Cina, Russia, Usa Australia. Stanno tentando di formare un fronte anti-Kyoto sul clima. Per non cambiare nulla
Nel corso dell'ultimo vertice Apec (comunità cooperazione economica asia-Pacifico)
appena concluso a Sidney, Cina Russia Usa e Australia hanno lanciato la proposta
di superare il protocollo di Kyoto per la limitazione delle emissioni di gas serra.
Questo patto anti-Kyoto si basa sul concetto di Intensità energetica, ossia il
rapporto tra consumi energetici e produzione. Un concetto molto rischioso, se
non impone cmunque rigorosi limiti al consumo di beni ed energia
scritto per noi da
Francesco Tedesco*
Il dibattito è ormai chiuso: i cambiamenti climatici sono una realtà e il momento
di agire è adesso.
Se vogliamo limitare i peggiori impatti per l’umanità, occorre contenere l’aumento
della temperatura media terrestre ben al di sotto dei 2gradi Centigradi, così
come segnalato dalla comunità scientifica mondiale dell’Ipcc(International Panel on Climate Change). Già oggi la temperatura globale è aumentata
di 0,74 gradi e non c’è altro tempo da perdere. Agire significa che entro il 2050
dovremo essere capaci di abbattere le emissioni mondiali di gas serra del 50 percento,
un obiettivo che per i Paesi industrializzati si tramuta in un taglio di almeno
l’80 percento. È una sfida enorme e ci incoraggia notare che il problema del riscaldamento
globale stia guadagnando sempre maggiore spazio sui media, e che sia un argomento
centrale nell’agenda di numerosi vertici a livello mondiale. Tuttavia ancora non
si vedono passi avanti nelle negoziazioni che dovranno portare alla definizione
di nuovi impegni per la riduzione dei gas serra nella seconda fase del Protocollo
di Kyoto, dopo il 2012.
Alleanza Usa-Australia Occorre definire nuovi obiettivi vincolanti al massimo entro il 2009 per evitare
di avere un “vuoto” tra la prima e la seconda fase: il momento cruciale sarà il
vertice delle Nazioni Unite che si svolgerà a Bali il prossimo dicembre 2007.
Ancora oggi persistono enormi questioni irrisolte, come la definizione di impegni
per Paesi in rapido sviluppo come Cina, India e Brasile, o il “blocco” di Usa
e Australia, che si rifiutano di ratificare Kyoto e continuano a lavorare per
indebolire il processo. L‘America da sola è responsabile di oltre il 25 percento delle
emissioni di gas serra mondiali, l’Australia è tra i maggiori esportatori al mondo
di carbone, il combustibile fossile con le più alte emissioni specifiche di CO2
e per questo il nemico numero uno del clima.
Nella settimana scorsa, durante il vertice Apec (il Forum di Cooperazione Economica
Asia-Pacifico che intende promuovere il commercio e gli investimenti tra 21 Paesi
che si affacciano sulle sponde del Pacifico, tra i quali Usa, Cina, Russia e Giappone)
Australia e Stati Uniti hanno proposto di raggiungere un accordo al di fuori di
Kyoto, proponendo obiettivi non vincolanti, ma solo volontari, per ridurre l’intensità
energetica dei vari Paesi, senza nessun impegno concreto per limitare le proprie
emissioni dopo il 2012.
Distrarre dal problema principale Obiettivi come questi rappresentano una pericolosa distrazione e non danno alcuna
garanzia per dimezzare le emissioni di gas serra al 2050. La storia ha già dimostrato
questo in maniera inequivocabile: l’aumento dell’efficienza con cui viene utilizzata
l’energia è importante, ma in mancanza di vincoli alle emissioni finirà per avere
un effetto nullo a causa di nuovi aumenti di produzione e consumi. È questo il
caso degli Usa: nel 2002 il Presidente Bush aveva fissato un target per l'abbattimento
dell'intensità energetica statunitense del 18 percento entro il 2012, ma da allora
le emissioni di gas serra degli USA sono aumentate del 12 percento.
Proprio per questo il vertice Apec è stato bollato come vertice “Anti-Kyoto”.
