20/09/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Managua mette i bastoni fra le ruote al monopolio petrolifero della Esso
Nicaragua e Stati Uniti ai ferri corti. Il pomo della discordia questa volta è il petrolio, più precisamente il caso della Esso Standard Oil, che si è vista sequestrare le installazioni di una delle sue raffinerie per aver accumulato, a detta delle autorità di Managua, un debito milionario con il fisco. Ma Washington non ci sta e ammonisce: “Queste azioni potrebbero danneggiare seriamente le relazioni economiche fra Usa e Nicaragua e come conseguenza compromettere gli investimenti stranieri nel paese centramericano”. Parola dell'ambasciatore Paul Trivelli. A cui ribatte il governo sandinista al potere: “Esternazioni esagerate”. Una diatriba, questa, che nasconde un terzo attore il quale si muove silenzioso, ma non troppo nell'ombra: il Venezuela. Risale ai tempi della campagna elettorale, infatti, la promessa di Hugo Chavez di aiutare l'amico Daniel Ortega con petrolio a basso costo. E affinché la promessa possa concretizzarsi, sono evidentemente già iniziate le manovre per spianare la strada all'oro nero bolivariano.

Daniel OrtegaIl fatto. A sequestrare la raffineria Esso del porto di Corinto, 200 chilometri da Managua, sono stati gli agenti della Direzione generale dei servizi doganali. A ordinarlo, un giudice che ha valutato l'intera struttura – dalle autocisterne agli oleodotti interni, fino ai macchinari che raffinano il greggio – l'equivalente di 3 milioni di dollari, una cifra appena superiore a quella che la Dogana dice di dover avere dall'impresa statunitense. Secondo l'accusa, infatti, la multinazionale avrebbe dichiarato meno petrolio di quello che prende, risparmiando dunque sulle imposte. Ma ad accusare la Esso di evasione non è solo la Dogana. Il comune di Managua reclama una cifra che arriva a toccare i 17 milioni di dollari.

Guerra dell'olio, cartellone contro la EssoLa storia. Il sequestro subito finora, però, serve quale garanzia e non è andato a pregiudicare la produzione petrolifera. Dettaglio significante se si pensa che la Esso controlla più dell'80 percento del mercato energetico del paese centramericano. Il Nicaragua, infatti, è totalmente dipendente dal punto di vista dell'energia, tanto che l'arrivo dell'Exxon Mobile risale agli anni Sessanta. Da allora, la multinazionale Usa sguazza in una sorta di monopolio: sua è l'unica raffineria e suo l'unico oleodotto per importare il greggio. Il petrolio raffinato, poi, viene smerciato nelle sue stazioni di servizio e venduto alla olandese Shell, alla statunitense Texaco Chevron e alla nicaraguense Petronic, impresa privata a partecipazione statale.

George W. BushLa ragione. È proprio contro questi 40 anni di dominio Esso che si starebbe muovendo il governo di Ortega. Abbassare i costi e limitare la sua dipendenza energetica sono i due cavalli di battaglia che il presidente sandinista ha tutta l'intenzione di rispettare. Nonostante le ire di Washington. Per riuscirci, però, deve trovare il modo di far entrare i 10 milioni di barili annuali che la Pdvsa (compagnia di stato di Caracas) si è impegnata a dargli. Ma l'unico oleodotto è della Esso, così come gli stabilimenti da cui l'oro nero dovrebbe passare per diventare energia. Per aggirare l'ostacolo, quindi, Managua ha sottoscritto un accordo con l'amico bolivariano, che investirà 2 milioni e mezzo di dollari nella costruzione di una raffineria destinata a quintuplicare il prodotto della Esso e convertire il paese in esportatore di prodotti petroliferi. E, anche se i tempi lavorativi dicono non prima di un anno e mezzo, la guerra per l'indipendenza è già iniziata.
 

Stella Spinelli

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità