14/09/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Ancora un fallimento per la Legge sul Petrolio in Iraq, mentre i curdi firmano contratti con compagnie Usa
Mentre tutti i riflettori, nei giorni scorsi, erano puntanti sul generale David Petraeus e sul suo rapporto al Congresso Usa sulla situazione in Iraq, l'accordo sulla nuova Legge del Petrolio è saltato. Dopo mesi di estenuanti trattative, a febbraio scorso, pareva si fosse raggiunto un accordo tra curdi, sunniti e sciiti, ma il 12 settembre il negoziato fra le tre comunità irachene si è di nuovo impantanato.

Ennesima rottura. Il ministro del Petrolio iracheno, lo sciita Hussein Shahristani, che conduce le trattative, pare aver definitivamente perso il controllo dei curdi. E' proprio il Kurdistan iracheno infatti, il partner più recalcitrante a una legge che, pur premiando le ricchezze regionali, abbia comunque un respiro federale e punti anche alla redistribuzione delle ricchezze. Se mancasse un elemento equitativo nella nuova legge, i sunniti resterebbero tagliati fuori, in quanto le riserve che contano sono tutte nel nord curdo e nel sud sciita.
Il governo regionale curdo ha deciso di muoversi da solo, giocando sull'ambiguità della legislazione attuale, che definisce 'patrimonio degli iracheni' le risorse, ma non specifica se intenda con questo quelle già note o anche nuovi eventuali giacimenti. I curdi, che vivono una situazione meno problematica di altre zone del paese, stanchi di attendere un accordo, hanno siglato un contratto con la compagnia petrolifera Usa Hunt Oil Company, di Dallas, per lo sfruttamento di una serie di nuovi pozzi scoperti dai tecnici Usa giunti al seguito dell'invasione dell'Iraq. Stesso discorso per le riserve di gas naturali, per lo sfruttamento delle quali il governo curdo ha siglato un accordo di estrazione con la compagnia di Dubai Dana Gas.

Secessione curda. Uno strappo in piena regola, per quanto non in palese violazione della legge vigente, che è come detto ambigua. La decisione unilaterale però, ha fatto infuriare il governo (Shahristani ha definito l'accordo una 'dichiarazione d'indipendenza'), gli sciiti e i sunniti, portando a una nuova paralisi politica. “Respingiamo qualsiasi accusa di secessionismo”, ha dichiarato al New York Times Jamal Abdullah, portavoce del governo curdo regionale, “abbiamo agito in conformità con l'art.111 della Costituzione irachena”. Di parere opposto Saleem Abdullah al-Juburi, deputato del partito sunnita Tawafiq che definisce “illegale" l'accordo, e chiede l'intervento del governo per bloccare il processo di frammentazione politica dell'Iraq innescato dall'unilateralismo iracheno.
Come il deputato sunnita, sono sempre di più i critici del premier iracheno al-Maliki, anche nell'amministrazione Bush. Barack Obama, uno dei candidati democratici che si contendono la possibilità di presentarsi alle elezioni presidenziali, ha sottolineato recentemente che ritenere al-Maliki la causa di tutti i fallimenti in Iraq è l'ennesimo errore.
 

Christian Elia

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