I combattimenti a Nahr al-Bared hanno spinto migliaia di palestinesi nel campo di Beddawi
scritto per noi
da
Milena Nebbia
Una parte di Hamra Street,
nel centro di Beirut, è chiusa al traffico. C’è una
parata militare per festeggiare la vittoria dell’esercito libanese
sulle milizie integraliste di Fatah al-Islam, assediate nel campo
profughi palestinese di Nahr al-Bared. Gli ultimi arresti sono
avvenuti qualche giorno fa. Il totale delle perdite per l’esercito
governativo è stato di 163 uomini. Il campo ora è
chiuso e circondato dai soldati.
Stretta militare. La
delegazione italiana formata da parlamentari europei, giornalisti e
rappresentanti delle Ong, giunta in Libano per commemorare le vittime
della strage di Sabra e Chatila, dopo aver ottenuto dalla
municipalità di Beddawi il permesso di poter entrare nel
campo, si è dovuta fermare allo stop imposto dai soldati. Un
giornalista del
Manifesto e un ragazzo con la telecamera sono
stati anche “caldamente” invitati a non fare riprese o scattare
fotografie. Il campo, dal promontorio che si incontra subito dopo
aver lasciato Beddawi, non lontano da Tripoli, appare, specie nel
settore a sudest, un ammasso di macerie. Le case rimaste in piedi
sono sventrate o ridotte a degli scheletri. Impressionante è
il contrasto tra l’azzurro del mare all’orizzonte e i grigi
edifici diroccati. Il campo di Nahr al-Bared, posto alla foce del
fiume Nahr Abu Ali, che ospitava 40mila profughi palestinesi, era
considerato uno dei più floridi, forse avvantaggiato dalla
posizione che poteva garantire comunque traffici leciti ed illeciti
via mare e con la vicina Siria. Poi, il 20 maggio scorso,
all’improvviso, di notte, lo scoppio delle prime bombe e i colpi
dell’artiglieria hanno segnato l’inizio degli scontri tra
l’esercito libanese e i miliziani di Fatah al-Islam. “Siamo
dovuti scappare in pigiama, senza nemmeno il tempo di prendere
l’essenziale – spiega una donna che ora vive in un garage nel
vicino campo di Beddawi insieme alla famiglia – non sappiamo niente
delle nostre case, non sappiamo se potremo ritornare, viviamo così”.
Apre la tenda per farci vedere i materassi per terra, l’uno accanto
all’altro. Tiene in mano un libro di studio per i bambini: “Ora
inizia la scuola, ma tutto quello che abbiamo sono questi quaderni
che ci ha dato l’Unrwa (l'Agenzia delle Nazioni Unite per il
soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino
Oriente)”.
Vivere ai margini.
L’emergenza in questo campo è scattata non appena hanno
cominciato ad arrivare i profughi in fuga da Nahr al-Bared: ai 12mila
abitanti del campo si sono aggiunti almeno altri 15mila rifugiati. Si
sono aperte tutte le case e le strutture disponibili per accoglierli:
scuole, moschee, garage…tutto, pur di offrire un tetto. La vita del
campo è stata stravolta: percorrendo le strette vie
impolverate sotto il sole impietoso risulta evidente la mancanza di
spazio vitale, in una scuola hanno trovato rifugio centinaia di
persone, stanno stipati nelle classi. Il problema dell’impossibilità
per i ragazzi di riprendere la scuola, viene posta tra le emergenze
prioritarie di Majed Ghemraweh, sindaco della municipalità di
Beddawi: “Inizialmente il governo aveva garantito la ripresa
regolare delle lezioni con turni pomeridiani nelle scuole di Tripoli
– ha detto durante l’incontro con la delegazione italiana
Ghemraweh – noi abbiamo chiesto prefabbricati dove poter fare
lezione. L’importante è che alla fine venga fatto qualcosa e
che i nostri ragazzi, seppur nell’emergenza, possano almeno
riprendere le scuola”.
Ma ora la domanda che corre
sulla bocca di tutti è: Quando ritorneremo nelle nostre case?
