08/09/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Rifarsi una vita fuori dall'Iraq: la situazione dei profughi iracheni in Siria e Giordania
Scritto per noi da
Bruno Neri, di Terre des hommes Italia

Ritorno in Iraq dopo due anni di assenza, dal rapimento delle due Simone e dalla morte di Baldoni. Il mio arrivo a Erbil coincide con la vittoria della coppa d’Asia della nazionale di calcio irachena. Le immagini dei “Leoni delle due rive” ed i momenti salienti della vittoriosa partita contro l’Arabia Saudita scorrono sui monitor dell’aeroporto di Erbil. Uscito da lì mi trovo immerso nel traffico festoso dei tifosi iracheni. Danze per strada, clacson a tutto spiano, bandiere sventolanti, camioncini e auto strapieni di persone creano un clima inaspettato e gioioso.

Profughi iracheniNello stesso momento, mentre si gioisce per la vittoria, migliaia di iracheni stanno attraversando i confini di Siria e Giordania per cercare rifugio dai quotidiani orrori della guerra. Sto facendo una misisone per Siria, Giordania ed Iraq per studiare la situazione dei profughi e degli sfollati e i possibili interventi che Terre des hommes Italia, l'ong per cui lavoro, può attivare a loro beneficio. I dati delle agenzie delle Nazioni Unite sono impressionanti, oltre 4 milioni di persone si sono rifugiate in Giordania e Siria negli ultimi due anni. Altrettanto numerosi sono gli sfollati interni. Si stima che oltre 5.000 persone al giorno lasciano l’Iraq: un movimento enorme e incessante. Le notizie che raccolgo ad Erbil, nel Nord dell’Iraq, sono disastrose. Mosul, la seconda città dell’Iraq si sta svuotando completamente. La città è completamente sotto il controllo di Al Qaeda. Intere famiglie si sono spostate, hanno abbandonato la loro casa, il loro lavoro, le cose più intime, gli affetti, gli amici, i parenti per luoghi più sicuri, specialmente il Nord controllato dal Governo Regionale Curdo, o verso i paesi confinanti.

A Erbil, così come ad Amman, i profughi iracheni stanno ricostruendo pezzi di una piccola Baghdad. Molti proprietari di famosi ristoranti e pasticcerie si sono trasferiti qui e hanno aperto nuove attività dopo averle chiuse nella capitale irachena. Tanti gli incontri con i profughi, non sempre facili. Infatti in Giordania, così come in Siria, gli iracheni si nascondono, hanno paura di essere rimandati indietro in Iraq, spesso per ragioni banali, come il capriccio del poliziotto di turno, per decisione dei servizi segreti di questi paesi. Nè Siria nè Giordania hanno mai firmato la convenzione internazionale sui rifugiati. Gli iracheni hanno solo un permesso di soggiorno temporaneo e non è un caso che, su 4 milioni presenti nei due paesi, l'Acnur (Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite) ne ha registrati non più di 200.000. Per sopravvivere molti rifugiati sono costretti a lavori precari, sotto pagati, ma il costo della vita - specialmente l’affitto delle case e le spese mediche - è alto.

Profughi iracheniIn Giordania ho visitato la città di Irbid con Shant ed Elisa, i nostri cooperanti, siamo qui per capire quanti sono i profughi e dove vivono. Incontriamo il parroco di Irbid, Abu Dimitrios, che ci dà qualche informazione sugli iracheni che conosce, sia cristiani che musulmani. A Irbid si sono stanziate famiglie irachene di classe media e bassa, dato che qui il costo degli affitti e della vita è più accessibile della capitale Amman, dove si sono rifugiati i ricchi. Da qualche anno ad Amman i prezzi sono schizzati alle stelle sia per gli iracheni che per i giordani: la speculazione non ha limiti! Abu Dimitrios ci segnala qualche famiglia irachena e ci fa accompagnare da un suo assistente a casa di Abu Jusef. Quando arriviamo, lui ci aspetta sull’uscio di casa e Shant, che è iracheno, appena lo vede sbarra gli occhi e dice: “Quest’uomo lo conosco, forse abitava a Baghdad nel mio quartiere, Dora!”.

