17/09/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



PeaceReporter intervista Betty Bigombe, principale mediatrice del conflitto ugandese
Cinquantatre anni e una vita dedicata alla pace. Dal 1988 al 2004, Betty Bigombe è stata la principale mediatrice del conflitto nel nord Uganda, che da 21 anni oppone l'esercito ai ribelli cristiani del Lord's Resistance Army. Una guerra che ha provocato più di 100.000 vittime e costretto l'80 percento della popolazione a rifugiarsi nei campi profughi.
Prima mediatrice a incontrare il leader militare e spirituale dei ribelli, Joseph Kony, Bigombe è stata l'artefice dei contatti tra il governo e il Lra. Nei momenti più difficili delle trattative, come nel 1994, all'indomani del fallimento dei primi colloqui di pace. La donna nordugandese si è impegnata in prima persona a far da ponte tra le parti in causa, arrivando a fornire cibo e telefoni ai ribelli purché non abbandonassero definitivamente le trattative., E' lei, dunque, ad aver gettato le basi per i promettenti colloqui in corso da circa un anno a Juba, nel Sudan meridionale.
Nominata “Donna ugandese dell'Anno” nel 1993 per i suoi sforzi a favore della pace, Betty Bigombe è entrata nel 1997 nel dipartimento per la gestione dei dopoguerra alla Banca Mondiale, e fornisce consulenza agli attuali mediatori sudanesi per il conflitto nel nord Uganda.
Peacereporter l'ha raggiunta telefonicamente per parlare della sua esperienza e delle prospettive del processo di pace.

Betty BigombeSignora Bigombe, partiamo dal presente. Dopo 21 anni di guerra e tanti fallimenti, ha fiducia nei colloqui in corso a Juba?
Preferisco non parlarne per scaramanzia e per il rispetto delle parti in causa ma sì, sono ottimista. Ci sono le condizioni per arrivare a un accordo di pace definitivo.

A livello di durata, il conflitto ugandese ha superato perfino la guerra civile in Sudan. Cosa ha permesso alla ribellione del Lra di durare così tanto?
I motivi sono diversi, ma quelli spirituali e religiosi non vengono mai sottolineati a dovere. Joseph Kony sostiene di avere poteri soprannaturali, che gli sarebbero stati donati direttamente da Dio. Moltissima gente, anche esterna al Lra, gli crede, e questa è una delle principali ragioni per cui nessuno, all'interno del movimento, l'ha mai tradito. In 21 anni, la leadership del gruppo non è mai stata messa in discussione.

Quali sono le maggiori responsabilità del governo nella guerra?
La prima è l'aver sottostimato il pericolo: il presidente Museveni ha per troppo tempo ritenuto la guerra nel nord un conflitto di poca importanza. Questo ha influito sulle performance dell'esercito, assieme alla corruzione.
Abbiamo avuto interi battaglioni vittime della pratica dei soldati-fantasma: gli ufficiali congedavano tre quarti degli effettivi a insaputa dei comandi centrali, solo per intascare i loro stipendi. In questo modo, le Forze Armate non hanno avuto la capacità di combattere efficacemente.

Immagino che conquistare la fiducia dei ribelli sia stato difficile...
Molto. Soprattutto perché, all'inizio, il governo non aveva alcuna fiducia nelle negoziazioni e non appoggiava i miei sforzi. Ho dovuto rassicurare personalmente i ribelli, dare loro da mangiare, ma ciò non mi ha impedito di essere franca.
Ho più volte rinfacciato a Kony il problema dei rapimenti e delle mutilazioni di civili, a cui lui ha sempre risposto citando brani della Bibbia che a suo dire giustificherebbero tali pratiche. Ma ci sono state volte in cui, grazie alla mia mediazione, Kony ha annullato alcuni degli attacchi che stava programmando.

Com'è, dal punto di vista umano, Joseph Kony?
Gentile, calmo, affascinante a suo modo. Chi lo conoscesse, difficilmente penserebbe che sia lo stesso uomo che ha ordinato tanti massacri di civili. Alcuni esperti di Scotland Yard hanno fatto un'analisi del suo profilo psicologico, da cui emerge che Kony soffrirebbe di disturbi della personalità, schizofrenia in primis.
In effetti, all'apparenza sembra molto controllato, simpatico e ha un forte senso dell'umorismo. Ma chi lo conosce bene dice che, nel suo “lato oscuro”, Kony sa essere un mostro che nessuno si augurerebbe mai di incontrare.

E' stato difficile diventare un mediatore di pace?
Sì, perché la concorrenza è molto forte. Quando scoppia un conflitto, ci sono tanti soggetti che si propongono come mediatori: organizzazioni non governative, società civile... Il problema è riuscire a distinguere quelli giusti, anche perché molti vogliono solo approfittare dei benefici economici connessi alla funzione: a volte, la comunità internazionale eroga fondi senza preoccuparsi troppo di verificare le competenze di chi si presenta.

Betty Bigombe con i leader del Lra, nel dicembre 2004Perché Kony non ha mai detto chiaramente quali sono le ragioni che l'hanno spinto a prendere le armi?
E' una domanda che bisognerebbe rivolgere a lui. Il Lra sostiene di combattere per i diritti della popolazione, e se è vero che i ribelli non hanno mai perso del tutto i contatti con le comunità del nord, queste ultime sono anche state le principali vittime dei loro attacchi.
Più volte è stato chiesto al Lra di presentare le proprie richieste. Invano. L'unica preoccupazione sembra essere quella della sicurezza, visto che chi ha fatto il carnefice per 21 anni ha paura di tornare a vivere fianco a fianco con le proprie vittime.

A questo proposito ritiene che i mandati di cattura contro i leader del Lra, emessi dalla Corte Penale Internazionale, siano un ostacolo al raggiungimento della pace?
Al contrario. Penso sia stata la loro incriminazione ad aver costretto i vertici del gruppo a uscire allo scoperto e a parlare di pace. Una visione condivisa da buona parte degli ugandesi.

Finora, lei è stata la persona che è arrivata più vicina a far concludere la guerra in Uganda. Col senno di poi, ritiene di aver commesso qualche errore?
Quando, nel 1994, il presidente Museveni sconfessò unilateralmente le trattative per mancanza di fiducia nei confronti dei ribelli, mi ritrovai sola. Non mi ero fatta alleati nella comunità internazionale, non avevo alcuna lobby, locale o estera, che sponsorizzasse i miei sforzi. All'estero, la decisione di Museveni passò quasi inosservata, vanificando il lavoro di anni. Se tornassi indietro, mi comporterei diversamente. 

Matteo Fagotto

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