Un sito ricostruisce le ultime ore del kamikaze che sabato ha ucciso 28 persone in Algeria. Non aveva neanche 15 anni
Nabil Belqasimi non aveva neanche 15
anni, ma “la guerra in Iraq lo aveva molto turbato, odiava gli
americani”, come ha raccontato suo padre. Come fosse una cosa
normale. Nabil era l'attentatore suicida che, sabato scorso, ha
portato un camion carico di tritolo di fronte a una caserma della
Marina militare algerina nella cittadina di Dellys.
Un bambino soldato. Il camion è
esploso, uccidendo 28 persone. “La sera prima di scomparire era
andato a mangiare una pizza con quattro adulti”, ha raccontato il
padre al sito d'informazione algerino
Ech-Choruouk, “poi
è rientrato alle 22 e, all'alba, si è svegliato per
andare in moschea a pregare. Da quel momento non l'abbiamo più
visto”. Una storia comune a tanti altri attentatori suicidi: una
serata d'addio alla vita, dedicata magari a qualcosa di futile, e poi
l'ultimo viaggio verso la follia. Nabil, secondo la ricostruzione dei
genitori, dopo gli attentati ad Algeri dell'11 aprile scorso, aveva
lasciato la scuola, unendosi a un gruppo di integralisti che si
nascondono nelle montagne attorno ad Algeri.
In particolare il
ragazzo era sempre in giro con un certo Isa, sui 35 anni, noto per
essere un presunto membro di al-Qaeda.
Ech-Choruouk racconta,
secondo quanto narrato dai suoi vecchi compagni di scuola, che Nabil
era molto religioso, ed era un frequentatore abituale di una moschea
nota per aver ospitato in passato miliziani che erano partiti per
l'Iraq. Addirittura una sua vecchia compagna ha detto che Nabil le
aveva mandato un sms, nel quale si gloriava di essere chiamato dai
suoi miliziani più grandi 'il piccolo al-Zarqawi'.
Dubbi e paure.
Una storia d'incredibile follia, anche se sono tante le risposte che
si trovano nella povertà, nella scarsa scolarizzazione e nel fascino negativo
che le guerre in giro per il mondo scatenano
anche nei ragazzini, riempiendoli di odio e volontà di
vendetta. E spingendoli nelle mani di persone senza scrupoli.
Oggi migliaia di
algerini sono scesi in piazza nella capitale, per urlare il loro no
alla violenza e al terrore. Perché in Algeria tanto, troppo
sangue è stato versato. L'attentato di Dellys segue di tre giorni
quello di Batna, dove un altro attentatore suicida aveva causato la
morte di 20 persone che aspettavano il corteo del presidente
Bouteflika, il quale doveva tenere un comizio nella cittadina. Tutti e due
gli attentati portano la firma di al-Qaeda in Maghreb, la sigla che
ha sostituito quella del Gruppo Salafita per la Predicazione e il
Combattimento (Gspc), unica formazione a non essersi arresa dopo la
fine della guerra civile in Algeria nel 1998. La strategia del Gspc
di colpire solo i militari, risparmiando i civili, è
drammaticamente mutata nell'ultimo anno. Da gennaio a oggi sembra di
essere tornati indietro nel tempo, quando almeno 150mila persone, in
gran parte civili, vennero massacrati negli eccidi dell'esercito e
dei miliziani. Anni cupi, nei quali non si capiva mai con certezza
chi era il vero responsabile dei massacri. Anni di dubbi, come quelli
che nascono dall'idea che un ragazzino di neanche 15 anni possa aver
portato in prossimità di una installazione militare un veicolo
carico di tritolo. In un paese dove, dietro ogni angolo, c'è
un posto di blocco della polizia o dell'esercito. Domande che restano
senza risposta, nell'ansia che cresce di fronte al ritorno della
morte e della violenza in Algeria.