Nello stato di Myanmar la repressione poliziesca sta raggiungendo i livelli della
rivolta dell'88, quando i generali della Giunta socialista affogarono nel sangue
i moti più intensi nei 50 anni di vita indipendente del Paese. La giornalista
Elisabetta Norzi è appena tornata dalla Birmania, dove è potuta entrare solo con
un visto da turista. La situazione intanto precipitava sotto i suoi occhi: dal 14 agosto le manifestazioni spontanee seguite al raddoppio del prezzo del carburante si
sussuegono ogni giorno tra l'ex capitale Yangon e Mandalay. Gli arresti aumentano
in numero e brutalità e a protestare sono scesi in piazza addirittura giovedì
scorso a Pakokku dei monaci buddisti. Alcuni di loro sono finiti in ospedale dopo
le cariche della polizia; il giorno dopo una delegazione di poliziotti andata
a presentare le scuse in convento è stata trattenuta sotto sequestro dai monaci
che hanno incendiato le loro auto. La repressione militare non ha tardato ad arrivare:
al momento di inserire nel sistema editoriale questa pagina web, la Giunta ha
imposto un coprifuoco sulle attività dei monaci, costringendoli a uscire non più
di un'ora per la loro questua quotidiana.Misure speciali sono state prese verso i conventi di Gandayona, Alodawpi e Sittwe
scritto per noi da
Elisabetta Norzi
“Nothing please, nothing please”. Ripetevano tutti la stessa frase i negozianti
del mercato Bogyoke di Yangon mentre il 19 agosto, primo giorno di proteste, chiudevano
velocemente le serrande e scappavano via. Il modo più gentile – carattere che
contraddistingue ogni donna e uomo birmano - per chiedere ai turisti stranieri
di non fare domande in quel momento: erano 20 anni che nel paese non c’erano manifestazioni
contro il regime come quelle scoppiate quest’estate in diverse città della Birmania
(o Myanmar, come i militari hanno ribattezzato il paese). E il ricordo della repressione
del 1988, quando i generali salirono al potere, è ancora vivissimo.
Tremila uccisi in sei settimane “Per noi birmani – racconta Myo, un ragazzo poco più che ventenne che lavora
per resort di lusso sulle isole tailandesi – l’agosto 1988, quando vennero ammazzate
oltre 3mila persone in piazza nell’arco di sei settimane, non può essere dimenticato.
Siamo rimasti terrorizzati, ed è molto difficile superare la paura”. Myo ha lasciato
la Birmania, un piccolo villaggio a sud di Yangon, sette anni fa, in cerca di
un lavoro. Ma ora ha deciso di tornare nel suo paese, dove vivono la mamma e la
sorella. “Perché adesso forse qualcosa cambia”, dice, e perché vivere in Tailandia
non gli piace, gli manca perfino il longy, il tessuto a quadretti che gli uomini
birmani (esclusi i militari e qualche giovanissimo che preferisce i jeans) portano
annodato alla vita al posto dei pantaloni. Myo sa tutto del suo paese: lavori
forzati, povertà, violenze, corruzione. Dalla Tailandia, infatti, riesce a navigare
su internet e si documenta più che può. Pensa anche che il regime sia in difficoltà:
da qualche mese, infatti, la capitale, e tutti i poteri, sono stati spostati da
Yangon a Pynmana, un agglomerato di nuovissimi edifici costruiti in mezzo alla
foresta, a metà strada tra l’ex capitale e Mandalay. Un segno che il regime sta
vacillando: ogni volta che perde saldezza stringe la morsa e si isola di più.
Come Myo, tanti birmani scappati per trovare un lavoro, verso la Cina o la Tailandia,
guardano da fuori il loro paese, con l’idea (e qualche dollaro in più) di tornare
e fare qualcosa. In Tailandia sono molte le associazioni di birmani emigrati impegnate
a fare pressioni sul regime e anche sul governo tailandese: “tante idee e buona
volontà – spiega Myo – ma purtroppo non si riesce a fare molto di concreto”.
Un Paese agli arresti Sui quotidiani governativi – unici organi di informazione autorizzati - la giunta
birmana accusa i “gruppi esterni” e “i dissidenti all’estero” di fomentare le
dimostrazioni contro il regime e il rincaro del prezzo della benzina, in corso
ormai da diverse settimane (nell’88 la scintilla era stata l’aumento del prezzo
del riso). Cortei che nascono quasi improvvisati, di qualche decina di persone,
ma che attirano applausi e l’appoggio immediato della gente. “Il governo – hanno
scritto i quotidiani ufficiali il 7 settembre - possiede informazioni secondo
le quali gruppi anti-governativi dall’estero stanno fornendo direttive e ogni
sorta di assistenza ai gruppi anti-governativi interni per alimentare le dimostrazioni
e l’instabilità. La popolazione non lo accetterà”. La popolazione, invece, non
ha mai smesso di tenere vive le idee di democrazia, in oltre 40 anni di dittatura
e isolamento (prima con la “via birmana al socialismo”, poi con il regime militare).
