scritto per noi da
Ketty Areddia
Sono stati con il fiato tirato, in sospeso per dieci anni. A Sarajevo, sotto
assedio per tre anni, mentre la comunità internazionale guardava altrove. A Mostar,
prima sotto le bombe serbo-croate, poi sotto il tiro dei vicini di casa, cattolici
o musulmani un tempo amici, compagni di banco, cresciuti insieme, di colpo nemici
feroci. A Belgrado, sono ancora scossi e arrabbiati per l'attacco firmato dalla
Nato.
I bimbi di guerra sono cresciuti. Erano bambini, allora, portati in braccio dalle mamme, o tirati a forza verso
luoghi più sicuri dalla morte. Oggi sono vivi, hanno voglia di aria nuova i giovani
della ex Jugoslavia. Voglia di dimenticare, di ricostruire tutto, di provare almeno
a convivere e chissà di superare i confini, quelli interni e quelli internazionali.
Ma non è facile.
Se ne accorge il viaggiatore, dai piccoli disagi a cui non è abituato. Passare
da Herceg Novi (in Montenegro) a Dubrovnik (in Croazia), sulla mappa sarebbe come
passare da Lazio a Toscana, una ora e mezza al massimo. In pratica si impiegano
dalle tre alle quattro ore, con due passaggi alla dogana, dove paradossalmente
gli europei hanno un controllo sommario del passaporto, mentre i bosniaci o i
serbi vengono sottoposti a uno svilente interrogatorio, da far passare la voglia
di varcare la soglia di casa.
Gli operatori telefonici cambiano continuamente (chi viaggia per lavoro o perché
ha i parenti dall'altra parte della linea ha almeno due schede telefoniche), cambia
la valuta, cambiano le regole di comportamento. Perché a un serbo non puoi dire
ancora "Che bella Sarajevo", che ci rimane male, ti considera quasi un traditore.
E a un abitante della Repubblica Serba (che dopo gli accordi di Dayton è abitata
e amministrata da serbi, ma si trova in territorio bosniaco) non devi mai chiedere
se è bosniaco o serbo, potresti metterlo in crisi e inasprire la conversazione.
Separati in casa. Divisi, oggi in "pace", ma sotto l'occhio vigile delle forze Nato, convivono
in questa regione d'Europa, che Europa non è e nemmeno Oriente, ma sembra un micro
continente, dove da un metro all'altro cambia tutto.
C'è un sottile filo che unisce la nuova ex Jugoslavia: è la gioventù, i locali
rumorosi, la ricostruzione.
Irena, serba e orgogliosa di esserlo fino all'unghia, ha 24 anni e un paio di
occhi azzurri e vivaci. Cerca lavoro a Belgrado, parla perfettamente inglese e
ha lavorato in Russia. Ma nella capitale serba non è facile trovare un impiego:
"E' tutto fermo e lo stipendio è da miseria", si lamenta. Proviamo a dare speranza
parlando dell'ingresso nell'Unione Europea, ma Irena non ne vuole sapere, non
si sente europea, "gli europei ci hanno bombardato". Stop, discorso chiuso.
A Belgrado studia ingegneria elettronica Ivan, 20 anni, montenegrino, di colpo
estraneo nella capitale serba, dopo che il referendum del 2006 ha stabilito l'indipendenza
del Montenegro dalla Serbia. "La mia passione è il disegno ed ero anche bravo,
ma ho scelto ingegneria perché con l'arte non vai da nessuna parte nel nostro
paese, e per andare fuori da qui, fra visti e burocrazia, non ti basta il tempo".
Allegria tra le macerie Distrutta, sfiancata, massacrata dalla guerra, Sarajevo si gode la ricostruzione,
sovvenzionata ampiamente dalla comunità internazionale. Le ragazze sfoggiano vestiti
trendy e tacchi alti (come se ne avessero bisogno... dal "basso" dei loro 178
centimetri di media!), i ragazzi bevono birra e affollano i locali del quartiere
Bascarsija, dove la musica occidentale a tutto volume si confonde con il richiamo alla
preghiera delle moschee. Alcune ragazze portano il velo, ma la maggior parte delle
musulmane veste all'occidentale. "Siamo musulmani, ma monogami, non siamo obbligati
a portare il velo e abbiamo vicini e amici cattolici", sottolinea a muso duro
Zlata, 23 anni guida turistica.
Hamdija, 37 anni, al tempo dell'assedio di Sarajevo era un giornalista. Si vergogna
quasi a raccontare che ha imbracciato le armi e ha difeso la sua città: "Che dovevo
fare, stavano distruggendo la nostra Sarajevo e morivano sotto i nostri occhi
donne e bambini.. Io avevo solo una pistola con me, l'esercito nazionale di Milosevic
dalle colline tirava giù le bombe e i cecchini sparavano sui passanti, senza pietà".
Hamdija ha sfidato più volte il tunnel di Butmir, l'unica via di comunicazione
con il mondo esterno nei tre anni di assedio della capitale bosniaca, scavato
sotto il garage di una abitazione privata. La guerra ha cambiato tutto per Hamdija,
che sorride a stento e cammina curvo, come se il tunnel dovesse percorrerlo ancora.
Oggi si occupa di computer, niente lavoro per i giornalisti, perché lo stipendio
medio è di 200 euro al mese. "Dove vuoi andare con 200 euro al mese? Ci diamo
solo da fare". Eppure Sarajevo cammina, balla, trendy più che mai.
Senza buttarsi dal ponte Contrasti del genere lasciano senza fiato a Mostar, dove le ferite dei palazzi
distrutti e con gli alberi che spuntano dalle finestre, fanno a pugni con l'atmosfera
turistica e festaiola che anima il ponte ricostruito e i suoi dintorni, dichiarati
patrimonio Unesco (la comunità internazionale ha speso 15 milioni di euro, l'Italia
sei miliardi di lire, per rimettere in piedi ponte e case dopo lo scempio delle
esplosioni). Zielka, 22 anni, vive a Mostar, ma lavora a Medjugorie come tour
operator, parla perfettamente l'italiano, anzi il torinese, perché per un periodo
ha lavorato come barista sotto la Mole. Ogni giorno da Mostar a Medjugorie percorre
27 chilometri in 40 minuti nonostante la sua guida spericolata. "Sogno di tornare
in Italia, ci ho trascorso brevi periodi durante la guerra. Ci mandavano via per
liberarci dall'incubo delle bombe''. A giudicare da come va forte e dal piglio
determinato, tipico di chi è abituato a lottare, c'è da giurare che Zielka, riuscirà
a scappare via da Mostar. "Per ora qualcuno dall'Italia deve garantirmi ospitalità,
denaro ed essere responsabile per me al cento per cento". Come se fosse ancora
una bambina, come se non fosse degna di entrare in Europa. Come se non fossero
europei anche loro.