scritto per noi da
Andreaa Mihai
Sono passati più di 100 anni dall’11 settembre che dovrebbe insegnarci che la
pace e la nonviolenza possono cambiare il mondo più radicalmente di quanto non
potranno mai fare la forza e la violenza.
Nel lontano 11 settembre 1906, a Johannesburg, in Sud Africa, Mahatma Gandhi completava la sua visione di
resistenza e lotta contro le ingiustizie, riunendo, nel nome di un desiderio comune,
persone di ogni religione ed etnia. Satyagraha, il nome con il quale verrà chiamata
dal gennaio 1907 la resistenza passiva, la disobbedienza civile attraverso la
forza della verità, dell’amore e della non-violenza, cambiò per sempre la fiducia
dell’uomo nella capacità di cambiare il proprio destino. Quel memorabile 11 settembre
1906 ha raccolse più di 3mila persone disposte ad accettare l’imprigionamento
come parte della loro guerra morale contro il
Black Act, una legge discriminatoria nei confronti degli immigrati asiatici. L’appello
di Gandhi per i manifestanti era quello di non obbedire alle leggi discriminatorie,
accettando le conseguenze imposte, così da indurre, con l’energia delle persone
e la vitalità della loro devozione verso ideali e principi sacri, la riforma desiderata.
Satyagraha diventò un vero e proprio strumento di combattimento non violento contro le
ingiustizie della società e del mondo intero, che condusse Martin Luther King
a grandi vittorie esaltandolo come “l’unico metodo a disposizione della popolazione
oppressa nella sua lotta per la libertà”, nonostante, negli ultimi decenni, risulti
intrappolato nella debolezza innata dell’uomo. La lotta non violenta è, ora, vittima
del più grande nemico che potrebbe mai avere: la sfiducia nella propria forza
di cambiare il mondo, nonostante i grandi esempi storici che il desiderio di tanti
può, invece, spostare i monti. Come metodo di combattimento, Satyagraha significa
mettere in moto forze capaci non di distruggere il nemico, ma di costringerlo
moralmente alla conversione. È una guerra di lungo termine che tramite la forza
interiore ed una grande pazienza può portare la vittoria attraverso il cambiamento
definitivo dell’avversario.
A distanza di 100 anni, le 3mila persone disposte a lottare senza armi e senza spargimenti di sangue
sono state ricordate solo come 3mila vittime dell’incapacità dell’uomo di accettare
la forza di cambiamento della non violenza. Le cerimonie dedicate alle vittime
dell’11 Settembre 2007 si ostinano a segnare, anno dopo anno, l’oblio inammissibile
dei 25mila civili afgani morti dal 2001 ad oggi e degli 80mila civili irakeni
morti dal 2003 ad oggi. Non si possono onorare 3mila vite elogiando una guerra
per la quale hanno già pagato più di 105mila innocenti, celebrando ogni anno,
dal 2001 in poi, la violenza e non la pace.