La gente è esasperata dalla situazione: un popolo, quello
palestinese che sembra destinato all’esodo: “Abbiamo perduto la
terra in Palestina sessant’anni fa e tutto quello che avevamo era
nel campo”, sospira Ahmad Hassan, uno di loro. “Noi non abbiamo
conflitti né con l’esercito libanese né con il popolo
libanese”, aggiunge un uomo di quarant’anni con il viso segnato
dal lavoro nei campi, che è poi anche l’unico che viene
praticamente concesso agli abitanti dei campi profughi visto che in
teoria possono lasciare il campo quando vogliono, ma nella pratica
sono costretti a controlli draconiani, specie dopo i fatti di Nahr
al-Bared. Negli ultimi sessant’anni, in Libano, i palestinesi sono
stati relegati ai margini della società . Sono soggetti a
leggi discriminatorie. I loro movimenti sono limitati, gli viene
proibito di possedere o ereditare una qualsivoglia proprietà e
gli viene impedito di svolgere 72 professioni. La maggior parte dei
giovani palestinesi sono disoccupati, e quelli abbastanza fortunati
da trovare un lavoro possono solo fare i barbieri, gli autisti di
taxi, o gli operai edili.
Vite spezzate. Saleh
è seduto con i suoi amici sotto il manifesto di Arafat. Ha
vent’anni, ma ne dimostra sì e no sedici. I suoi capelli
all’estremità sono tinti di un colore tra il biondo e
l’arancione. Ha una piccola mappa della Palestina appesa al collo.
Viene dall’interno, dice, in riferimento alle parti della Palestina
che divennero territorio israeliano nel 1948, da Jaffa per la
precisione. Come la maggior parte dei giovani qui è
disoccupato e ha abbandonato la scuola quando aveva 12 anni (il
problema degli abbandoni scolastici è una delle emergenze
all’interno dei campi profughi) per poi entrare nel gruppo marxista
palestinese Fronte per la Liberazione della Palestina (Pflp). “Al
mattino mi sveglio e poi me ne vado a zonzo con i miei amici- dice -
è così noioso qui, incontro le stesse persone da tutta
la vita, non abbiamo più niente da dirci, nulla da raccontare.
Non esco dal campo, non mi piace sentirmi un pesce fuor d’acqua,
poi ogni volta che veniamo fermati al check point i soldati libanesi
ci guardano come se fossimo spazzatura”, racconta Saleh.
“L’esercito libanese non ci lascia nemmeno avvicinare al campo -
dice Mohammad Abderrahmane, 27 anni, che faceva l’operaio prima dei
fatti di maggio - ci sono ancora delle case abitabili. L’esercito
ha lasciato il campo il 2 settembre, ma ha chiesto ai rifugiati di
pazientare per il tempo necessario a ripulire le rovine provocate
dalle esplosioni e di stanare gli ultimi sopravvissuti di Fatah al
–Islam”.
L’operazione dovrebbe
essersi conclusa, visti i festeggiamenti a Beirut. Il primo ministro,
Fouad Sinora, in una riunione dei paesi donatori a favore della
ricostruzione del campo svoltasi alla presenza degli ambasciatori dei
paesi arabi e stranieri, nonché di rappresentanti dell’Onu e
delle ong internazionali, si è impegnato a ricostruire il
campo, specificando però che non è realistico
ipotizzare un ritorno rapido dei rifugiati. In un comunicato stampa
successivo è stato reso noto il costo totale dell’operazione
di ricostruzione di Nahr el-Bared: 382 milioni di dollari che
dovranno essere raccolti attraverso i fondi speciali della Banca
Mondiale con l’aiuto dell’Unrwa, della commissione di dialogo
libano-palestinese e di un numero di paesi donatori. Il direttore de
l’Unrwa, Richard Cook, ha dichirato alla France Press che in
ogni caso nessun rifugiato potrà rientrare nel campo prima di
sei mesi. Molti dubbi serpeggiano tra i rifugiati e gli
amministratori locali (che peraltro non hanno alcun potere rispetto
alle decisioni centrali) circa la reale volontà governativa di
ricostruzione, soprattutto perché sono mesi che la politica
libanese è in situazione di stallo e, a breve, si dovrebbe
aprire la campagna per le elezioni presidenziali in Libano, quantomai
complicata, visto anche che il Governo attuale non ha nemmeno i
numeri (i due terzi del Parlamento) per poter eleggere un Presidente
della Repubblica. Ma l’inverno è alle porte. Ed è
questo che interessa ai 40mila profughi palestinesi di Nahr al-Bared.