Rifarsi una vita fuori dall'Iraq: la situazione dei profughi iracheni in Siria e Giordania
Scritto per noi da
Bruno Neri, di Terre des hommes Italia
Ritorno in Iraq dopo due anni di assenza, dal rapimento delle due Simone e dalla
morte di Baldoni. Il mio arrivo a Erbil coincide con la vittoria della coppa d’Asia
della nazionale di calcio irachena. Le immagini dei “Leoni delle due rive” ed
i momenti salienti della vittoriosa partita contro l’Arabia Saudita scorrono sui
monitor dell’aeroporto di Erbil. Uscito da lì mi trovo immerso nel traffico festoso
dei tifosi iracheni. Danze per strada, clacson a tutto spiano, bandiere sventolanti,
camioncini e auto strapieni di persone creano un clima inaspettato e gioioso.

Nello stesso momento, mentre si gioisce per la vittoria, migliaia di iracheni
stanno attraversando i confini di Siria e Giordania per cercare rifugio dai quotidiani
orrori della guerra. Sto facendo una misisone per Siria, Giordania ed Iraq per
studiare la situazione dei profughi e degli sfollati e i possibili interventi
che Terre des hommes Italia, l'ong per cui lavoro, può attivare a loro beneficio.
I dati delle agenzie delle Nazioni Unite sono impressionanti, oltre 4 milioni
di persone si sono rifugiate in Giordania e Siria negli ultimi due anni. Altrettanto
numerosi sono gli sfollati interni. Si stima che oltre 5.000 persone al giorno
lasciano l’Iraq: un movimento enorme e incessante. Le notizie che raccolgo ad
Erbil, nel Nord dell’Iraq, sono disastrose. Mosul, la seconda città dell’Iraq
si sta svuotando completamente. La città è completamente sotto il controllo di
Al Qaeda. Intere famiglie si sono spostate, hanno abbandonato la loro casa, il
loro lavoro, le cose più intime, gli affetti, gli amici, i parenti per luoghi
più sicuri, specialmente il Nord controllato dal Governo Regionale Curdo, o verso
i paesi confinanti.
A Erbil, così come ad Amman, i profughi iracheni stanno ricostruendo pezzi di
una piccola Baghdad. Molti proprietari di famosi ristoranti e pasticcerie si sono
trasferiti qui e hanno aperto nuove attività dopo averle chiuse nella capitale
irachena. Tanti gli incontri con i profughi, non sempre facili. Infatti in Giordania,
così come in Siria, gli iracheni si nascondono, hanno paura di essere rimandati
indietro in Iraq, spesso per ragioni banali, come il capriccio del poliziotto
di turno, per decisione dei servizi segreti di questi paesi. Nè Siria nè Giordania
hanno mai firmato la convenzione internazionale sui rifugiati. Gli iracheni hanno
solo un permesso di soggiorno temporaneo e non è un caso che, su 4 milioni presenti
nei due paesi, l'Acnur (Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite)
ne ha registrati non più di 200.000. Per sopravvivere molti rifugiati sono costretti
a lavori precari, sotto pagati, ma il costo della vita - specialmente l’affitto
delle case e le spese mediche - è alto.