Greenpeace è intervenuta con un’azione spettacolare via mare nel porto di Newcastle: 12
attivisti hanno scritto a caratteri cubitali “Australia Pushing Export Coal” (l'Australia promuove l'export di carbone)sulla fiancata di una nave carboniera,
giocando con l’acronimo dell’Apec per denunciare che il vero intento del Governo
è proteggere gli interessi dell’industria che esporta il combustibile clima-killer
e minare alla base le negoziazioni per salvare il clima. I dodici attivisti sono
stati arrestati mentre chiedevano ai Paesi Apec, in particolare la Cina, di mantenersi
all’interno di Kyoto e di rifiutare le false proposte di chi non ha alcuna intenzione
di impegnarsi per contrastare il cambiamenti climatici.
Non tutti ci stanno Malesia, Thailandia e Filippine hanno prontamente risposto che Kyoto è l’unico
tavolo di negoziazione. Anche la Cina ha rispedito le richieste al mittente: il
Presidente Cinese Hu Jintao è stato perentorio nell’affermare che il Protocollo
di Kyoto rappresenta la base legale per qualsiasi accordo internazionale sul clima,
e ha ricordato che sono i Paesi industrializzati ad avere la responsabilità storica
dell’effetto serra, e che devono conformarsi agli obiettivi di Kyoto. Il vertice
ha prodotto un ridicolo documento, la “Sidney Declaration”, in cui i 21 Paesi APEC adottano un obiettivo volontario per diminuire la propria
intensità energetica del 25 percento al 2030. Si tratta di un non-impegno che
secondo Greenpeace non rappresenta alcun passo in avanti nella lotta al cambio
climatico, ma anzi un diversivo rispetto ad azioni concrete. Nel corso dell’Apec
sono invece stati chiusi accordi commerciali per l’esportazione
del carbone, e la Russia ha raggiunto un “agreement” su nuove forniture di uranio
dall’Australia per sostenere il proprio programma di sviluppo del nucleare. Il
leader australiano John Howard e George W. Bush hanno indicato la “Sidney Declaration” come un importante passo in avanti, ma in realtà viene ribadita la centralità
e la dipendenza da due fonti energetiche che rappresentano una falsa soluzione:
il carbone pulito non esiste e il nucleare – oltre al problema irrisolto della
gestione delle scorie radioattive, la limitatezza della risorsa e il rischio di
incidenti, come recentemente in Giappone – non potrà essere sviluppato in tempo
per dimezzare le emissioni al 2050.
L’unica strada percorribile E' il contenimento dei consumi energetici e il rapido, deciso sviluppo di tutte
le fonti rinnovabili disponibili.
Se le emissioni di gas serra raddoppiassero al 2050 – questa la previsione dell’International Energy Agency (Iea) – sarebbe il collasso climatico. Greenpeace crede invece che dimezzare
le emissioni di gas serra al 2050 sia un obiettivo alla nostra portata: il rapporto
“Energy Revolution” mostra come:
si tratta della prima strategia globale su come ristrutturare il sistema energetico
mondiale puntando su efficienza energetica e fonti rinnovabili: con l’efficienza
si potranno abbattere i consumi mondiali del 47 percento, le fonti pulite saranno
in grado di soddisfare il 75 percento circa dei consumi rimanenti (da solo l’eolico
fornirà circa un terzo dei consumi elettrici mondiali al 2050). L’industria è
pronta a raccogliere questa sfida, e la “Rivoluzione Energetica” si gioca a livello
politico, prima di tutto a Bali quando gli occhi del Mondo saranno puntati sui
lavori della 13° Conferenza delle Parti (Cop).
Greenpeace crede che condizioni imprescindibili per scongiurare i peggiori impatti
– economici e non – dei cambiamenti climatici e dare un futuro a milioni di persone
nel Mondo siano definire un taglio significativo delle emissioni al 2020 (i Paesi
industrializzati devono essere leader in questo, impegnandosi a diminuire le proprie
emissioni del 30% al 2020, e almeno dell’80% al 2050), includere nuovi Paesi all’interno
del Protocollo (in particolare economie emergenti come Messico, Sud Corea, Singapore
e Arabia Saudita) e portare Paesi in via di sviluppo come Cina, Brasile, India
e Sud Africa ad adottare primi obiettivi settoriali per la riduzione delle emissioni
climalteranti