12/09/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Il ritorno di Sharif disturbava i piani di Washington, che invece punta sulla Bhutto
Nawaz SharifIl ritorno in patria dell’ex-premier pachistano Nawaz Sharif, principale leader dell’opposizione democratica pachistana al regime militare del traballante generale Pervez Musharraf, è stato impedito perché avrebbe mandato a monte i piani di Washington per mantenere in sella il regime militare pachistano. Un regime di cui il Pentagono – in questa delicata fase della “Guerra al Terrorismo” – ha vitale bisogno per passare all’offensiva contro i santuari di al Qaeda nelle Aree Tribali e per aprire trattative di pace tra i talebani e il governo in Afghanistan.
 
Niente “rivoluzioni arancioni” a Islamabad. La Casa Bianca ha definito la deportazione di Nawaz Sharif “un affare interno pachistano”, come dire: “a noi va bene così”. Il ritorno di Sharif come sfidante di Musharraf alle prossime elezioni avrebbe infatti indebolito il regime militare, accelerando i tempi di una transizione a un governo civile: una sorta di “rivoluzione arancione” che questa volta, a Washington, non farebbe comodo.
Musharraf e la BhuttoIn questo momento, infatti, gli Stati Uniti hanno più che mai bisogno di un Pakistan stabile e militarmente affidabile. E perciò puntano su una transizione verso un governo civile che sia lenta e senza scosse, che mantenga il fido Musharraf al potere e al contempo lo metta al riparo del crescente scontento popolare verso la il regime militare.
L’asso nella manica di Washington è l’ex-premier Beanzir Bhutto, che da fiera oppositrice della dittatura si è trasformata in stampella “civile” del regime militare di Musharraf. Il progetto, ormai noto, è quello di un accordo tra i due che preveda una spartizione del potere, con Musharraf rieletto presidente e lei nuovamente primo ministro. La discesa in campo di Nawaz Sharif, che invece rigetta ogni compromesso e punta ad abbattere la dittatura, avrebbe mandato all’aria questo piano.
 
Bush e NegroponteAttaccare al-Qaeda e trattare con i talebani. In questi giorni il vicesegretario di Stato Usa, John Negroponte, è andato a Islamabad per “spiegare” a Musharraf la nuova strategia Usa nella ‘Guerra al Terrorismo’: una strategia militare e diplomatica che prevede un ruolo chiave delle strutture militari e d’intelligence pachistane. Negroponte ha consegnato a Musharraf la lista degli obiettivi da colpire subito: le basi di al Qaeda nella Valle di Swat, al confine con l’Afghanistan: o lo farà, nei modi e nei tempi stabiliti, l’esercito pachistano, o ci penseranno direttamente le forze Usa lanciando attacchi dal territorio afgano. L’importante, per Bush, è portare a casa qualche risultato: lo scalpo di Osama, di al Zawahiri o di qualche altro super-terrorista.  
Al contempo, gli Usa vogliono evitare che l’Afghanistan si trasformi in un altro Iraq, provando a risolvere il conflitto per via diplomatica prima della prossima estate, quanto i talebani potrebbero lanciare l’offensiva finale. Finora il negoziato tra talebani e Kabul non è decollato proprio per l’instabilità interna pachistana. Washington spera che con il nuovo governo Musharraf-Buttho, l’Isi riesca ha far ragionare i talebani promuovendo una tregua e l’avvio di negoziati.