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Mentre le istituzioni statunitensi festeggiano ufficialmente l’anniversario dello
sbarco di Cristoforo Colombo nei Caraibi come l’inizio della storia americana
e della gloria a stelle e strisce, migliaia di persone in tutto il continente
vivono il 12 ottobre come un momento di riflessione e protesta. Appellandosi al
concetto che l’arrivo degli europei in America ha segnato la morte di milioni
di indigeni e la fine della libertà, tutte le organizzazioni indios si mobilitano
per manifestare pubblicamente il proprio dissenso e chiedere il rispetto dei propri
diritti.
“In questo giorno, comunemente utilizzato per celebrare il genocidio coloniale
sotto il nome di Giorno della Scoperta – spiegano i responsabili del movimento
Pachamama, che ha organizzato marce di protesta nelle capitali sudamericane -
appoggeremo i movimenti autonomi della Rivoluzione Bolivariana del Venezuela (in
riferimento alle lotte di emancipazione guidate da Simón Bolivár contro l’impero
spagnolo nel XIX secolo), le ribellioni emergenti della Pachamérica e solidarizzeremo
con tutti i popoli che lottano nel mondo. “Dal profondo delle nostre radici indigene,
nere, bianche e meticce, sorge una forma particolare di lotta, che si può riassumere
in pochi concetti: Pacha è la parola quechua per Terra, mentre America è il nome
coloniale che imposero i conquistatori al nostro continente. Con la Pachamerica,
quindi, rivendichiamo la nostra visione indigena della Pachamama, la Madre Terra,
ed in questo senso vediamo la nostra lotta fraternizzare con tutti i popoli del
mondo che lottano contro il capitalismo, il colonialismo, il razzismo, il sessismo
e tutte le forme di repressione. Chiamiamo Pachamérica il continente compreso
tra l’Alaska e la Patagonia, che consideriamo abitato da un popolo unito, che
trascenda la visione di un’America Latina separata da un Nordamerica, dato che
sono concetti imposti da una visione coloniale che ignora la nostra storia indigena.
In questo modo crediamo che al di là dell’essere latinoamericani o nordamericani
siamo pachamericani, perché il nostro continente è multiculturale, variegato e
infinito…ma unito”.
La visione “Pachamericana” cerca di staccarsi da una parte da quella sorta di
sciovinismo latinoamericano che si crede isolato dal resto del mondo e dall’altra
dall’atteggiamento paternalistico che molte volte porta il mondo industrializzato
a esprimere la necessità di solidarizzare con i “poveri indios”.
“Nella nostra visione – spiegano – cerchiamo di includere tanto i popoli degli
Stati Uniti e del Canada, con le loro lotte indigene, nere, femministe, operaie,
gay, che i popoli che abitano a sud del Río Bravo e arrivano fino alla Terra del
Fuoco. E’ altrettanto importante aggiungere che, sebbene Pachamérica si riferisca
al nostro continente, è una visione che non si limita ai nostri confini geografici,
ma è sorella di tutti i popoli che lottano su questa Terra, sulla Pachamama”.
Quindi l’appello alla mobilitazione.
“Facciamo appello a tutti i movimenti sociali che lottano contro il neoliberismo
e le istituzioni del capitalismo globale (WTO, FMI, G8, ecc.), così come ai popoli
che lottano nel mondo per la dignità, l’autonomia e l’umanità, affinché escano
per le strade il prossimo 12 di Ottobre in appoggio alle lotte di tutta la Pachamérica
e in particolare del Venezuela”. “Senza dubbio – concludono - in questo paese
si sta arrivando ad un punto cruciale del processo rivoluzionario bolivariano,
delineatosi con il referendum dello scorso 15 di agosto. Una situazione che riguarda
i movimenti popolari che appoggiano il presidente eletto Hugo Chávez contro le
politiche di intervento degli Stati Uniti nella regione (Plan Colombia, ALCA,
ecc.), ma che pure cercano di sottrarsi al controllo delle élites burocratiche
e corrotte che si sono infiltrate in questo processo politico con l’intento di
convertirsi in una nuova classe dominante. Rallentare il processo di cambiamento
è l’intento di queste elites, fregandosene dei risultati del referendum e continuando
la svendita del paese alle corporazioni transnazionali. In questo senso, la vittoria
in Venezuela non la si può guardare da un punto di vista semplicemente elettorale;
questa vittoria si definirà nelle strade e con la lotta quotidiana delle comunità
organizzate. La Rivoluzione Bolivariana, a ben vedere, non è la rivoluzione di
un leader, ma di un popolo che, unendo le proprie forze a quelle degli altri popoli
che lottano nel mondo, rifiuta di continuare ad essere schiavo. E’ nostro dovere,
quindi, difenderne il processo di radicalizzazione”.
Stella Spinelli