Appena scesi dalla macchina Shant si rende conto che Abu Jusef è uno dei migliori amici di suo padre, a sua volta profugo in Siria. Subito si riconoscono e si abbracciano. Parlano di Dora e naturalmente del padre di Shant, che viene chiamato subito con il cellulare. Abu Jusef e il padre di Shant parlano, si raccontano delle loro famiglie e degli amici comuni oggi lontani, separati da una guerra ingiusta. Abu Jusef piange, si commuove per aver sentito l’amico. Mentre parliamo arriva Khaled, un amico anche lui profugo, che riporta la figlia di Abu Jusef, Mariam, a casa. Khaled è da pochi mesi in Giordania, ci racconta che ha deciso di lasciare Baghdad dopo che si è trovato coinvolto nello stesso giorno in due diverse esplosioni di autobombe. La prima quando era andato a trovare degli amici in un ristorante, la seconda nel parcheggio dell’ospedale Jarmuk dove aveva appena accompagnato gli amici rimasti feriti nella precedente esplosione. Il problema del lavoro e dell'accesso a scuola e alle cure sanitarie, stanno diventando assillanti per i profughi. In Giordania il governo ha deciso di non dare accesso alle scuole pubbliche e private ai bambini iracheni. Nel Kurdistan iracheno, nelle scuole pubbliche si insegna solo il kurdo, una lingua completamente diversa dall'arabo, incomprensibile per chi viene dal Sud ed è di etnia araba.

Profughi iracheniDalla Giordania mi sposto a Damasco, incontro i responsabili di Terre des hommes Siria. Fanno un lavoro incredibile, la loro sede nella città vecchia è invasa da donne profughe irachene, molte sciite povere, avvolte nel loro baya nero, hanno bisogno di assistenza sanitaria per i loro figli. Terre des hommes Siria ha fatto una convenzione con alcuni ospedali e studi medici per fornire assistenza sanitaria gratuita ai profughi. Molti sono i casi di bambini con malformazioni cardiache che vengono curati negli ospedali siriani o grazie ad un programma di Tdh vengono mandati in Europa per essere operati. Durante la mia permanenza in Siria raccolgo molti dati sulle condizioni sanitarie e di vita dei profughi. Il dato che mi lascia più sorpreso e perplesso è l'aumento dei casi di leucemia, che a detta di molti medici potrebbe essere dovuto all’uso delle bombe ad uranio impoverito. A Damasco incontro anche Firdus, un profugo iracheno che durante il regime di Saddam lavorava per i servizi segreti. Allora aveva scoperto che personaggi di alto livello del regime erano corrotti e gestivano traffici illeciti. Lui li ha denunciati e fatti condannare. Le loro famiglie lo hanno perseguitato e minacciato, così è dovuto fuggire con tutta la famiglia. Caduto Saddam Firdus è rientrato in Iraq, ma pochi mesi dopouna delle sue figlie è stata rapita, probabilmente ancora per vendetta per aver fatto condannare i vecchi personaggi del regime. Per liberare la figlia ha dovuto pagare un riscatto, vendendo la casa, la macchina, i gioielli della moglie e tutto quanto era in suo possesso. Adesso Firdus lavora a Damasco in un laboratorio artigianale che produce materassi. La sua famiglia è serena, le sue bimbe vanno a scuola, cosa che a Baghdad sarebbe stata impossibile.

Dopo la mia missione, Terre des hommes Italia, ha avviato in Giordania un programma di assistenza a 600 famiglie profughe irachene. Il programma prevede distribuzione di beni di prima necessità, specialmente prodotti igienici personali e per la casa, vestiti per 4.500 e l’apertura di due centri per bambini dove si svolgeranno attività educative, ricreative e di supporto psicologico finanziato dall’ ACNUR e da fondi privati.
 
Parole chiave: Profughi iracheni
Categoria: Guerra, Profughi
Luogo: Iraq
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