Ancora un fallimento per la Legge sul Petrolio in Iraq, mentre i curdi firmano contratti con compagnie Usa
Mentre tutti i riflettori, nei giorni
scorsi, erano puntanti sul generale David Petraeus e sul suo rapporto
al Congresso Usa sulla situazione in Iraq, l'accordo sulla nuova
Legge del Petrolio è saltato. Dopo mesi di estenuanti
trattative, a febbraio scorso, pareva si fosse raggiunto un accordo
tra curdi, sunniti e sciiti, ma il 12 settembre il negoziato fra le tre comunità
irachene si è di nuovo impantanato.
Ennesima rottura. Il ministro
del Petrolio iracheno, lo sciita Hussein Shahristani, che conduce le
trattative, pare aver definitivamente perso il controllo dei curdi.
E' proprio il Kurdistan iracheno infatti, il partner più
recalcitrante a una legge che, pur premiando le ricchezze regionali,
abbia comunque un respiro federale e punti anche alla redistribuzione
delle ricchezze. Se mancasse un elemento equitativo nella nuova
legge, i sunniti resterebbero tagliati fuori, in quanto le riserve
che contano sono tutte nel nord curdo e nel sud sciita.
Il governo regionale curdo ha deciso di muoversi da solo, giocando
sull'ambiguità della legislazione attuale, che definisce
'patrimonio degli iracheni' le risorse, ma non specifica se intenda
con questo quelle già note o anche nuovi eventuali giacimenti.
I curdi, che vivono una situazione meno problematica di altre zone
del paese, stanchi di attendere un accordo, hanno siglato un
contratto con la compagnia petrolifera Usa Hunt Oil Company, di
Dallas, per lo sfruttamento di una serie di nuovi pozzi scoperti dai
tecnici Usa giunti al seguito dell'invasione dell'Iraq. Stesso
discorso per le riserve di gas naturali, per lo sfruttamento delle
quali il governo curdo ha siglato un accordo di estrazione con la
compagnia di Dubai Dana Gas.
Secessione curda. Uno strappo in
piena regola, per quanto non in palese violazione della legge
vigente, che è come detto ambigua. La decisione unilaterale
però, ha fatto infuriare il governo (Shahristani ha definito
l'accordo una 'dichiarazione d'indipendenza'), gli sciiti e i
sunniti, portando a una nuova paralisi politica. “Respingiamo
qualsiasi accusa di secessionismo”, ha dichiarato al
New York
Times Jamal Abdullah, portavoce del governo curdo regionale,
“abbiamo agito in conformità con l'art.111 della
Costituzione irachena”. Di parere opposto Saleem Abdullah
al-Juburi, deputato del partito sunnita
Tawafiq che
definisce “illegale" l'accordo, e chiede l'intervento del governo
per bloccare il processo di frammentazione politica dell'Iraq
innescato dall'unilateralismo iracheno.
Come il deputato sunnita, sono sempre di più i critici del
premier iracheno al-Maliki, anche nell'amministrazione Bush. Barack
Obama, uno dei candidati democratici che si contendono la possibilità
di presentarsi alle elezioni presidenziali, ha sottolineato
recentemente che ritenere al-Maliki la causa di tutti i fallimenti in
Iraq è l'ennesimo errore.