedavano tre quarti degli effettivi a insaputa dei
comandi centrali, solo per intascare i loro stipendi. In questo modo,
le Forze Armate non hanno avuto la capacità di combattere
efficacemente.
Immagino che conquistare la fiducia
dei ribelli sia stato difficile...
Molto. Soprattutto
perché, all'inizio, il governo non aveva alcuna fiducia nelle
negoziazioni e non appoggiava i miei sforzi. Ho dovuto rassicurare
personalmente i ribelli, dare loro da mangiare, ma ciò non mi
ha impedito di essere franca.
Ho più
volte rinfacciato a Kony il problema dei rapimenti e delle
mutilazioni di civili, a cui lui ha sempre risposto citando brani
della Bibbia che a suo dire giustificherebbero tali pratiche. Ma ci
sono state volte in cui, grazie alla mia mediazione, Kony ha
annullato alcuni degli attacchi che stava programmando.
Com'è, dal punto di vista
umano, Joseph Kony?
Gentile, calmo,
affascinante a suo modo. Chi lo conoscesse, difficilmente penserebbe
che sia lo stesso uomo che ha ordinato tanti massacri di civili.
Alcuni esperti di Scotland Yard hanno fatto un'analisi del suo
profilo psicologico, da cui emerge che Kony soffrirebbe di disturbi
della personalità, schizofrenia in primis.
In effetti,
all'apparenza sembra molto controllato, simpatico e ha un forte senso
dell'umorismo. Ma chi lo conosce bene dice che, nel suo “lato
oscuro”, Kony sa essere un mostro che nessuno si augurerebbe mai di
incontrare.
E' stato difficile diventare un
mediatore di pace?
Sì, perché
la concorrenza è molto forte. Quando scoppia un conflitto, ci
sono tanti soggetti che si propongono come mediatori: organizzazioni
non governative, società civile... Il problema è
riuscire a distinguere quelli giusti, anche perché molti
vogliono solo approfittare dei benefici economici connessi alla
funzione: a volte, la comunità internazionale eroga fondi
senza preoccuparsi troppo di verificare le competenze di chi si
presenta.
Perché Kony
non ha mai detto chiaramente quali sono le ragioni che l'hanno spinto
a prendere le armi?
E' una domanda che
bisognerebbe rivolgere a lui. Il Lra sostiene di combattere
per i diritti della popolazione, e se è vero che i ribelli non
hanno mai perso del tutto i contatti con le comunità del nord,
queste ultime sono anche state le principali vittime dei loro
attacchi.
Più volte è
stato chiesto al Lra di presentare le proprie richieste.
Invano. L'unica preoccupazione sembra essere quella della sicurezza,
visto che chi ha fatto il carnefice per 21 anni ha paura di tornare
a vivere fianco a fianco con le proprie vittime.
A questo proposito ritiene che i
mandati di cattura contro i leader del Lra, emessi dalla Corte
Penale Internazionale, siano un ostacolo al raggiungimento della
pace?
Al contrario. Penso sia stata la loro incriminazione ad aver
costretto i vertici del gruppo a uscire allo scoperto e a parlare di
pace. Una visione condivisa da buona parte degli ugandesi.
Finora, lei è stata la
persona che è arrivata più vicina a far concludere la
guerra in Uganda. Col senno di poi, ritiene di aver commesso qualche
errore?
Quando, nel 1994,
il presidente Museveni sconfessò unilateralmente le trattative
per mancanza di fiducia nei confronti dei ribelli, mi ritrovai sola.
Non mi ero fatta alleati nella comunità internazionale, non
avevo alcuna lobby, locale o estera, che sponsorizzasse i miei
sforzi. All'estero, la decisione di Museveni passò quasi
inosservata, vanificando il lavoro di anni. Se tornassi indietro, mi
comporterei diversamente.