La commemorazione per i 25 anni della strage nel campo profughi palestinese in Libano
scritto per noi da
Milena Nebbia
Le
pareti della sala in cui viene accolta la delegazione italiana del
Comitato “Per non dimenticare Sabra e Chatila” (la cui missione
quest’anno è stata dedicata anche al fondatore del comitato
stesso, il collega Stefano Chiarini scomparso recentemente), sono
tappezzate di foto degli abitanti del campo profughi palestinese
massacrati 25 anni fa.
Un dolore che non passa. E’
circa mezzogiorno, il tetto di lamiera trasuda calore, i due
ventilatori posti ai lati gettano folate di aria calda. La stanza è
stipata di persone. In prima fila ci sono le vedove del massacro,
tutte velate con in mano i ritratti dei propri figli, mariti e
fratelli sterminati. Una di loro, all’improvviso, si alza e
piangendo comincia a urlare in arabo. Si chiama Hamali, avrà
circa sessant’anni: ha perso quattro figli nel massacro, due li ha
ritrovati per la strada del campo senza testa. Il suo grido di
dolore, come di chi ha una ferita ancora aperta e sanguinante,
pietrifica la sala, un’onda di commozione la percorre, anche
l’interprete, Samir, fatica a riprendere a parlare, si scusa.
Eppure chissà già quante volte avrà assistito a
scene come questa. Ma il dolore di questa donna, è così
vivo, così straziante, che ogni discorso, ogni tentativo di
consolazione perde significato. La commemorazione dell’eccidio del
16 settembre 1982 ha toccato il suo momento più vero: tutto il
resto, la marcia, la cerimonia ufficiale, la deposizione della corona
di fiori nel luogo che ricorda il massacro, si svuotano di
significato, diventano un corollario.
Ma
ricordare è importante. “Iniziative come questa – ha detto
Qassen Aina, il coordinatore delle Ong palestinesi e arabe in Libano
- servono a riportare l’attenzione sulla situazione dei campi
profughi palestinesi. Il quadro di crescente tensione creatosi dopo i
fatti di Nahr el-Bared (il campo profughi che dal 20 maggio è
teatro di scontri tra il movimento islamico estremista di Fatah al
Islam e l’esercito libanese e che ha costretto 15.mila palestinesi
a scappare nel vicino campo di Beddawi creando una situazione di
emergenza umanitaria), ci conferma la necessità di azioni che
riportino l’attenzione dei media, dell’opinione pubblica mondiale
sulla situazione che vivono i profughi palestinesi in Libano, le
discriminazioni di cui sono vittime e sul riconoscimento del loro
diritto al ritorno”.
La storia. Il
pretesto della strage di Sabra e Chatila fu il tentato assassinio
dell’ambasciatore israeliano in Gran Bretagna Argov, avvenuto a
Londra il 4 giugno 1982 e attribuito a un’organizzazione
palestinese dissidente. L'episodio fornì il pretesto per
lanciare la cosiddetta operazione “Pace in Galilea”. In origine
l’intervento doveva essere un’incursione in territorio libanese
di 40 chilometri, ma l’allora ministro della difesa, Ariel Sharon,
decise di continuare l’offensiva fino a Beirut. Dopo due mesi di
assedio israeliano alla capitale libanese, che costò 18mila
morti e 30mila feriti, si aprì la strada ad una soluzione
negoziale.
Il 19
agosto 1982, l'allora ministro degli Esteri libanese chiese
l’intervento di una forza multinazionale di interposizione. Secondo
il piano messo a punto dal mediatore statunitense Philip Habib, le
forze dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp)
sarebbero state evacuate da Beirut entro il 4 settembre, sotto la
protezione del contingente neutrale composto da statunitensi,
francesi e italiani. Il primo settembre tutti i componenti dell’Olp
avevano lasciato il Libano. Il contingente multinazionale lasciò
il paese il 10, in anticipo rispetto al calendario stabilito. Nel
frattempo il parlamento libanese aveva eletto il nuovo presidente,
Beshir Gemayel, cristiano e leader delle falangi, le milizie
cristiane, il cui piano neanche troppo nascosto era quello di
cacciare via dal territorio libanese tutti i palestinesi. Il 12
settembre Gemayel incontrò Sharon, che due giorni prima aveva
dichiarato che in Libano rimanevano ancora 2mila “terroristi”
palestinesi, alludendo agli abitanti di Sabra e Chatila. Il 14
settembre un colpo di scena: Gemayel rimane ucciso in un attentato
compiuto da un libanese cristiano collegato con un movimento
dissidente. In seguito si cercherà di coprire le
responsabilità del massacro, facendo passare l’irruzione
delle milizie falangiste come un moto di rabbia per l’uccisione di
Gemayel. In realtà la strage era già stata preparata
durante i colloqui che lo stesso Sharon ammise di aver avuto con
Gemayel ed altri esponenti dei falangisti. Il 15 settembre Sharon
dette ordine alle truppe israeliane di non entrare nel campo, e
contemporaneamente si installò personalmente nel palazzo
dell’ambasciata del Kuwait, dalle cui finestre si può
osservare chiaramente il campo di Sabra e Shatila. Il 16, alle cinque
del pomeriggio, le truppe falangiste iniziarono ad entrare nel campo,
che per tutta la durata della strage rimase circondato dall’esercito
israeliano. Per 40 ore le truppe falangiste poterono compiere
indisturbate la loro missione punitiva nei confronti degli abitanti
del campo. Alla fine il bilancio sarà pesantissimo:centinaia
le abitazioni distrutte e un conto delle vittime oscillante tra le
mille e le tremila. La scena del campo di Chatila quando vi entrarono
gli osservatori stranieri il sabato mattina era un incubo: donne,
bambini, vecchi e giovani, giacevano sotto il sole cocente per le
strade del campo. Ogni viuzza raccontava la propria storia di
orrori.
Un passato doloroso. Il
campo profughi palestinese di Sabra e Chatila è abitato
attualmente da 17mila persone, che vivono stipate in poco più
di un chilometro quadrato. Camminando lungo gli stretti vicoli e
gettando uno sguardo all’interno delle povere abitazioni, in cui la
luce del sole arriva di rado, poiché le abitazioni si sono
sviluppate in altezza, si coglie il profondo senso di dignità
di questo popolo: anche in uno stanzone occupato da dieci persone,
l’ordine e la pulizia sono la regola, i bambini corrono dietro ai
visitatori, ma mai, assolutamente mai, per chiedere qualcosa,
soltanto per stringere loro la mano, per scambiare quell’unica
frase di inglese che conoscono: “What’s your name?”. I loro
genitori probabilmente erano poco più che ragazzini quando
avvenne il massacro, ma anche per loro questo non è un campo
come un altro, la memoria di quella tragedia viene trasmessa
attraverso racconti degli adulti, così come ci dice Ahmad, 18
anni - tra i fortunati che vivono fuori dal campo- mentre segue il
corteo che dall’ambasciata del Kuwait ha raggiunto il luogo della
fossa comune: “Certo, io non ero ancora nato, ma sono qui per
mantenere viva la memoria di quei terribili giorni, il sacrificio
della nostra gente non va dimenticato e, anche per onorare la loro
memoria, dobbiamo continuare a chiedere il riconoscimento dei
diritti del nostro popolo”.
Secondo
la Carta di Norimberga, la IV Convenzione dell’Aia e la Convenzione
di Ginevra del 12/8/49, l’accaduto rientra nella definizione di
“crimine di genocidio”. Sono passati 25 anni, ma nessuno è
mai stato condannato o inquisito per la strage.