Non solo seguendo a centinaia, da dietro il cancello della sua casa di Yangon
i discorsi della Lady. I birmani chiamano così, pronunciando sotto voce il suo
nome, Aung San Suu Kyi, leader della
National League for Democracy (Ndl), premio Nobel per la pace nel 1991 e agli arresti domiciliari dal 2003
(l’ennesima volta da quando, vinte le elezioni del 1990, non le venne riconosciuta
la leadership del paese). Già prima che cominciassero le proteste di queste settimane,
era stata inasprita la sorveglianza ad Aung San Suu Kyi: divieto di incontrare
i suoi simpatizzanti di fronte al cancello o alle finestre di casa, come succedeva
da molti anni ogni domenica, e la minaccia di dichiarare illegale la sua formazione.
Isolati dal mondo “Durante questa lunga dittatura - racconta U Tint, professore di inglese in
una scuola di Mandalay che ogni giorno, al tramonto, sale a piedi in cima alla
collina della città per mantenersi in forma ed esercitare il suo inglese con gli
stranieri – la speranza e l’impegno per la democrazia non si sono mai interrotti.
Come? Continuando a parlare, a discutere, a fare girare le idee, i pensieri. Non
ci siamo mai fermati”. Anche se sono puniti gli assembramenti in pubblico con
più di cinque persone e, nelle città più grandi, c’è una sorta di amministratore
in ogni quartiere che controlla tutti gli abitanti. Ogni persona è costretta,
se non vuole finire nei guai, a denunciare gli ospiti – parenti o amici – che
dormono a casa propria; nomi che vengono rigorosamente annotati su di un registro.
“Non è facile qui scendere in piazza, come accade in Italia e in Europa – prosegue
U Tint -, ma qualcosa si muove. In questo momento più che mai chiediamo all’Occidente
di non lasciarci isolati. L’embargo di Usa e Unione europea nei nostri confronti
non serve a nulla: con la Birmania, infatti, commerciano liberamente Cina, Giappone,
Tailandia, Australia. Questo è un paese dove non manca niente: petrolio, legname
pregiato, pietre preziose, risorse naturali, ma ad arricchirsi sono solo i generali,
alle spalle di tutti noi cittadini. Raccontate come si vive qui, qual è la situazione
e venite, anche solo come turisti, il più possibile”. La ragione di vita di U
Tint è quella di tenere vivo il pensiero e il senso critico nei suoi studenti.
Per combattere l’isolamento, prima di tutto, il peggiore male di un paese che
ha uno degli eserciti più numerosi di tutto il mondo (400mila soldati per 56milioni
di abitanti), in cui la maggior parte della popolazione vive nelle campagne con
meno di un euro al giorno, e la mortalità infantile tocca il 7 percento. Un isolamento
imposto dalla giunta, che limita più possibile gli spostamenti delle persone lasciando
strade dissestate e ferrovie vecchissime, che vieta l’intervento di Ong occidentali
per programmi di sviluppo, che censura gli organi di informazione.
Grazie al web Qualcosa si sta muovendo anche in Birmania. Accedere alla rete rimane molto
difficile, non solo per la lentezza delle connessioni, ma anche perché molti siti
(tra i quali
g-mail,
yahoo, h
otmail) non si visualizzano nemmeno. Aggirare le censure sulla rete, però, non è difficile
come nel mondo reale: tutti i ragazzi che gestiscono gli internet point conoscono
indirizzi “pirata” per entrare in ogni sito oscurato dai server. Ed è proprio
dal mondo virtuale che qualche notizia sulle manifestazioni di questi giorni (estese
dal Sud del paese fino a Mandalay), qualche fotografia e qualche video sono usciti
dalle frontiere blindate del Myanmar, scappate dal controllo del regime: oltre
150 arresti, tra cui numerosi leader del movimento pro-democrazia, gruppi di picchiatori
mescolati ai passanti che reprimono con violenza le proteste, rivolte dei monaci
buddisti sedate dai militari con armi da fuoco, come riporta il sito internet
Democratic voice of Burma (Dvb), che ha sede in Norvegia ed è animato da un gruppo di dissidenti in esilio.
Una forza nuova, secondo molti birmani, che “speriamo, questa volta, ci metta
al riparo da un altro 1988”, dice Myo.