In Giordania ho visitato la città di Irbid con Shant ed Elisa, i nostri cooperanti,
siamo qui per capire quanti sono i profughi e dove vivono. Incontriamo il parroco
di Irbid, Abu Dimitrios, che ci dà qualche informazione sugli iracheni che conosce,
sia cristiani che musulmani. A Irbid si sono stanziate famiglie irachene di classe
media e bassa, dato che qui il costo degli affitti e della vita è più accessibile
della capitale Amman, dove si sono rifugiati i ricchi. Da qualche anno ad Amman
i prezzi sono schizzati alle stelle sia per gli iracheni che per i giordani: la
speculazione non ha limiti! Abu Dimitrios ci segnala qualche famiglia irachena
e ci fa accompagnare da un suo assistente a casa di Abu Jusef. Quando arriviamo,
lui ci aspetta sull’uscio di casa e Shant, che è iracheno, appena lo vede sbarra
gli occhi e dice: “Quest’uomo lo conosco, forse abitava a Baghdad nel mio quartiere,
Dora!”.
Appena scesi dalla macchina Shant si rende conto che Abu Jusef è uno dei migliori
amici di suo padre, a sua volta profugo in Siria. Subito si riconoscono e si abbracciano.
Parlano di Dora e naturalmente del padre di Shant, che viene chiamato subito con
il cellulare. Abu Jusef e il padre di Shant parlano, si raccontano delle loro
famiglie e degli amici comuni oggi lontani, separati da una guerra ingiusta. Abu
Jusef piange, si commuove per aver sentito l’amico. Mentre parliamo arriva Khaled,
un amico anche lui profugo, che riporta la figlia di Abu Jusef, Mariam, a casa.
Khaled è da pochi mesi in Giordania, ci racconta che ha deciso di lasciare Baghdad
dopo che si è trovato coinvolto nello stesso giorno in due diverse esplosioni
di autobombe. La prima quando era andato a trovare degli amici in un ristorante,
la seconda nel parcheggio dell’ospedale Jarmuk dove aveva appena accompagnato
gli amici rimasti feriti nella precedente esplosione. Il problema del lavoro e
dell'accesso a scuola e alle cure sanitarie, stanno diventando assillanti per
i profughi. In Giordania il governo ha deciso di non dare accesso alle scuole
pubbliche e private ai bambini iracheni. Nel Kurdistan iracheno, nelle scuole
pubbliche si insegna solo il kurdo, una lingua completamente diversa dall'arabo,
incomprensibile per chi viene dal Sud ed è di etnia araba.

Dalla Giordania mi sposto a Damasco, incontro i responsabili di Terre des hommes
Siria. Fanno un lavoro incredibile, la loro sede nella città vecchia è invasa
da donne profughe irachene, molte sciite povere, avvolte nel loro baya nero, hanno
bisogno di assistenza sanitaria per i loro figli. Terre des hommes Siria ha fatto
una convenzione con alcuni ospedali e studi medici per fornire assistenza sanitaria
gratuita ai profughi. Molti sono i casi di bambini con malformazioni cardiache
che vengono curati negli ospedali siriani o grazie ad un programma di Tdh vengono
mandati in Europa per essere operati. Durante la mia permanenza in Siria raccolgo
molti dati sulle condizioni sanitarie e di vita dei profughi. Il dato che mi lascia
più sorpreso e perplesso è l'aumento dei casi di leucemia, che a detta di molti
medici potrebbe essere dovuto all’uso delle bombe ad uranio impoverito. A Damasco
incontro anche Firdus, un profugo iracheno che durante il regime di Saddam lavorava
per i servizi segreti. Allora aveva scoperto che personaggi di alto livello del
regime erano corrotti e gestivano traffici illeciti. Lui li ha denunciati e fatti
condannare. Le loro famiglie lo hanno perseguitato e minacciato, così è dovuto
fuggire con tutta la famiglia. Caduto Saddam Firdus è rientrato in Iraq, ma pochi
mesi dopouna delle sue figlie è stata rapita, probabilmente ancora per vendetta
per aver fatto condannare i vecchi personaggi del regime. Per liberare la figlia
ha dovuto pagare un riscatto, vendendo la casa, la macchina, i gioielli della
moglie e tutto quanto era in suo possesso. Adesso Firdus lavora a Damasco in un
laboratorio artigianale che produce materassi. La sua famiglia è serena, le sue
bimbe vanno a scuola, cosa che a Baghdad sarebbe stata impossibile.
Dopo la mia missione, Terre des hommes Italia, ha avviato in Giordania un programma
di assistenza a 600 famiglie profughe irachene. Il programma prevede distribuzione
di beni di prima necessità, specialmente prodotti igienici personali e per la
casa, vestiti per 4.500 e l’apertura di due centri per bambini dove si svolgeranno
attività educative, ricreative e di supporto psicologico finanziato dall’ ACNUR
e da fondi privati.