Il ritorno di Sharif disturbava i piani di Washington, che invece punta sulla Bhutto

Il ritorno in patria dell’ex-premier pachistano Nawaz Sharif,
principale leader dell’opposizione democratica pachistana al regime militare
del traballante generale Pervez Musharraf, è stato impedito perché avrebbe mandato
a monte i piani di Washington per mantenere in sella il regime militare
pachistano. Un regime di cui il Pentagono – in questa delicata fase della “Guerra
al Terrorismo” – ha vitale bisogno per passare all’offensiva contro i santuari
di
al Qaeda nelle Aree Tribali e per aprire trattative di pace tra i talebani e il
governo in Afghanistan.
Niente “rivoluzioni arancioni”
a Islamabad. La Casa Bianca ha definito la deportazione di Nawaz Sharif “un
affare interno pachistano”, come dire: “a noi va bene così”. Il ritorno di
Sharif come sfidante di Musharraf alle prossime elezioni avrebbe infatti indebolito
il regime militare, accelerando i tempi di una transizione a un governo civile:
una sorta di “rivoluzione arancione” che questa volta, a Washington, non
farebbe comodo.

In questo momento, infatti, gli Stati Uniti hanno più che
mai bisogno di un Pakistan stabile e militarmente affidabile. E perciò puntano
su
una transizione verso un governo civile che sia lenta e senza scosse, che
mantenga il fido Musharraf al potere e al contempo lo metta al riparo del
crescente scontento popolare verso la il regime militare.
L’asso nella manica di Washington è l’ex-premier Beanzir
Bhutto, che da fiera oppositrice della dittatura si è trasformata in stampella
“civile” del regime militare di Musharraf. Il progetto, ormai noto, è quello di
un accordo tra i due che preveda una spartizione del potere, con Musharraf rieletto
presidente e lei nuovamente primo ministro. La discesa in campo di Nawaz
Sharif, che invece rigetta ogni compromesso e punta ad abbattere la dittatura,
avrebbe mandato all’aria questo piano.
Attaccare al-Qaeda e trattare
con i talebani. In questi giorni il vicesegretario di Stato Usa, John
Negroponte, è andato a Islamabad per “spiegare” a Musharraf la nuova strategia
Usa nella ‘Guerra al Terrorismo’: una strategia militare e diplomatica che
prevede un ruolo chiave delle strutture militari e d’intelligence pachistane.
Negroponte
ha consegnato a Musharraf la lista degli obiettivi da colpire subito: le basi
di al Qaeda nella Valle di Swat, al confine con l’Afghanistan: o lo farà, nei
modi e nei tempi stabiliti, l’esercito pachistano, o ci penseranno direttamente
le forze Usa lanciando attacchi dal territorio afgano. L’importante, per Bush,
è portare a casa qualche risultato: lo scalpo di Osama, di al Zawahiri o di
qualche altro super-terrorista.
Al contempo, gli Usa vogliono evitare che l’Afghanistan si
trasformi in un altro Iraq, provando a risolvere il conflitto per via
diplomatica prima della prossima estate, quanto i talebani potrebbero lanciare
l’offensiva finale. Finora il negoziato tra talebani e Kabul non è decollato
proprio per l’instabilità interna pachistana. Washington spera che con il nuovo
governo Musharraf-Buttho, l’Isi riesca ha far ragionare i talebani promuovendo
una tregua e l’avvio di negoziati.