Domani 15 milioni di marocchini si recano alle urne, tra la variabile islamista e lo scetticismo
Saranno 15 milioni i cittadini marocchini che domani si recheranno alle urne
per il rinnovo dei 323 seggi della Camera dei Rappresentanti, ramo basso del Parlamento
di Rabat. Il numero dei deputati eletti a suffragio universale è di 293, espressi
dalle 95 circoscrizioni elettorali nelle quali è suddiviso il paese con sistema
proporzionale, mentre i restanti 30 seggi sono riservati a deputati donne elette
a livello nazionale.
Tanti partiti, rischio astensionismo. Alle elezioni si presentano 33 partiti ufficiali e 13 liste indipendenti. L'attuale
Parlamento è dominato dall'Unione Socialista delle Forze Popolari (Usfp) e dal
partito dell'Istiqlal, di tendenza nazionaliste.
Rispetto alle ultime elezioni politiche, tenutesi nel 2002, si è registrato un
incremento del 5,53 percento delle liste indipendenti, tra le quali le 26 liste
riservate alle donne, a cui viene garantito il 10 percento dei seggi in Parlamento.
Principali avversari dei due partiti di maggioranza sono il Partito della Giustizia
e lo Sviluppo (Pjd), islamista, e il Fronte delle forze Democratiche, che raggruppa
le forze di centrosinistra.
Il governo, che ha allestito una task force di 3659 uffici elettorali per coordinare
i 38687 seggi in tutto il paese, ha promesso di rendere noti i dati dell'affluenza
alle urne domani sera, quelli provvisori per il giorno dopo e per il 9 settembre
i dati definitivi.
Sinistra e religiosi per il boicottaggio. Il dato che più di ogni altro interessa il re Mohammed VI è l'affluenza alle
urne: il monarca ha più volte invitato, con appelli televisivi, la popolazione
ad andare a votare.
Nel 2002, solo il 52 percento degli aventi diritto si recò a votare, e i dati
degli ultimi sondaggi non sembrano incoraggianti. I partiti, le associazioni e
i movimenti di sinistra, come
Annahj Addimocrati, hanno già annunciato di voler boicottare il voto. Identica posizione ha assunto
al-Adl Wal Ihsane, movimento islamista guidato dallo sceicco Abdessalam Yassin, tollerato ma non
riconosciuto dalle autorità marocchine. L'astensionismo avrà dati rilevanti in
particolare in quelle che il governo di Rabat chiama 'province del Sahara', che
sono in realtà i territori del Sahara Occidentale, occupati dal Marocco a metà
degli anni Settanta, abitati dai saharawi. Stesso discorso per le popolazioni
berbere dei monti dell'Atlante, che boicottano da sempre la monarchia.
Il blocco islamico spaccato. L'unico vero timore per il re Mohammed VI e per il suo establishment, rappresentato
dai partiti di maggioranza, è una forte affermazione degli islamisti del Pjd.
Il governo si batte, con mezzi leciti e meno leciti, per il contenimento dell'influenza
dell'Islam sulla vita politica del Marocco, anche se lo stesso Mohammed VI vede
convergere sulla sua figura sia la carica politica che quella religiosa di 'guida
spirituale', in quanto la sua famiglia è ritenuta discendente della genia del
profeta Maometto.
Il blocco islamista gode però di grande seguito, in particolare negli strati
più poveri della popolazione. Ma non è compatto, ed è diviso in coloro che hanno
accettato la via parlamentare per ottenere i loro fini e coloro che rigettano
la monarchia e il controllo sulla società che questa esercita.
Il gruppo al-Tawhid wa al-Islam (Monoteismo e Riforma) sostiene il Pjd, che appunto
ha scelto di concorrere alle elezioni. Al-Haraka min ajl al-Umma (Movimento per
la Nazione islamica) e Hizb al-Nahda wa al-Fadila (Partito della Rinascita e della
Virtù), movimenti ritenuti vicini all'interpretazione più intransigente dell'Islam,
quella salafita, partecipano al voto, puntando all'elettorato più estremista.
Lo sceicco Yassin e il suo movimento, come detto, restano fuori boicottando il
voto, ritenendo le elezioni un'operazione di facciata, che lascia il potere saldamente
nelle mani del re, a cui spetta comunque la nomina del premier e dei ministeri
chiave. Stessa posizione espressa da alcuni influenti giornali, come
Tel Quel, che hanno pagato con l'incriminazione dei giornalisti, accusati di affronto
alla corona. Anche per questo motivo, il 60 percento dei giovani, in un recente
sondaggio, ha dichiarato di non aver nessuna fiducia nella classe politica del
paese.