10/09/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Un sito ricostruisce le ultime ore del kamikaze che sabato ha ucciso 28 persone in Algeria. Non aveva neanche 15 anni
Nabil Belqasimi non aveva neanche 15 anni, ma “la guerra in Iraq lo aveva molto turbato, odiava gli americani”, come ha raccontato suo padre. Come fosse una cosa normale. Nabil era l'attentatore suicida che, sabato scorso, ha portato un camion carico di tritolo di fronte a una caserma della Marina militare algerina nella cittadina di Dellys.

nabilUn bambino soldato. Il camion è esploso, uccidendo 28 persone. “La sera prima di scomparire era andato a mangiare una pizza con quattro adulti”, ha raccontato il padre al sito d'informazione algerino Ech-Choruouk, “poi è rientrato alle 22 e, all'alba, si è svegliato per andare in moschea a pregare. Da quel momento non l'abbiamo più visto”. Una storia comune a tanti altri attentatori suicidi: una serata d'addio alla vita, dedicata magari a qualcosa di futile, e poi l'ultimo viaggio verso la follia. Nabil, secondo la ricostruzione dei genitori, dopo gli attentati ad Algeri dell'11 aprile scorso, aveva lasciato la scuola, unendosi a un gruppo di integralisti che si nascondono nelle montagne attorno ad Algeri.
In particolare il ragazzo era sempre in giro con un certo Isa, sui 35 anni, noto per essere un presunto membro di al-Qaeda.
Ech-Choruouk racconta, secondo quanto narrato dai suoi vecchi compagni di scuola, che Nabil era molto religioso, ed era un frequentatore abituale di una moschea nota per aver ospitato in passato miliziani che erano partiti per l'Iraq. Addirittura una sua vecchia compagna ha detto che Nabil le aveva mandato un sms, nel quale si gloriava di essere chiamato dai suoi miliziani più grandi 'il piccolo al-Zarqawi'.

il logo di al-qaeda in maghrebDubbi e paure. Una storia d'incredibile follia, anche se sono tante le risposte che si trovano nella povertà, nella scarsa scolarizzazione e nel fascino negativo che le guerre in giro per il mondo scatenano anche nei ragazzini, riempiendoli di odio e volontà di vendetta. E spingendoli nelle mani di persone senza scrupoli.
Oggi migliaia di algerini sono scesi in piazza nella capitale, per urlare il loro no alla violenza e al terrore. Perché in Algeria tanto, troppo sangue è stato versato. L'attentato di Dellys segue di tre giorni quello di Batna, dove un altro attentatore suicida aveva causato la morte di 20 persone che aspettavano il corteo del presidente Bouteflika, il quale doveva tenere un comizio nella cittadina. Tutti e due gli attentati portano la firma di al-Qaeda in Maghreb, la sigla che ha sostituito quella del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (Gspc), unica formazione a non essersi arresa dopo la fine della guerra civile in Algeria nel 1998. La strategia del Gspc di colpire solo i militari, risparmiando i civili, è drammaticamente mutata nell'ultimo anno. Da gennaio a oggi sembra di essere tornati indietro nel tempo, quando almeno 150mila persone, in gran parte civili, vennero massacrati negli eccidi dell'esercito e dei miliziani. Anni cupi, nei quali non si capiva mai con certezza chi era il vero responsabile dei massacri. Anni di dubbi, come quelli che nascono dall'idea che un ragazzino di neanche 15 anni possa aver portato in prossimità di una installazione militare un veicolo carico di tritolo. In un paese dove, dietro ogni angolo, c'è un posto di blocco della polizia o dell'esercito. Domande che restano senza risposta, nell'ansia che cresce di fronte al ritorno della morte e della violenza in Algeria.

Christian Elia

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