11/09/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Il Guatemala va al ballottaggio: centro-sinistra contro destra

Il prossimo 4 novembre, il generale Otto Pérez, del Partito patriota, con il 23,97 percento dei voti, e Alvaro Colom, di Unidad Nacional de la Esperanza, con il 28,27, si disputeranno il timone del paese. Destra contro centro-sinistra, in un braccio di ferro tutto da scoprire, nonostante entrambi cantino vittoria. Di certo c'è che il vantaggio di Colom, che per gran parte della campagna elettorale sembrava incolmabile, è andato via via sfumando, fino a dissolversi.

Rigoberta MenchùUna su tutte. Dietro, staccati di molti punti percentuali, Alejandro Giammattei, della Gran alianza nacional, attualmente al governo (17,12 percento), e Rigoberta Menchú di Encuentro pro Guatemala, ferma al 3,03 percento. Premio Nobel della Pace e prima donna indigena a correre per la presidenza, la Menchú ha registrato un risultato che era già stato previsto. Essere donna e indigena in Guatemala non è cosa semplice, e se a questo si aggiunge il fatto che la Menchú non aveva neppure un partito politico che la sostenesse all'inizio dell'impresa, i conti son fatti. In Guatemala il potere è tutto in mano ai soliti noti, da decenni, e il narcotraffico ci mette spesso lo zampino.
Ma c'è una notizia che sembra passare quasi inosservata dalle pagine dei quotidiani internazionali e che invece la dice lunga sullo stato di questo Paese centramericano. Rios Montt, il dittatore responsabile del genocidio della popolazione Maya (a cui la Menchú appartiente) e che ha governato con il pugno di ferro negli anni Ottanta è stato eletto deputato. Il suo partito, Frente republicano guatemalteco, del quale era capolista, ha ottenuto il 9,6 percento dei consensi. Dalla prossima legislatura, dunque, potrà sedere in Parlamento e godere di immunità e impunità, evitando di essere perseguito per le gravi violazioni dei diritti umani di cui è accusato.

Rios MonttChi era Montt. Conosciuto come el general, fu a capo di un colpo di Stato che nell'aprile del 1982 rovesciò il presidente democraticamente eletto Fernando Romeo Lucas García. Autoproclamatosi presidente della repubblica, accentrò nelle sue mani tutti i poteri. A suggello della svolta dittatoriale, creò le Pattuglie di autodifesa civile, che realizzarono la sua strategia militare. Sotto di lui si compirono i più atroci crimini della lunga guerra civile guatemalteca, che durò 36 anni, per concludersi con il Trattato di pace del dicembre 1996. Tutti i civili furono costretti a imbracciare il fucile e combattere contro i ribelli di sinistra. Quindi, Montt inaugurò una sorta di guerra psicologica, un'era di torture e sparizioni forzate, e misure economiche che furono denominate della “terra bruciata”. Il principio era: se sono con noi li sfamiamo, se sono contro di noi li uccidiamo. Molti gruppi in difesa dei diritti umani, compresa la Menchú, lo hanno denunciato per molteplici crimini: genocidio, tortura, sparizioni forzate, terrorismo di stato e crimini contro l'umanità. Legato a doppio filo con gli Stati Uniti, che lo hanno sempre visto come un guardiano anticomunista, (dalla sua frequentazione della Scuola delle Americhe alla sua conversione alla religione evangelica) deve essere processato per una lista lunghissima di reati. Ma adesso tutto è rimandato a data da destinare.

Otto PerezLa rimonta del generale. Se paragonato al clima di violenza che si respira quotidianamente in Guatemala, quello registrato domenica era di relativa tranquillità. Urne bruciate, minacce ai candidati, intimidazioni ai votanti, ma niente sangue. E se si pensa che in campagna elettorale sono stati uccisi 45 politici, il quadro è completo. Un plauso per l'organizzazione elettorale è, infatti, arrivato dagli osservatori elettorale dell'Unione Europea e dell'Organizzazione degli Stati americani.
La rimonta del generale Pérez è presto spiegata. Nonostante la percezione degli uomini in divisa non sia delle più positive in uno Stato che ha sofferto una dittatura militare, la promessa di usare il pugno di ferro contro il crimine, di ripristinare la pena di morte e militarizzare le zone più pericolose e anarchiche, ha convinto. Un successo che stride, però, se si pensa che la Policia nazional civil è fra le più corrotte del continente, soffre di infiltrazioni del crimine organizzato, e dal 2004 è oggetto di un processo di depurazione ancora lontano dal finire.

Stella Spinelli

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