L'archivio segreto di Bad Arolsen renderà disponibili le schede sulla Shoah che
custodisce dal 1955: 47 milioni di file, di cui un terzo è già stato digitalizzato
e inviato in doppia copia al Museo dell'Olocausto di Washington e allo Yed Vashem
di Gerusalemme.
Bad Arolsen. Situata al centro di quelle che erano le quattro zone di occupazione e con le
infrastrutture in buono stato, questa città tedesca è stata scelta per raccogliere
tutti i documenti rinvenuti nei campi di concentramento dopo l'arrivo degli Alleati.
Nei 26 chilometri di archivio ci sono i registri trovati negli ospedali, negli
alloggi della Gestapo e negli armadi delle SS: tutte le informazioni che qualcuno
ha riportato su carta. Bad Arolsen contiene i registri di morte, l'elenco degli
informatori e degli arresti, le motivazioni per cui una persona si trovava nel
campo e anche la lista di chi aveva deciso di collaborare per sopravvivere. Una
sezione è dedicata alle cartelle cliniche degli internati, di cui si possono sapere
le malattie e le malformazioni, oltre a particolari degli esperimenti medici che
venivano condotti nei campi. Le SS annotavano tutto, e si può risalire anche alla
vita sessuale di molte vittime: chi faceva la prostituta, chi era accusato di
reati come l'incesto o la pedofilia, chi era omosessuale. Tra queste informazioni
di cittadini comuni, emergono anche informazioni famose come la Schindler's list
(i 1000 ebrei salvati da Oskar Schindler e raccontati da Spielberg), la scheda
di Anna Frank e il Totenbuch di Mauthausen. Fino a oggi agli studiosi era vietato
l'ingresso, e delle 150 mila richieste di consultazione che ricevevano all'anno
solo poche erano esaudite. Per entrare a Bad Arolsen le regole sono rigide. Entrano
i sopravvissuti, chi ha avuto parenti scomparsi nei lager o i loro legali, chi
era residente nel Reich tra il 1939 e 1945 e chi era minorenne negli anni della
guerra ed è stato separato dai genitori. Ovviamente, possono consultare solo i
file che li riguardano.
Chi fa le regole. Gli Alleati, alla fine della Seconda guerra mondiale, hanno affidato i documenti
alla Croce rossa internazionale. Nel 1955, undici Paesi (Belgio, Olanda, Francia,
Polonia, Germania, Lussemburgo, Usa, Germania, Grecia, Italia e Israele) si sono
accordati per la gestione dell'archivio e hanno firmato il Trattato di Bonn, che
ne ha vietato la divulgazione e la pubblicazione. Una minima parte era consultabile
dalle famiglie delle vittime, il resto sotto chiave. A custodire l'archivio viene
creato un organismo apposito, l'International tracking service (Its), con sede
a Ginevra, e l'obbligo di avere uno svizzero alla poltrona di direttore.
Nel 1999 lo stesso Its ha iniziato a prendere posizione per l'apertura dell'archivio
agli studiosi. "E' giusto dare libera circolazione e libero accesso a queste informazioni",
ha detto il direttore Reto Meister. Concordano gli Usa con Edward O'Donnell, il
responsabile per le questioni relative all'Olocausto, che ripete in più occasioni
che "Il governo Usa auspica l'apertura di tutti i documenti sulla Shoah". A opporre
resistenza è più che altro la Germania: teme di dover pagare ulteriori riparazioni,
vuole prima chiarire la sua posizione legale. In più, ha una legge sulla privacy
molto più restrittiva di quella statunitense. Ma dopo varie consultazioni con
il direttore del Museo dell'Olocausto di Washington Sara Bloomfield, il ministro
della Giustizia Brigitte Zypries annuncia che la Germania ha dato il suo assenso.
E il 26 luglio del 2006 il Trattato di Bonn viene modificato: i 47 milioni di
file di Bad Arolsen verranno digitalizzati e trasferiti in Usa e Israele. Per
ora il lavoro è stato fatto su 12 milioni di schede, una prima tranche, mentre
il progetto si concluderà nel 2009.
La posizione dell'Italia. A un anno dalla firma, a Roma non si parla di ratifica delle modifiche al trattato.
Il 4 aprile del 2007, in una seduta della Camera, il deputato del Nuovo Psi Lucio
Barani propone di demandare la gestione dell'archivio all'Unione europea. Ma dato
che Usa e Israele non ne fanno parte, qualsiasi decisione sarebbe mutilata. Liliana
Picciotto, del Centro di documentazione ebraica di Milano, ha spiegato a Peacereporter
che la reticenza dell'Italia è legata a cavilli legali. "Non teme di dover pagare
nulla - ha detto - non ha coscienza delle sue responsabilità. A bloccare la ratifica
sono la legge sulla privacy e il regolamento sugli archivi si stato", con cui
il provvedimento dei firmatari di Bonn è incompatibile. All'articolo 122 del Decreto
legislativo 42 del 21 gennaio 2004, si legge che "gli archivi storici contenenti
dati sensibili sulla salute, la vita sessuale o rapporti riservati di tipo familiare
possono essere aperti solo dopo 70 anni". Che dal 1955 non sono ancora passati.
Quindi, nel dubbio e in buona compagnia (non hanno ratificato nemmeno Francia
e Grecia), l'Italia temporeggia.